Guerra di alcove fra Est ed Ovest
Categorie: Sexuality, USA, USSR, Women's Question
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Mentre il professor Kinsey, emerito zoologo dell’Università americana di Bloomington preannunciava la pubblicazione, fissata al 14 settembre, di un nuovo libro intitolato «Il comportamento sessuale della femmina umana», che è un rapporto sulle attività intime della donna «made in U.S.A.», al Festival cinematografico di Venezia i russi lanciavano un film di Pudovkin intitolato «Il ritorno di Vassili Bortnikov». Evidentemente la coincidenza era del tutto casuale e involontaria, ma l’apparizione del film russo, presentato con molto clamore dalla stampa stalinista, suggerisce irresistibilmente dei raffronti. Ciò perché il racconto cinematografico di Pudovkin potrebbe definirsi, riguardo alla tesi che svolge, un saggio del «comportamento sessuale della femmina umana» nata e vissuta sotto il regime di Stalin.
Non ci soffermeremo a lungo sul «rapporto» del prof. Kinsey, tipico intellettuale americano a caccia di milioni. Anche se volessimo farlo non potremmo, dato che il libro che sta accendendo la morbosa curiosità degli statunitensi non è ancora, come si è detto, in commercio. Tuttavia, l’Ufficio Vendite dell’editore, secondo una tecnica pubblicitaria ormai consacrata, ha diffuso taluni passaggi dello scabroso libercolo destinati a titillare i palati. Col metodo… altamente scientifico consistente nel generalizzare dati ricavati dagli interrogatori di «campioni» sociali, il professore ha raccolto le risposte a trecento domande fornite da 5940 donne. Gli abitanti felici degli U.S.A. sono 160 milioni, si sa; ma per la scienza statistica borghese simili particolari sono insignificanti. Comunque, il geniale zoologo ha così potuto offrire al pubblico una statistica generale di quanti adulteri, atti osceni, inversioni sessuali, e altre dolcezze vengono commesse nelle quattro mura delle case americane e fuori di esse.
Secondo il rapporto, il 51% delle donne americane (e cioè una donna su due) ha avuto esperienze sessuali prima del matrimonio. Le adultere, cioè le «femmine umane» che hanno rapporti sessuali con uomini diversi dal legittimo sposo, si collocano un gradino più giù nella classifica: solo il 40%. La percentuale dei divorzi provocati da disaccordi sessuali? Presto detto: il 75%. Trattazione altamente edificante, e che testimonia del… ferreo autocontrollo delle americane, è quella concernente il «petting». Con tale vocabolo viene indicata la pratica amorosa che si spinge a tutti i contatti e gli strofinamenti possibili, salvo il commercio sessuale vero e proprio. Secondo il Kinsey, il 91% delle donne americane ha fatto conoscenza col «petting» prima dei venti anni, e molte l’hanno assaggiato in «petting-parties», cioè in riunioni organizzate per… esercitazioni collettive di «petting».
Per molti, codeste squallide cifre, e l’immaginazione dei poveri amplessi che evocano, sono motivo di scandalo o di bassa eccitazione. In realtà, dallo sciagurato rapporto emana un intollerabile senso di pena e di ripulsa, benché non ci si trovi davanti a rivelazioni. Anche la pornografia, dunque, non ha più nulla da dire. Restavano da fare censimenti della depravazione: ci ha pensato Kinsey guadagnando fior di milioni col ricavato dei suoi libri. La gente, già eccitata dalle anticipazioni della stampa, attende spasmodicamente la messa in vendita del libro, curiosa di sapere quanti fornicano, quanti commettono adulterio, quante demi-vierges sono dedite al «petting»… nel «libero» paese degli Stati Uniti d’America… Probabilmente, la febbre della decomposizione che divora la famiglia americana non potrà raggiungere temperature molto più alte. Se è vero che il 91% dei giovani americani (e molto verosimilmente, le condizioni in cui ci si accoppia in Europa non sono molto dissimili da quelle americane) è costretto a comportarsi nelle faccende sessuali, quasi al modo dei castrati, non occorre altro per convincersene.
