Partito Comunista Internazionale

Mosca rafforza il regime mercantile agricolo

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L’ironia della storia ha voluto che – proprio in questi giorni – la segreteria generale del partito « bolscevico » russo fosse affidata, in riconoscimento dei suoi meriti di ideatore di un nuovo piano di concessioni ai contadini, proprio a quel Nikita Kruscev che, tempo addietro, aveva sostenuto con particolare vigore l’idea delle « città rurali » come avvio verso « l’eliminazione del contrasto fra città e campagna ». È noto che questo piano – il quale tendeva ad eliminare del suddetto contrasto solo gli aspetti esteriori, e non già nel senso di riavvicinare la città alla campagna, ma nel senso di trasformare quest’ultima a immagine e somiglianza della prima (altro rovesciamento, se ne occorreva uno nuovo, del marxismo) – non ebbe successo, e Stalin, nel suo ultimo scritto economico (da noi commentato nell’opuscolo « Dialogato con Stalin »), pur riconoscendo che il problema andava prima o poi risolto, consigliò di andarci piano e di procedere « per gradi ». A distanza di neppure un anno, il regime post-staliniano non solo non fa, per gradi, un passo innanzi, ma rafforza quel regime mercantile nell’agricoltura che già proclamò di voler, progressivamente, battere in breccia.

Per afferrare i termini del piano-Kruscev – la cui relazione al Comitato Centrale del Partito russo è riassunta nell’ultimo numero dell’Economist – ricordiamo brevemente la struttura del regime contadino nella U.R.S.S. Nei colcos, strumenti di produzione e prodotto sono di proprietà collettiva dell’azienda, che riversa sul mercato la sua produzione, secondo le leggi tradizionali dello scambio capitalista, vendendola sul mercato libero e, a prezzi d’imperio (che tuttavia le assicurano sempre un margine di profitto), allo Stato, cui deve inoltre consegne obbligatorie e imposte. Il contadino del colcos possiede inoltre in proprietà privata un appezzamento che coltiva a ortaggi e sul quale tiene la mucca, il cavallo, animali da cortile, ecc., e i cui prodotti anch’essi di sua privata proprietà consuma nell’ambito della famiglia o vende sul mercato libero, quando non è tenuto a cederne una parte allo Stato. In entrambi i casi, vigono nelle campagne le leggi dello scambio fra equivalenti, il prodotto è merce e si scambia contro denaro.

Il rapporto Kruscev constata che l’agricoltura russa – fenomeno comune a tutti i Paesi, d’altronde – non ha aumentato la sua produzione a un ritmo corrispondente a quello dell’industria: globalmente, la produzione agricola è cresciuta, rispetto all’anteguerra, appena del 10 %, e questo 10 % è stato ottenuto intensificando e estendendo la cultura cerealicola, mentre il patrimonio zootecnico – e quindi la produzione di carne e latticini – si è contratto, e il rifornimento delle città in patate e ortaggi lascia a desiderare. Come por rimedio a questo stato d’insufficienza produttiva? Kruscev risponde: da un lato – ma questo lato, tanto caro a tutti gli industrializzatori del mondo, è a lunga scadenza, e la situazione chiede rimedi urgenti – impegnando l’industria statale a fornire i contadini di fertilizzanti, trattori e tecnici; dall’altro – e qui ci muoviamo nell’immediato e nel concreto – fornendo ai membri dei colcos, in quanto collettività e in quanto singoli, degli incentivi, degli stimoli a produrre; stimoli ed incentivi che, in regime mercantile, non possono significare che utili maggiori.

Le misure proposte fanno quindi leva sui due aspetti già ricordati della conduzione delle fattorie agricole collettive. Anzitutto, sull’appezzamento privato del contadino: qui, lo Stato annuncia la riduzione alla metà della imposta sulla parcella individuale, la cancellazione dei debiti contratti dal proprietario privato, l’aumento dei prezzi che esso Stato pagherà per consegne obbligatorie e forniture extra-quota di patate ed ortaggi, e la riduzione di tali quote, cosicché il contadino che dal suo appezzamento ricava prodotti commerciabili (oltre che consumabili direttamente) vede rafforzato il suo possesso sia come contribuente, sia come produttore di merci realizzabili in denaro. In secondo luogo, sul prodotto collettivo dei colcos: qui lo Stato decide l’aumento dei prezzi che corrisponderà ai colcos per le forniture di patate, legumi, bovini, prodotti dell’allevamento, ottenuti con mezzi di produzione e lavoro collettivi e appartenenti in proprietà collettiva alle fattorie agricole. Così, i prezzi del bestiame per le consegne obbligatorie allo Stato verranno aumentati di 5,5 volte, quelli del burro e del latte di 2 volte, quelli degli ortaggi del 25-40 %. Inutile dire che, sbloccati i prezzi d’imperio dello Stato, aumenteranno anche quelli che i colcos (e i contadini parcellari) ottenevano sul mercato libero: in definitiva, gli aumenti saranno pagati dagli operai delle città che i prodotti agricoli comprano o direttamente o attraverso i magazzini e spacci statali.

Le ripercussioni di questa « nuova politica » sono evidenti: non che essa introduca il regime mercantile nelle campagne e nei rapporti fra agricoltura e industria (e noi abbiamo ripetutamente dimostrato come tale regime viga anche nell’industria, ogni azienda producendo per il mercato e mirando a realizzare un utile secondo le buone norme della contabilità in partita doppia), giacché esso esisteva già e copriva tutta l’estensione della economia sovietica; ma lo ribadisce, lo rafforza e dà nuovo vigore sia al colcos come azienda produttiva autonoma, sia alla proprietà parcellare, contro l’industria di Stato e l’operaio della stessa. Il primo provvedimento in campo agricolo dopo l’enunciazione del gradualismo staliniano nella « trasformazione in senso socialista della campagna » è dunque di pretta marca capitalista: il contadino è favorito proprio in quanto produttore per il mercato; lo « Stato socialista » interviene per lasciargli, mediante sgravi fiscali e prezzi di consegna più elevati, un più ampio margine di profitto.

Questo si chiama, in linguaggio staliniano, « Russia in trapasso dal socialismo al comunismo », o anche soltanto « Russia edificante socialismo »! In linguaggio marxista, significa la conferma di quanto andiamo dicendo: il corso russo non è già verso una trasformazione socialista, è verso il potenziamento di un’economia già pienamente capitalista. Lo scritto di Stalin ne era, alla luce della nostra analisi, la conferma ufficialmente proclamata: i nuovi provvedimenti ne sono una delle tante applicazioni e deduzioni pratiche.