Risorge lo spettro infernale dell’irredentismo
Categorie: Italy, Jugoslavia, Questione Triestina
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Le classi dominanti jugoslava e italiana si sono dunque accordate per elevare nuovamente Trieste a sfogatoio irredentista della passione e dei fermenti generati nella piccola borghesia dalla situazione interna e infettare di patriottici bacilli anche la classe operaia? Pella l’amministratore e Tito socialista-nazionale sono chiamati dalla storia del capitalismo internazionale ad inscenare la farsa immonda ma per esso sempre produttiva – almeno a breve scadenza – dello sciovinismo?
In realtà, la questione di Trieste è una di quelle in cui raggiunge il massimo grado di purezza l’assurdità vuota e bislacca delle ideologie borghesi a quasi cent’anni dalla chiusura del moto europeo di sistemazione nazionale. Più che in qualsiasi altro settore dell’ex-impero austro-ungarico, le nazionalità e le tradizioni di lingua e di costume si intersecano qui in modo indissolubile: il quadro etnico non è mai puro (non lo è mai relativamente in nessun luogo, ma qui non lo è in assoluto) e se, grosso modo, la popolazione delle campagne è slava e quella cittadina italiana, all’interno di queste stesse oasi ad apparente volto unico le nazionalità si mescolano, si urtano e si confondono. È così che, alla fine della guerra mondiale, il conclamato principio di nazionalità e le fumose ideologie wilsoniane non poterono applicarsi nella zona giulia se non negando se stesse, calpestando «diritti nazionali» e violando tradizioni linguistiche radicate; è così che, a distanza di otto anni dalla fine della seconda carneficina, l’una e l’altra parte possono con ugual diritto spostare sulla carta geografica le loro bandierine etniche verso nord-ovest o verso sud-est appoggiandosi a filoni nazionali diretti in entrambi i sensi e calpestando ognuno in funzione opposta. Nel primo come nel secondo caso, la sistemazione avvenne non in base agli eterni principii sbandierati dalla borghesia internazionale, ma a criteri di forza, ad interessi materiali di potenza, a Versailles e Rapallo cercando di soddisfare gli appetiti di conquista della vincitrice Italia e, insieme, le necessità vitali della neonata Jugoslavia (parte integrante della costellazione francese in Europa centro-orientale) e lasciando latenti, anzi alimentando e stuzzicando da ambo le parti i focolai d’irredentismo: dopo la seconda guerra mondiale, rovesciando la situazione a favore della Jugoslavia partigiana e creando il fantoccio di una nuova Danzica a Trieste, città-fantasma occupata o controllata da forze militari internazionali, tenuta in piedi da questo fittizio regime di occupazione, e riflettente nel suo status ambiguo interessi mondiali di potenza – la necessità di un punto di appoggio per l’Occidente nel conflitto col blocco orientale e di un corridoio verso l’Austria trizonale. I vantati principii di nazionalità e di «autodecisione dei popoli» non c’entravano, nell’uno o nell’altro caso, per nulla: la sistemazione territoriale obbedì a ragioni di strategia politica e alle necessità del gioco degli imperialismi.
Ciò è tanto vero, oggi soprattutto, che la questione di Trieste si è riacutizzata ogni volta che la Russia prima, l’America e l’Inghilterra poi, si rivolgevano con particolare interesse alla pedina jugoslava e alla possibilità di manovrarla ai fini del loro gioco mondiale, fornendole così l’arma di un ricatto che l’intersecarsi e sovrapporsi delle linee etniche nel Territorio (chiamato per somma ironia libero) permetteva di rivestire di fittizie coloriture ideologiche. Falso, dunque, da una parte e dall’altra, il richiamo a diritti storici, a principii nazionali, a tradizioni di lingua e di costume: vero soltanto il tentativo di ricavare un vantaggio territoriale strettamente congiunto a vantaggi di politica interna e di «pacificazione sociale» del Paese – nel grande e mutevole gioco di scacchi della diplomazia imperialistica delle potenze maggiori. False e grottesche, ancora, le professioni di intransigenza o di «fermezza» dei due competitori, quando è palese che la «soluzione» della diatriba intorno a Trieste non si avrà – se mai si avrà – a Belgrado e Roma, ma soltanto nei grandi centri dell’imperialismo occidentale, negli alambicchi di Washington e, in sottordine, di Londra, e la febbre irredentista durerà finché farà comodo, per la stabilità generale del regime dominante, lasciarla durare.
Proprio la natura fittizia dell’impostazione etnica e nazionale della «questione di Trieste» è la prova schiacciante dell’impossibilità di risolvere questi problemi all’infuori dell’internazionalismo rivoluzionario operaio. Il movimento operaio triestino ha una splendida tradizione internazionalista: nelle sue file, i contrasti di nazionalità e di lingua non hanno mai avuto cittadinanza; nelle stesse fabbriche, negli stessi sindacati, nello stesso Partito rivoluzionario, slavi e italiani lavorarono e lottarono per la difesa di interessi comuni e per la conquista di posizioni di classe scavalcanti i confini incerti e fluttuanti della razza, della lingua, della nazione. Era questo ed è il portato di una situazione obiettiva, che fa della città e di tutta la regione il punto d’incontro e di fusione di gruppi etnici e che tutti li mescola nel crogiuolo di un’industria e di un commercio a base internazionale. Le forze convergenti dell’opportunismo e del tradimento possono lavorare a scindere questa profonda unità internazionalista del movimento triestino e giuliano, ma non possono cancellare la realtà obiettiva che inesorabilmente spinge i proletari di zone artificiosamente indicate con lettere dell’alfabeto a lavorare, lottare e vincere insieme. Se le classi dominanti jugoslava e italiana e, dietro le loro spalle, la classe dominante internazionale alimentano un irredentismo tanto vuoto e fittizio quanto produttivo di deviazioni opportunistiche e di infezioni controrivoluzionarie, la loro «passione per Trieste» non è che la dannata paura di un ritorno del movimento operaio alle sue tradizioni di battaglia rivoluzionaria ed internazionalista. Il movimento operaio italiano dovrà lottare perché queste tradizioni non siano distrutte, perché proletari slavi e italiani non si combattano fra loro ma combattano uniti contro lo stesso nemico. Trieste non è né jugoslava né italiana: è proletaria. Nell’internazionalità di classe del suo movimento operaio è la soluzione dei suoi problemi: non problemi locali, di città e di regione, ma di trasformazione dell’ordine economico e sociale imperante nel quadro internazionale della rivoluzione europea.