Gli scioperi francesi denunciano una crisi che non è soltanto della Francia
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Quando, nel numero scorso, un nostro corrispondente analizzò la situazione francese e avvertì come nessun espediente di governo, nessun palliativo avrebbero potuto risolvere una crisi che è ormai cronica ed investe tutta la struttura economica e sociale della Francia, era difficile prevedere che la situazione sarebbe precipitata in così breve volgere di tempo e con manifestazioni così aperte e clamorose, come quelle che hanno caratterizzato (e stanno in parte ancora caratterizzando) l’ultimo scorcio dell’estate.
Questa volta, la stampa borghese non ha potuto contrabbandare l’ormai stantia interpretazione degli scioperi, che vede in essi – o finge di vedere – il frutto del diabolico lavorio di quinte colonne sovietiche. Gli scioperi francesi avevano una chiara origine economica, la loro iniziativa ufficiale risaliva dichiaratamente a correnti sindacali legate alla politica atlantica e alla democrazia parlamentare: la confederazione staliniana era scesa ultima nell’agone per non lasciare agli «avversari» il controllo esclusivo e i frutti ultimi dell’agitazione. In realtà, entrambe le correnti, la socialdemocratica-democristiana e la staliniana, hanno, le une lanciando la parola d’ordine originaria dello sciopero, le altre riprendendola quando le prime l’ebbero lasciata cadere, cercato di sfruttare ai propri fini, contenendola nell’ambito costituzionale e democratico, un malcontento e uno spirito di insoddisfazione e di rivolta largamente diffusi.
Si sono, in certo modo, divise le parti in un gioco destinato per entrambe a risolversi nell’ambito della democrazia e del parlamento, e diretto a scaricare nella legalità una tensione sociale che minaccia tutte le forze di conservazione del regime. Dopo che le redini del movimento erano loro sfuggite, e gli scioperi dilagavano investendo l’intero apparato economico francese, i sindacati socialdemocratici e democristiani hanno, prima, patteggiato col governo, poi passata la mano agli stalinisti perché liquidassero gli ultimi sussulti dell’agitazione. Ma la realtà rimane; gli scioperi, di cui la stampa borghese ammette che si sono svolti fra il favore di larghi strati sociali – più larghi comunque delle categorie interessate direttamente, e incuranti dei disagi causati dal moto – denunciano una situazione di crisi, di marasma, di disfunzionamento, che nessuna Assemblea Nazionale borghese riuscirà mai a risolvere.
Non saremo noi a sopravvalutare la portata politica e sociale dei grandi scioperi francesi: per imponenti ch’essi siano stati o possano ancora essere, essi non hanno scrollato il giogo delle forze politiche che pur sempre controllano la classe operaia francese. Ma sono il sintomo di un fermentare di contraddizioni interne che non si limita alla Francia, che è di tutto l’Occidente e di tutto l’Oriente capitalistico. Sono le contraddizioni interne del capitalismo imperialistico, tanto più acute quanto più arretrata è la struttura economica nazionale, quanto meno essa è in grado di reggere il peso del mantenimento di posizioni imperiali e coloniali indispensabili alla conservazione della classe dominante, ma per lei stessa terribilmente onerose.
La crisi interna della Francia e la crisi del suo impero coloniale (le cui recenti e clamorose vicende meriteranno ulteriore esame) sono due facce di una sola crisi d’ordine non locale, ma mondiale.