Partito Comunista Internazionale

Crolla l’industrializzazione ungherese

Categorie: Hungarian People's Republic

Questo articolo è stato pubblicato in:

La stabilità dei governi satelliti di Mosca è, alla prova dei fatti, una leggenda della propaganda. Dalla fine della guerra la storia, per usare un termine abusato, delle cosiddette democrazie popolari ha presentato un continuo crollare e risorgere di governi e di correnti politiche, quasi sempre coronato da epurazioni sanguinose, incriminazioni spettacolose, esecuzioni capitali a mezzo di forche. I partiti stalinisti al potere, presentati dalla propaganda cominformista, come fusi nell’acciaio, si sono rivelati a volta a volta, in Polonia, in Romania, in Cecoslovacchia, in Bulgaria, oggi in Ungheria, per quello che veramente sono: la risultante dell’equilibrio instabile delle espressioni politiche determinate da una realtà sociale che, nonostante i falsi ideologici, continua ad essere capitalista e classista.

Il giorno 3 luglio, un comunicato del partito comunista ungherese annunciò lo spodestamento di Mattia Rakosi, il Togliatti di Ungheria, dalla carica di segretario generale. Nei partiti stalinisti tale carica personale dovrebbe essere la riprova della monoliticità politica del partito e dell’inesistenza di correnti rivali in seno all’organizzazione. Il varo di un triumvirato, sostituente la carica soppressa, che era impersonata dal dimissionario Rakosi, da Lajos Acs e Bela Veg, già costituiva un segno di fratture in seno al partito stalinista di Ungheria. Infatti, nella tarda sera del 3 scoppiava la bomba del definitivo allontanamento di Rakosi dal Governo. Non più segretario generale, dall’oggi al domani cessava anche di essere primo ministro. Al suo posto subentrava Imre Nagy, un moderato del Politburo.

Questo il rimaneggiamento del personale di Governo, che da solo costituirebbe una banalità del politicantismo, se dietro il film insignificante del cambio della guardia non si nascondesse il ben più importante sfondo della locale situazione economica e sociale. La defenestrazione della corrente di Rakosi, che aveva goduto dell’appoggio di Stalin fino alla sua morte, segna la fine miseranda dei tracotanti piani di industrializzazione e, nelle campagne, di meccanizzazione dell’agricoltura, che avrebbero dovuto cambiare il volto tradizionale dell’Ungheria pre-bellica. Cacciando a pedate Rakosi e i suoi dal governo, lo stalinismo ungherese doveva ammettere di avere ingannato il proletariato mondiale, spacciando un’Ungheria in marcia, non dico verso il socialismo, ma verso un moderno industrialismo di Stato. Il discorso pronunciato davanti all’Assemblea Nazionale dal successore e rivale di Rakosi non lascia dubbi in proposito: il governo di Budapest ripiega vergognosamente verso le posizioni economiche e sociali da cui aveva proclamato di avanzare: la piccola produzione industriale, la piccola proprietà agricola, il piccolo commercio. Budapest ha dovuto confessare così di continuare ad essere la capitale di uno Stato che rimane ai gradini più bassi del capitalismo, di una società in cui l’elemento piccolo-borghese che doveva strangolare la Rivoluzione comunista di Bela Kun nel 1919, predomina reazionariamente. Otto anni di democrazia popolare non cambiavano nulla. Non da oggi l’abbiamo sostenuto.

Quale il contenuto del discorso del nuovo primo Ministro, Imre Nagy? L’Unità di domenica 5 luglio ne dava un avaro resoconto, ma per chi sa leggere, la prosa è più che sufficiente a comprendere da dove si origina la crisi ungherese.

Fatta una pallottola di carta delle solite retoriche acclamazioni alle immancabili vittorie, esaminiamo la parte veramente importante del discorso programmatico del Primo Ministro ungherese che comprendeva provvedimenti adottati nei seguenti campi della produzione.

Industria. La misura più radicale è stata presa nel campo dell’industria pesante, che la precedente sconfessata linea governativa della corrente Rakosi aveva tentato di far marciare a passi da gigante, in gara con i governi «fratelli» delle altre democrazie popolari. Da ora in avanti il Governo ridurrà gli stanziamenti per l’industria pesante, che subirà un rallentamento a beneficio dell’industria leggera e dell’agricoltura. Ciò significa che l’Ungheria, decantata come un trampolino di lancio verso il socialismo, rimane un paese al di sotto del livello industriale medio, cui la costringono le modeste risorse minerarie e la scarsezza delle fonti di energia. In un mondo avviato al socialismo ciò non costituirebbe un ostacolo, dato che di industrie pesanti e leggere sul pianeta ce ne sono fin troppe, ma a condizione che l’agricoltura, ove la piccola proprietà ha una enorme importanza, fosse trasformata, con l’apporto non mercantile delle industrie straniere, in agricoltura collettiva socialista. Allo stato delle cose, l’abbandono dei napoleonici piani di industrializzazione rappresenta una scottante sconfitta dello stalinismo ungherese. Una ritirata nel campo dell’industrializzazione: ecco il significato della cacciata di Rakosi.

