Partito Comunista Internazionale

Conferme nel mondo operaio torinese

Categorie: CGIL, CISL, Technology

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Caro Programma.

ho letto sull’ultimo numero tuo la noterella sull’agitazione svoltasi all’O.M. di Milano. Il fatto si è ripetuto in forma simile a Torino, nella Fiat Mirafiori, dove gli operai della fabbrica 7 si sono messi spontaneamente in sciopero per protestare contro la riduzione del premio. Sorpresa da un’agitazione che essa non aveva né promossa né appoggiata, la C.d.L. ha poi diffuso un manifesto di solidarietà; ma la solidarietà è consistita in questo, di invitare tutti gli operai ad uno sciopero generale di due ore ed a scacchiera e raccomandar loro di riprendere immediatamente dopo il lavoro « restando vigilanti » in attesa che venissero riallacciate le trattative generali, interrotte da mesi, con la Direzione.

Così, lo sciopero che gli operai avevano iniziato con l’intenzione di portarlo a fondo è stato trasformato in un’agitazione limitata nel tempo e nello spazio, e la Direzione, preso atto che gli scioperi scoppiavano non in un modo unitario e compatto ma a scacchiera, è passata alla controffensiva dichiarando che non riprenderà neppure le trattative. Di una dimostrazione di forza, la C.d.L. ha dunque fatto, come di dovere, la solita dimostrazione di debolezza, coi risultati che gli operai italiani conoscono per esperienza ormai fin troppo lunga.

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E poiché siamo in materia di premi di produzione ti segnalo un articolo del « giornale dei lavoratori della Riv», quel « 7 B » che tu hai già avuto occasione di commentare. La tesi dell’articolista è veramente… geniale. I « comunisti » italiani sono anch’essi per lo aumento della produttività, come lo sono i predicatori della razionalizzazione all’americana: solo che, mentre la C.I.S.L. e compagni tendono a raggiungere una maggior produttività attraverso un maggior rendimento individuale e generale dell’operaio, la C.G.I.L. vuol perseguirla « attraverso gli investimenti produttivi, strumenti più numerosi e perfezionati che gli permettano di produrre di più nello stesso tempo e con lo stesso sforzo ». In tal modo, i « comunisti » si opporrebbero al « supersfruttamento », mentre combattono a spada tratta per l’aumento della produttività.

La tesi è veramente geniale. Il capitalismo sarebbe capitalismo solo se lo sforzo fisico dell’operaio aumenta; non lo sarebbe più se gli operai « con lo stesso sforzo » producono « nell’unità di tempo più prodotti ». Se così fosse, l’America superindustrializzata e supermeccanizzata sarebbe… all’anticamera del socialismo o in pieno socialismo addirittura. Ma tutto il « mistero » dell’aumento del volume del profitto non sta forse proprio in questo, nella capacità di far produrre all’operaio nella stessa unità di tempo un volume maggiore di prodotti? Non importa che lo sforzo fisico sia o no maggiore; importa per il capitalista che per unità lavorativa e per unità di tempo la produzione – e quindi la somma del profitto – aumenti. Questo è lo sfruttamento, anzi il supersfruttamento, che il regime capitalista persegue, e che lo stalinismo finge di combattere (ma poi, come lo combattano lo sanno gli operai di Berlino Est: non hanno forse dimostrato proprio contro l’aumento delle norme di lavoro imposte dai loro dirigenti staliniani?).

Il nazionalcomunismo vuole, dunque, un aumento del plusvalore realizzato dagli operai senza gli orrori dello sforzo fisico dei primi vagiti del capitalismo. I capitalisti intelligenti sono da tempo arrivati alla stessa conclusione, e possono stringere loro la mano.

Il corrispondente