Partito Comunista Internazionale

L’Iran cambia rotta annegando nel petrolio

Categorie: Iran, Nationalization, Petroleum/Oil, Tudeh

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La situazione persiana è precipitata in questi giorni lungo la china che un accumularsi di aggrovigliate vicende lasciava intravedere, e il cui punto di partenza va cercato ben oltre la cronaca di manovre interne ed internazionali.

I sanguinosi sommovimenti politici che hanno scosso nei giorni scorsi la Persia, sembrano, a prima vista, dare ragione a coloro, che sotto questa o quella formula ideologica, credono all’intervento del romanzesco nelle vicende storiche. Infatti, a prima vista, il feroce duello combattuto tra il rovesciato regime di Mossadeq giovantesi della alleanza tattica del partito stalinista del Tudeh, e la coalizione dei suoi nemici polarizzati attorno alla corte dello Scià e alla chiesa musulmana, ha sembrato obbedire alle leggi di un sensazionale intrigo cinematografico basato sul colpo di scena.

Mentre al contrario è chiaro che la stupefacente politica del paese, manifestatasi clamorosamente nella rivolta monarchica di Teheran discende necessariamente dal profondo squilibrio economico e sociale della Persia, complicato paese che oggi conserverebbe completamente intatti gli stessi ordinamenti dei secoli passati, se pochi decenni or sono l’industrialismo ed il mercantilismo capitalista di Occidente, avido di petrolio più che i vampiri di sangue, non avessero tirato alla luce il prezioso combustibile della fascia costiera del Golfo persico. L’industrializzazione non è andata oltre: Abadan, la città proletaria, non conta che 40.000 abitanti. Su una massa di popolazione di poco più di 19 milioni di persone, quasi 15 milioni sono dediti all’agricoltura, ancora mummificata negli stampi feudali. C’è di più. La grande estensione del territorio stepposo fa sì che vi sia diffusa la pastorizia, e molta parte della popolazione è ancora nomade. Per trovare, nella storia dell’Europa, una fase storica dello stesso livello, bisogna retrocedere di millenni.

D’altra parte la dispersione della popolazione su un territorio immenso, grande cinque volte l’Italia, e la scarsità estrema di comunicazioni sono alla base del dispotismo del potere centrale di Teheran, come pure della sua cronica instabilità. Come si è più volte affermato su queste colonne, tutti i Paesi «semicoloniali» del mondo sono oggi travagliati dalle spinte parallele e contraddittorie di un confuso moto di emancipazione della borghesia indigena e dell’impossibilità per quest’ultima di tenere il passo con le sole forze proprie col livello tecnico e le esigenze economiche dello apparato industriale ereditato dalla borghesia colonizzatrice o ad essa violentemente strappato. È qui la radice delle ricorrenti convulsioni interne dalle quali sono travagliati e che, di riflesso, risospingono le forze nascenti del nazionalismo e della xenofobia locale nelle braccia della stessa o di un’altra potenza imperialistica.

Si ricorderà che il clamoroso successo di Mossadeq era direttamente legato alla contesa per l’avocazione alla Persia delle raffinerie inglesi dell’Anglo Iranian Oil Company. Era stata la realizzazione del sogno della borghesia nazionale di eliminare ogni ingerenza e partecipazione straniera nella direzione e nei profitti dell’unico, modernissimo e potentissimo complesso industriale dell’Iran, a saldare al vecchio ministro le forze disparate e contraddittorie della società persiana attuale. Gli agrari di Mossadeq si attendevano dalle maggiori entrate dello Stato, ottenute attraverso la «nazionalizzazione» degli stabilimenti di Abadan, l’abbandono dei progetti di riforma terriera; i ceti commerciali e industriali contavano di godere i frutti indivisi dell’industria petrolifera e di quelle comunque legate ad essa: il proletariato sfogava nella lotta contro «lo straniero» l’inquietudine, il malessere e l’istinto di rivolta di una classe atrocemente sfruttata.

Basti dire che nel settembre 1951, all’epoca cioè della cacciata degli inglesi da Abadan, sede degli uffici e degli impianti della Anglo Iranian Oil Company, le forze politiche che ieri dovevano affrontarsi nelle vie di Teheran e cannoneggiare furiosamente dalle torrette dei carri armati, potevano inneggiare a quello che, tutti insieme anche se divisi, considerarono una grande vittoria: «il petrolio persiano ai persiani».

Si ricorderà, d’altra parte, come il blocco costituitosi intorno a Mossadeq si sfasciasse non appena superata la fase immediata della nazionalizzazione. Non soltanto risorgevano gli antagonismi d’interesse fra agrari e commercianti-industriali, ma il compito di far funzionare regolarmente e in modo produttivo gli impianti di Abadan si dimostrava disperato, all’Inghilterra non riusciva difficile spostare energie e capitali in altri centri di produzione del petrolio e rifornire il mercato mondiale di prodotti più a buon mercato provocando la paralisi quasi totale dello smercio, e quindi della produzione, persiana. Di riflesso, la crisi dilagò in tutti i rami della vita economica nazionale, nel commercio in primo luogo, nelle condizioni di vita dei lavoratori d’altro lato. Il capitalismo nazionale si rivelava, come si diceva, impotente a tenere il passo con le esigenze economiche e il livello tecnico elevatissimo dell’industria che aveva nazionalizzato, e a far fronte coi propri mezzi alla concorrenza internazionale. L’Inghilterra lavorò di usura; il gracile capitalismo iraniano non poteva reggere alla sua offensiva di logoramento.