Agricoltura. Il nuovo governo ha autorizzato lo scioglimento di quelle cooperative agricole ove la maggioranza lo richieda. «Questo non significa – diceva l’Unità citata – che il governo non consideri la creazione delle cooperative agricole come la linea fondamentale di sviluppo dell’economia agricola in generale, e come la strada principale da seguirsi per l’elevamento del tenore di vita dei contadini». Sintomatico che non si parli più di socialismo. Ma la platonica riaffermazione della politica cooperativistica, sia pure temperata, in polemica con la decaduta amministrazione Rakosi, dalla promessa di «seguire la linea leninista-stalinista della volontarietà nella creazione delle cooperative agricole», non garantisce che l’economia agricola ungherese si muoverà dalla secolare reazionaria stasi della piccola produzione. A parte il solito truffaldino richiamo al leninismo, cui viene attribuita la identificazione del cooperativismo – che è sempre una forma capitalistica della produzione agricola – con l’agricoltura socialista che si svilupperà nella misura in cui scompariranno le relazioni mercantili tra prodotti industriali e agricoli, a parte la travisazione di rito del marxismo, il governo ungherese non riuscirà, come non è riuscito fino ad oggi, ad organizzare la produzione agricola nelle forme cooperative perché ciò sottintende un elevatissimo grado di sviluppo dell’industria. La volontà dei contadini, e tanto meno del Governo, non c’entra affatto. C’entrano invece le trebbiatrici, le aratrici, le seminatrici, cioè i mezzi meccanici di uso non personale che Budapest non possiede. Una prova che il preteso «mondo socialista» è solo una coalizione politico-militare di Stati, è dato appunto dal fatto che le loro economie si svolgono in compartimenti stagni: da un lato la Russia accresce mostruosamente la sua industria pesante, dall’altro lato i satelliti continuano a vivacchiare retrosamente nelle forme della piccola produzione.

Nel campo dell’artigianato il Governo Nagy ha in programma il sostegno delle piccole imprese private. Così per quel che riguarda il piccolo commercio. Il termine «artigianato» non ha una applicazione precisa, poiché va applicato sia alla bottega del sarto o del calzolaio, sia alle manifatture che occupano decine di operai. Evidentemente si tratta di un altro modo di chiamare vagamente la piccola e media produzione industriale. A conti fatti, il Governo di Budapest non ristabilisce le forme di gestione privata della produzione, che dal 1946, anno di fondazione della Repubblica popolare, non sono state affatto toccate, sopravvivendo intatte. Solo ha stracciato i veli ideologici in cui fino ad ieri tentava di avviluppare la realtà. Di più, si dichiara impotente a costruire quella grande industria così arrogantemente progettata, e indicata come la via verso il socialismo. Ancora, scioglie le cooperative agricole, e si impegna ad appoggiare la proprietà agricola a conduzione familiare riattaccandosi alle più genuine tradizioni della reazione borghese.

Capita spesso, nelle discussioni con operai stalinisti o filo-stalinisti, di riuscire a dimostrare, avendo tracciato i caratteri dell’economia socialista avvenire, che in Russia e nei satelliti la gestione statale dell’industria è solo una forma di capitalismo di Stato. Ma messi con le spalle al muro da incontrovertibili argomentazioni, i nostri oppositori più accaniti finiscono col sostenere che il capitalismo di Stato è un passo avanti nei confronti della gestione privata. Con argomenti apparentemente più consistenti, ma egualmente speciosi, altra gente che crede di essere marxista spaccia la stessa coglioneria. Ora questa impossibile antitesi non solo non regge in sede teorica, ma anche sul piano pratico viene confutata quotidianamente dai fatti. Solo un piccolo settore della produzione, e proprio nei paesi a governi basati su programma nazionalizzatore e dirigista, sottosta alla gestione statale, che poi non impedisce alla speculazione privata di celebrare i suoi saturnali.

Il segnale di marcia indietro a Budapest viene a qualche settimana di distanza da eguali misure di riprivatizzazione adottate dal governo stalinista della Germania orientale. Anche in Germania Est industriali, commercianti, contadini ricchi, enti ecclesiastici sono stati reintegrati nelle loro proprietà. Lo stalinismo si toglie la maschera. Assume di essere fautore di statizzazioni, che spaccia per misure socialiste, ma in pratica non esita a schierarsi con la proprietà privata. Prova questa che tra gestione statale e proprietà privata c’è convergenza, non conflitto.