Partito Comunista Internazionale

Il ridicolo programmato

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Bisogna dire che all’europeismo ed atlantismo di De Gasperi non arride una gran fortuna. Non parliamo delle esperienze doganali e di liberalizzazione dei commerci, che tanto dilettarono Sforza e che ora dilettano il suo successore al ministero degli Esteri; non parliamo di questa famosa Europa integrata, che discorsi e pistolotti non riescono a mettere in piedi; ma come la mettiamo con l’inderogabile fedeltà atlantica, con la missione quasi di punta che l’Italia si è assunta, evidentemente per carpire non soltanto allori ma premi allo zelo, quando essa riceve dalla realtà ferrea delle situazioni gli schiaffi più potenti?

Sdegno a Palazzo Chigi perché anche l’America, dopo l’Inghilterra, corteggia la Jugoslavia; affermazione dell’importanza centrale dell’Italia; sviolinata su Trieste; pezzi di ardore patriottico e di sdegnoso corruccio. Ahimè, è inutile che la Italietta 1953 gonfi il petto e procuri di darsi un peso che non ha. Sullo scacchiere mondiale, Belgrado vale mille volte Roma, prima di tutto perché è un bastione avanzato, in secondo luogo perché ha una faccia «socialista» che è come un gioiello nella corona imperiale atlantica, in terzo luogo perché è in pieno processo di industrializzazione e non, come lo Stivale, di avanzata sclerosi.

Che cosa abbiamo noi, da dare in cambio? Forse un esercito, un’industria efficiente, un regime accentrato e militarizzato, una forza di attrazione «ideologica»? Non sono le riformette agrarie o i programmi edilizi del gabinetto De Gasperi 1953 a conferire all’Italia il volto di un Paese progressista in area americana. E del resto, di che lamentarsi? Offrendo al nuovo ministero uno spunto patriottico ed irredentista, l’America gli assicura l’appoggio – tacito od esplicito non importa – della metà più uno e magari dell’unanimità del parlamento. La demagogia intorno a San Giusto ha sempre servito a far brodo, a Montecitorio.