Partito Comunista Internazionale

L’ombra della crisi su Wall Street?

Categorie: Capitalist Crisis, Korea, USA

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Abbiamo più volte segnalato su queste colonne come il 1953 fosse considerato fino a poco tempo fa, negli Stati Uniti, un’annata d’oro. Gli investimenti industriali erano saliti alla cifra record di 28 miliardi di dollari con un aumento del 5 per cento sul 1952, e di circa 8 miliardi sul 1950; la cifra dei disoccupati era scesa in agosto al livello minimo registrato dopo la guerra (1,24 milioni) mentre gli occupati – 63 milioni contro 50 milioni nel 1948 – disponevano di circa 250 miliardi di dollari all’anno contro 185 miliardi nel 1948; i redditi personali toccavano nello stesso agosto la punta massima di 288,1 miliardi di dollari con un aumento di 1,8 miliardi sul giugno, e via discorrendo.

Tuttavia, che nel quadro non tutto fosse rosa appariva evidente già da qualche mese: in marzo e in maggio, per citare un esempio, si erano avuti bruschi crolli dei valori industriali. Senonché, dall’agosto al settembre – informa Le Monde (20-9) – l’indice Dow Jones, che rappresenta una media dei corsi di trenta valori industriali di primo piano, ha subito una brusca flessione di dieci punti in una settimana e di venti nel giro di un mese, toccando il punto più basso dal principio dell’anno (da gennaio a metà settembre, la flessione è di 37 punti), e Wall Street è rapidamente passata dall’euforia al pessimismo.

In realtà, i segni di una prossima «recessione» (non si parla più di «crisi», ma la sostanza è la stessa) sono molteplici. Il ritmo delle costruzioni – uno degli indici più importanti della attività economica generale – si è rallentato; per gli investimenti in seno alle aziende industriali si sconta nel quarto trimestre una riduzione, in seguito soprattutto all’abbandono dei progetti di espansione dell’industria della raffinazione dei petroli; l’industria delle automobili e quella dei refrigeranti annunciano di voler contrarre la produzione; i grandi magazzini segnano flessioni delle vendite (dall’11,9 all’1,57% rispetto all’anno scorso), la produzione di acciaio si mantiene da qualche tempo intorno al 90% della capacità produttiva degli impianti; la riduzione di alcuni programmi di produzione bellica ha inciso sull’attività di settori della metalmeccanica; il mercato delle materie prime è pesante, e particolarmente notata è la flessione dei corsi dello stagno, dello zinco e del caucciù, mentre in costante diminuzione sono i corsi dei cereali. Quest’ultimo fattore è importante perché incide sulla capacità di acquisto di una larga popolazione coltivatrice: l’indice dei prodotti agricoli (base 100 = 1910-14) è sceso, fra il luglio 1952 e il luglio 1953, da 295 a 261. D’altra parte (e ciò riguarda soprattutto la popolazione urbana), secondo un’inchiesta basata sui rapporti dei «debt adjustment counsellors», il sistema delle vendite a credito ha gravato un numero sempre crescente di americani di debiti eccessivi, e «non è raro che i debitori siano impegnati verso 15-20 creditori per una somma equivalente a sei-otto mesi del loro reddito annuo». Ne segue che, a giudizio di uno dei suddetti «counsellors» una recessione «del 10% nell’occupazione e nel montante dei fogli di paga, che si verificasse ora, avrebbe per conseguenza un afflusso di incartamenti di persone in difficoltà». La cosa sarebbe tanto più grave in quanto il regime di ore supplementari vigente negli scorsi anni ha creato una situazione di indebitamento per crediti al consumo, che rende ancor più anelastica l’occupazione operaia e complica il problema dei licenziamenti o della riduzione dei tempi di lavoro.

Nubi, dunque, alle quali si contrappone ufficialmente un tranquillo ottimismo. Non faremo i profeti: constatiamo per intanto che la fase di «boom» aperta dalla guerra in Corea è passata, e che il mantenimento del ritmo di produzione e di consumo degli anni immediatamente scorsi appare quanto mai difficile. Eisenhower ha chiesto ai suoi consiglieri un piano per reagire ai fattori regressivi della situazione economica: resta da vedere fino a che punto l’assenza temporanea di uno sfogo sul piano internazionale possa essere compensata dalle capacità di assorbimento – anch’esse, come si è visto, ridotte – del mercato interno.

È una situazione da seguire, giacché alla stabilità economica americana è strettamente legata la stabilità economica, e quindi sociale e politica, del capitalismo mondiale.