La monarchia d’altra parte giammai nascose le sue esitazioni e riserve nelle dimostrazioni contro l’Inghilterra, però l’appoggio dato dalla chiesa musulmana rappresentata da Kasciani, al Fronte Nazionale di Mossadeq, doveva neutralizzare le opposizioni al Governo della nazionalizzazione. Ma il successo politico non fu seguito da un miglioramento economico, non intendiamo dire delle popolazioni povere della Persia, ma neppure delle classi privilegiate e della burocrazia statale. Anzi, gli introiti che lo Stato persiano ricavava tassando la Anglo Iranian, proprietaria degli impianti di estrazione e di raffinazione del petrolio, non dovevano essere sostituiti nemmeno da un equivalente utile industriale. La «rivoluzione» del partito di Mossadeq doveva, in definitiva, scontentare e disilludere fieramente le bande di avventurieri della finanza che progettavano di operare con maggiorati margini di profitto sul petrolio «nazionale» e la burocrazia statale che sperava di raddoppiare i suoi più o meno legali prelievi. D’altra parte, il pieno fallimento della gestione statale delle raffinerie doveva rincuorare i nemici del regime facenti capo alla Corte imperiale e, apertamente, ai Governi di Londra e di Washington.

Si sa che dopo la nazionalizzazione degli impianti della A.I.O.C., la produzione petrolifera persiana che pure figurava al quarto posto nella classifica mondiale, dopo gli U.S.A., l’U.R.S.S. e il Venezuela, discese praticamente a zero. Ciò per il semplice fatto che l’espropriazione della A.I.O.C., se scacciava l’Inghilterra dal flusso dell’oro nero, non metteva per questo nelle mani del Governo di Teheran, i mezzi di trasporto, cioè una potente flotta petroliera, senza di che il petrolio rinserrato nelle viscere della Persia rimane quello che era nella notte dei tempi: un capitolo della geologia. Senza navi petroliere capaci di trasportare il petrolio sui mercati mondiali questo non diventa merce, cioè non può tramutarsi in denaro sonante. Se è vero che «senza denaro non si cantano messe», a più forte ragione è vero che una rivoluzione borghese che non produca denaro non ha ragione di esistere. Dall’epoca della nazionalizzazione degli impianti di Abadan, appena un paio di carichi poterono su navi italiane e giapponesi rompere il blocco britannico. La rivoluzione di Mossadeq si rivelò un cattivo affare fin da principio. Presto o tardi, la coalizione anti-britannica che al tempo della cacciata degli inglesi da Abadan, andava dalla Corte al Tudeh imperniandosi sul partito di Mossadeq, doveva sciogliersi malamente, così come avviene per le società commerciali sfortunate. Non stupisce che sia toccato la peggio ai fallimentari imprenditori e gestori della nazionalizzazione.

La violenta riscossa delle forze monarchiche sorprese il mondo intero. Essa seguì di solo due giorni un altro colpo di scena: il fallimento della rivolta dello Stato Maggiore e la fuga a Bagdad dello Scià, che parve segnare la fine di ogni opposizione di destra al regime di Mossadeq. Ecco invece la mattina del 19, i seguaci dell’Ayatollah Kasciani, che pure avevano assistito passivamente alla liquidazione del conato di rivolta dei generali, invadono le strade di Teheran minacciando di morte il Governo; ai dimostranti si uniscono l’esercito e la polizia che prendono d’assalto, non risparmiando né i carri armati né l’artiglieria, gli edifici governativi, la radio, le case di Mossadeq e dei suoi seguaci. Il sangue scorre a fiotti. Il regime di Mossadeq cade come un frutto marcio. L’esito della furibonda lotta sorprende persino lo Scià, conigliescamente rifugiatosi in un lussuoso albergo di Roma, in compagnia della moglie Soraya, la bellissima dagli occhi verdi.

