Nascite e fame
Categorie: Demography
Questo articolo è stato pubblicato in:
Le argomentazioni da noi svolte ad uso di quelli che vedono la soluzione dei problemi sociali nel malthusianismo, nella… riduzione delle nascite, trovano una singolare conferma scientifica, se mai ce ne fosse bisogno, nel libro recentemente apparso di uno dei dirigenti, si badi bene, della ultraborghese sezione alimentare dell’U.N.O., il dott. De Castro. Da buon borghese, l’autore non riesce a trarre conclusioni solide né sul piano critico né sul piano costruttivo, ma la sua documentazione è schiacciante per chiunque abbia orecchie per ascoltare e cervello per ragionare.
In realtà, dalla sua «Geopolitica della fame», risulta bensì che circa i 3/4 della popolazione della terra sono sottonutriti, soffrono cioè – a parte la fame «quantitativa» vera e propria, l’impressionante fenomeno della carestia – di una fame «qualitativa», di una carenza di elementi essenziali dello sviluppo organico; ma, se ciò avviene, non è per cause «naturali», perché cioè la terra sia giunta al limite della capacità di alimentare i suoi figli e il ritmo delle nascite cresca in ragione geometrica mentre il ritmo della produzione alimentare crescerebbe solo in ragione aritmetica, ma perché una particolare organizzazione sociale dilapida le risorse esistenti, non sfrutta quelle potenziali, impoverisce il regime dietetico delle popolazioni, mentre d’altra parte lo stesso frenetico sviluppo delle nascite nelle classi povere è il riflesso di una particolare situazione ambientale-sociale (fra l’altro, è scientificamente dimostrato che un’alimentazione ricca, quella cioè che si possono permettere solo le classi agiate, riduce la fecondità; un’alimentazione povera la esalta).
La terra può non soltanto nutrire in modo ideale gli uomini, ma può dare molto più di quel che occorre loro, purché il mercantilismo e un’economia basata sul profitto non continuino a depauperarla, dilapidarla o anche solo trascurarla. Del resto, le grandi «aree mondiali della fame» dimostrano che la sottonutrizione è il prodotto diretto del colonialismo, del mercantilismo, dell’imperialismo: in tutta l’America del Sud e del Centro, è stato il capitalismo bianco a distruggere, con l’introduzione di monoculture ad alto rendimento economico e con la loro sostituzione all’agricoltura indigena varia e completa, l’equilibrio alimentare delle popolazioni locali e gettarle in un impressionante stato di denutrizione; cause sociali, non naturali, legate allo sviluppo del commercio capitalistico e al colonialismo, hanno ridotto la Cina e l’India in condizioni di insufficienza alimentare che periodicamente scoppiano in crisi alimentari atroci e in ecatombi di uomini, specialmente di bambini; è la mancanza di un orientamento sociale della produzione che impedisce di sfruttare risorse alimentari che, dal punto di vista del profitto, nulla rendono mentre renderebbero molto dal punto di vista dietetico, che ha condannato e condanna all’abbandono colture preziose e che, con le esigenze spietate dell’urbanizzazione industriale, aggrava una situazione tutt’altro che naturale, ma schiettamente sociale e storica.
Non, dunque, terra avara e uomini condannati a castrarsi, ma un regime sociale che follemente consuma e la natura e l’uomo sacrificandoli sull’altare insanguinato del profitto. È un borghese a confessarlo apertamente: i neo-malthusiani di certi strati rivoltosi antiborghesi sono in realtà i sostenitori di questo regime di pazzo spreco e di disordinato sfruttamento delle risorse naturali.