Partito Comunista Internazionale

La febbre degli investimenti negli Stati Uniti

Categorie: Capitalist Wars, Korea, USA

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Un recente articolo apparso nella Neue Zürcher Zeitung getta un’onda di luce su alcuni aspetti dell’economia americana della cui importanza sconvolgitrice trattò anche la riunione di Genova del nostro movimento; in particolare, sulla febbre degli investimenti che dalla fine della seconda guerra mondiale non cessa di caratterizzare l’apparato produttivo capitalistico degli Stati Uniti.

Le cifre sono, in realtà, impressionanti. Negli otto anni dal 1945 al 1952, è stata spesa in nuove fabbriche e macchinari la somma complessiva di 148.511 milioni di dollari; quasi 150 miliardi da moltiplicarsi per 600 e rotti per tradurli in moneta italiana! Tale somma non comprende gli investimenti in imprese agricole; d’altra parte, sono incluse in esse le spese di rinnovo di macchinario antiquato e l’aumento è in parte assorbito dall’inflazione, il che non toglie nulla, tuttavia, al valore sintomatico della cifra globale. Sulla somma complessiva, un totale di 86.000 milioni è affluito all’industria in senso proprio, circa 6000 milioni all’industria mineraria, 8700 milioni alle ferrovie, 7000 ad altri mezzi di trasporto, ed è notevole che, degli investimenti industriali, solo il 43% sia andato a industrie produttrici di beni durevoli e il 57% invece alle industrie produttrici di beni non durevoli (soprattutto all’industria chimica, petrolifera e dei derivati del carbone).

Subito dopo lo scoppio della guerra in Corea, gli investimenti presero soprattutto la via delle industrie che lavoravano per il riarmo (ferro e acciaio grezzi, metalli non ferrosi e autocarri fra i beni durevoli, prodotti chimici e petroliferi fra i beni non durevoli), cosicché nell’industria siderurgica crebbero, fra il 1950 e il 1952, da 599 a 1198 e 1538 milioni, nell’industria automobilistica da 510 a 1951 e 1896 milioni, nell’industria petrolifera da 1587 a 2102 e a 2596 milioni di dollari, mentre l’industria tessile diminuiva i suoi investimenti da 450 a 400 e 314 e quella delle bibite li aumentava appena da 237 a 245 e 285 milioni.

Sembra ora che il boom degli investimenti per il riarmo abbia raggiunto il vertice e che l’industria dei beni durevoli intenda ridurre del 4½% rispetto all’anno scorso i suoi investimenti; ma l’industria dei beni non durevoli li aumenterà del 5½%; la petrolifera e la chimica risultano tuttora in piena febbre d’investimenti, mentre in genere le aspettative sono per un aumento delle vendite e per un sempre crescente afflusso di beni di consumo sul mercato interno.

A che cosa porterà questo processo di continua espansione, questa vertigine degli investimenti, che ha il doppio effetto di ridurre il fabbisogno di forza lavoro per la crescente produttività degli impianti e di invadere un mercato il cui potere d’acquisto non può crescere allo stesso frenetico ritmo? E quali riflessi potrà avere sul piano dei rapporti internazionali un nuovo, possibile «ingorgo» della produzione?

Sono fattori di crisi che vanno tenuti presenti nel quadro delle prospettive della ripresa rivoluzionaria nell’area occidentale.