In realtà, nulla di casuale si deve registrare nella sostanza dei recenti moti persiani. Abbiamo visto come la rovinosa gestione dell’azienda nazionale del petrolio, che seppure da decenni alimentava le orge affaristiche dell’A.I.O.C. nondimeno saziava gli appetiti del locale parassitismo, avesse fatto svanire l’entusiasmo delle classi privilegiate per Mossadeq. Facile è immaginare come le esigue schiere di operai, di artigiani, di intellettuali, che nel passato si lasciarono incantare dalla sporca demagogia della nazionalizzazione, presentata come un interesse di «tutti» i persiani, dovessero nei trascorsi mesi digerire malinconicamente le residue illusioni, giungendo sfiduciati e stanchi al momento della sanguinosa rivolta della reazione monarchica e militarista, appoggiata all’imperialismo occidentale. Sotterrati i caduti, gli esponenti dello sconfitto regime di Mossadeq, che poi costituiscono una parte integrante e non certamente la meno reazionaria, dello schieramento politico dominante, finiranno con l’intendersela, volenti o nolenti, con la monarchia. Chi veramente ha sentito la sconfitta, nelle carni e nelle illusioni, è stato il proletariato locale e internazionale che, sotto l’influenza nefasta dello stalinismo, veramente ha creduto, e ancora crede che il dispositivo di forza mondiale dell’imperialismo si possa intaccare alla periferia, con azioni che se pure adombrano i metodi rivoluzionari di lotta, si svolgono nella assenza di una concomitante battaglia contro i centri europei ed americani dell’imperialismo. Né riesce a vedere come lo stalinismo che pure si atteggiava a gran protettore delle rivolte nazionali asiatiche contro l’imperialismo anglo-sassone, lavora indefessamente per raggiungere uno stabile accordo con le Potenze occidentali, che, se attuato, varrà a differire la scadenza delle inevitabili contraddizioni capitalistiche, quindi a facilitare la vita all’imperialismo, a prolungarne l’infame esistenza.

I partiti che dichiaratamente professano la loro dipendenza dai centri imperialistici non faticano troppo, allorché scoppiano situazioni come quella persiana, nel dover prendere posizione a favore di questo o quello schieramento in lotta. Gli stalinisti, che echeggiano la politica del governo di Mosca tendente in Persia agli stessi obiettivi dei rivali Stati Uniti ed Inghilterra, e cioè al controllo del petrolio e delle basi persiane, non hanno esitato un istante ad acclamare al filorusso Tudeh, propugnatore della repubblica e della nazionalizzazione del petrolio, vista principalmente come allontanamento dell’influenza inglese dall’Iran. Ma la nazionalizzazione del petrolio, come qualsiasi altra misura del genere, è un modo di essere dell’affarismo, come sta a dimostrarlo praticamente il fatto che a volerla siano stati i reazionari di Mossadeq. D’altra parte troppo profondi sono i rapporti di interdipendenza tra le zone arretrate e i centri super-industrializzati dell’imperialismo bianco, perché si possa parlare di azioni autonome delle nazioni a basso e bassissimo livello economico nel mercato mondiale.

Qui, a nostro parere, la ragione profonda della crisi, rispetto alla quale non è necessario correr dietro alla cronaca nera delle manovre, dei contrasti di persona e dei mercanteggiamenti tra forze interne ed estere. Indubbiamente, non siamo all’ultimo atto del dramma: l’Occidente e, in particolare, l’Inghilterra possono segnare un punto a loro vantaggio nel colpo di Stato dello Scià, ma la crisi della Persia non è per questo risolta, come non è risolta – anzi, è ai suoi primi inizi – la crisi di tutti i Paesi semicoloniali e coloniali, e bruschi ritorni indietro, situazioni sempre più caotiche, antagonismi e controreazioni rimangono sempre possibili lasciando la porta aperta a nuove crisi, nuovi colpi di scena e nuove soluzioni di emergenza, dominati tuttavia dallo stesso problema, dalla stessa sproporzione tra le forze della borghesia nativa e i giganteschi investimenti di capitale, l’altissimo grado di specializzazione tecnica e la capacità di competere sul mercato mondiale, che i grandi complessi industriali fondati sullo sfruttamento delle materie prime autoctone presuppongono. La borghesia nazionale di questi Paesi non può, alla lunga, evitare di ributtarsi nelle braccia del capitale straniero: non essa, ma la classe lavoratrice indigena, è la vittima delle convulsioni che l’industrializzazione dei Paesi semicoloniali determina.

Ben difficile è quindi il compito del partito marxista. Noi combattiamo apertamente le menzogne umanitarie dei colonizzatori capitalisti, ma appunto perché ci proponiamo di denunciare l’oppressione e lo sfruttamento delle popolazioni di colore, non possiamo simpatizzare con le borghesie nascenti indigene che mirano ad ereditare il ruolo dell’oppressore bianco. Le lotte e le rivolte nazionali nelle colonie ci interessano soprattutto perché, in condizioni di dissesto dei centri mondiali imperialistici e di ripresa rivoluzionaria, i moti nazional-popolari nei paesi arretrati confluiranno, seppure in vista di obiettivi particolari, nell’operazione di strangolamento delle centrali imperialistiche bianche condotta dal proletariato metropolitano.

La nazionalizzazione degli impianti petroliferi persiani non ha modificato in nulla il mosaico sociale locale, né ha arrecato dissesto allo schieramento imperialistico. È un altro capitolo di sangue nella storia turbinosa del capitalismo internazionale.

Ma le masse oppresse di Persia hanno pur sempre un compito rivoluzionario da svolgere. Il momento verrà.