Al coperto di un “Governo di affari” l’attesa del pateracchio internazionale
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Il proletario che, avendo avuto la straordinaria ventura di dormire per tutto il periodo immediatamente successivo alle elezioni ed alle interminabili e bellicose polemiche fra i partiti, improvvisamente si svegliasse, si fregherebbe gli occhi stupefatto di fronte allo spettacolo di placida e zuccherina distensione che ha accompagnato la nascita del gabinetto Pella.
Che cos’è dunque successo per far sì che le acque tornassero tanto tranquille da conferire ai rapporti fra Partiti l’aspetto di una cavalleresca tenzone; terminata la quale gli «avversari» sembrano non soltanto disposti ma ansiosi di stringersi la mano e far lega, come ai tempi beati dell’esarchia? È forse bastata la momentanea scomparsa dal proscenio di De Gasperi? Eppure è facile constatare che il suo successore ha rifatto un governo che solo per tacita e comune intesa non si chiama più monocolore, i cui uomini-chiave sono gli stessi di prima e che prosegue, proprio al vertice – in lui, il difensore della lira — una politica alla quale si era finora attribuita la responsabilità di tutti i guai economici e sociali che fornivano alla così detta opposizione pascolo e materia di roboante critica.
Qualcuno ha celebrato la novità e originalità del programma governativo. Era d’obbligo farlo. Ma, a parte che di buoni propositi è lastricato l’inferno, di tutti i successivi governi da cui noi siamo deliziati, non c’è nulla, nelle dichiarazioni programmatiche governative, che non sia vago, caotico, stantio e contraddittorio, la contraddizione più palese essendo quella di un governo che si autodefinisce di amministrazione e si autogiustifica come transitorio e tuttavia proclama di voler «aggredire» chissà quali intricati problemi e di rinnovare, ringiovanire e tonificare l’ambiente politico ed economico italiano.
Ammesso anche (e noi non lo ammettiamo) che un governo borghese qualsiasi abbia oggi il potere di risolvere la malattia cronica del regime, da tutti meno che da Pella i teorici delle «riforme di struttura» e degli investimenti produttivi, i Di Vittorio, i Nenni, i Togliatti, potrebbero attendere, in benevola attesa e in «cortese opposizione», un cambiamento di rotta.
Non è dunque lì – in nessuna «virtù» della compagine governativa – il segreto dell’atmosfera di conciliazione generale che spira sulla Repubblica papalina. Né regge la pretesa che i partiti di centro e di «sinistra» vadano, all’ombra del gabinetto «di transizione», svolgendo per forza autonoma un processo di mutua revisione e chiarificazione. La verità è una sola: che tutti hanno visto nella commediola di un governo «di affari» (e quale governo borghese non è di affari?) l’occasione sospirata di prender tempo in attesa che non da loro, ma dall’esterno, dalle grandi centrali dell’imperialismo, maturi la decisione di un collettivo abbraccio. Tutti hanno sentito che c’era nell’aria qualcosa di nuovo: non qui, nella nostra povera Italietta e nei suoi uomini e partiti e programmi ammuffiti, ma nei bruti rapporti di forza del mondo internazionale borghese. E, per non correre il rischio di prendere iniziative contrastanti con l’evoluzione di questi rapporti hanno salutato con gioia la vacanza di un governo di ordinaria amministrazione. È la necessaria battuta di attesa, di vibrante attesa dell’ordine da eseguire, dell’abbraccio da compiere o della nuova baruffa da recitare.
E poiché l’evoluzione internazionale sembra essere verso l’abbraccio – anche se è lenta e faticosa, non perché volontà e desiderio manchino, ma perché la faccia va pur sempre salvata – prepariamoci alla possibilità che, insieme alla amnistia promessa da Pella, venga da parte dei partiti già «nemici» l’assoluzione plenaria dei reciproci peccati, e tutti insieme, oppositori e governanti di ieri, ridivenuti buoni democratici tutti, si uniscano a reggere il timone della Patria, ad amministrare – come già hanno fatto e, in questi giorni, hanno pubblicamente e nostalgicamente ricordato di aver fatto – il regime nazionale dello sfruttamento del lavoro. In verità, non c’è ragione che rimangano divisi, se il nuovo pateracchio internazionale vedrà America e Russia, con la mediazione del Churchill caro a Scoccimarro (e come potrebbe non essere caro ai liquidatori internazionali della Rivoluzione d’ottobre l’organizzatore dell’intervento armato contro la Russia rivoluzionaria del 1919-20?), riaccordarsi per una comune gestione ed un comune sfruttamento delle risorse del mondo.
La «chiarificazione» che i Partiti attendono all’ombra del super-amministratore Pella è tutta lì. Il sogno di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure è di ritrovarsi intorno allo stesso tavolo del Viminale, per incassare insieme i profitti della rinnovata Santa Alleanza mondiale dei borghesi. Non altro senso ha e può avere la tanto auspicata «apertura a sinistra»!