Nazionalizzatori
Categorie: Bolivia, Nationalization, USA
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La politica di nazionalizzazione e d’intervento statale condotta dal governo « rivoluzionario » di Paz Estenssoro in Bolivia ha fatto, come è noto, la delizia di tutti i partiti e movimenti « progressisti » nostrani, non tanto per la frustata ch’essa poteva dare all’industrializzazione del Paese, quanto per il forte accento anti-americano che presentava. Il guaio è che sul piano dei rapporti fra Stati come su quello dei rapporti fra unità produttive, è la potenza economica che detta legge, non la volontà o, tanto meno, le velleità di singoli gruppi.
Avviene così che, a poca distanza dalle nazionalizzazioni minerarie salutate come rivolte contro l’imperialismo yankee, il governo boliviano si vede ora risospinto, sotto la pressione della crisi economica interna, nelle braccia degli Stati Uniti, e l’ambasciatore della Bolivia a Washington ha dovuto fare appello agli industriali nord-americani perché il flusso di dollari e di valute pregiate riprenda, cessi la « disperata scarsità di fondi di fronte alla quale la Bolivia si è venuta a trovare dopo la cessazione delle vendite regolari dello stagno… ai tradizionali Paesi clienti » (Relazioni Internazionali, 13 giugno), e un nuovo accordo per l’acquisto statunitense dell’essenziale materia prima allontani il pericolo che « il mondo libero perda un altro alleato nella sua lotta per l’esistenza ». L’« anti-americano » Paz Estenssoro non solo chiede dollari a Washington, ma agita lo spauracchio di una Bolivia perduta – come egli non vorrebbe – all’Occidente.
È la sorte di un po’ tutte le « rivoluzioni nazionali » dei Paesi arretrati: in quanto mettono in moto forze sociali latenti, esse rappresentano un fattore di dinamismo nell’evoluzione economica e sociale di grandi aree del mondo; ma la loro incapacità di tenere con mezzi propri il passo col velocissimo ritmo del progresso tecnico risospinge i Paesi in fermento « nazionale » nelle braccia dell’imperialismo dominante; e il cerchio appena infranto si richiude.