Solo gente accecata da pregiudizi reazionari non capisce che fenomeni come l’adulterio e il «petting» sono provocati da cause esulanti dal dominio delle forze naturali e germinanti invece necessariamente dagli ordinamenti matrimoniali e familiari che il capitalismo, pur avendo non originate, ma ereditate da epoche storiche molto antiche, ha trascinato irreparabilmente nella fossa delle immondizie. A meno che il «petting» non stia a significare che la natura si è messa a fabbricare… pecchioni umani, il rimedio, il ferro cauterizzante che può sanare le deviazioni neuro-sessuali che tormentano così profondamente i paesi civili, deve ricercarsi nell’avvento di un tipo nuovo di famiglia.
Nel suo rapporto, Kinsey non lo propone, perché non lo può. I suoi libri non avrebbero la immensa tiratura che hanno, se non rendessero omaggio alla ipocrisia corrente, se cercassero fuori degli ordinamenti matrimoniali vigenti la salvezza di una umanità che si riproduce in condizioni assurde. Abbiamo detto «fuori del matrimonio». Ciò non significa «nell’adulterio e nel concubinato», che sono non già la negazione, ma l’altro modo di essere, del matrimonio monogamico. Coloro che pretendono di essere marxisti e comunisti, queste cose debbono dirle. Vediamo invece che (ed eccoci all’altro argomento, il film russo presentato al Festival di Venezia) da parte social-comunista, cioè da parte di coloro che quotidianamente inveiscono alla corruzione della famiglia borghese, non si osa nemmeno mettere in discussione gli istituti che, sotto il capitalismo, regolano la vita matrimoniale e familiare. Anzi, si lavora ad esaltare il valore e ad assicurarne la durata indefinita, mentre la vita quotidiana, anche quando non esplode nelle tragedie passionali di cronaca nera, accusa implacabilmente le condizioni insopportabili, assurde, contrarie all’umana natura, in cui gli schiavi del salariato sono costretti a riprodursi e ad allevare la prole.
Il film di Pudovkin, celebratissimo dalla stampa stalinista, è un’esaltazione del matrimonio, anzi della indissolubilità del matrimonio, press’a poco come è da secoli dogmaticamente difeso dalla Chiesa Cattolica. Come il rapporto Kinsey, il super-film del celebre regista russo non esce dall’ambito degli ordinamenti matrimoniali vigenti nei paesi civili, con l’aggravante per i russi che, mentre il professore statunitense si limita a sciorinare le sozzure sessuali degli americani senza suggerire rimedi, Pudovkin tenta di smerciare un’edizione ripulita e ringiovanita del matrimonio, a documentazione del rivolgimento che sarebbe avvenuto nelle relazioni sessuali e nella vita familiare degli «uomini nuovi» sovietici.
Non abbiamo visto il film, né ci preme vederlo, dato che non ci interessa discuterlo dal punto di vista tecnico od estetico, ma solo da quello ideologico. Che il film svolga una tesi ideologica, e necessariamente propagandistica, si ricava da quanto detto dall’Unità (23 agosto u.s.). L’assunto è che la nazione russa ama, si moltiplica, e porta su i figli secondo ordinamenti e costumi diametralmente opposti a quelli che producono, tanto per intenderci, i fenomeni studiati da Kinsey.
Non saremmo dei rivoluzionari se non fossimo convinti che, allo stesso modo che muteranno radicalmente i rapporti di produzione dei beni materiali, dovrà scomparire in regime socialista l’odierna, putrefatta forma della famiglia, per dare luogo a nuove forme di relazioni sessuali e di convivenza dei sessi ai fini dell’allevamento e dell’educazione della prole. Ma siffatte trasformazioni rivoluzionarie non scorgiamo nella storia realistica raccontata dal film russo. L’avventura del protagonista, Vassili Bortnikov, incomincia con la constatazione dell’adulterio della moglie Avdossia. Costei non ha nulla di comune con le signore Bovary di nostra conoscenza: è una contadina di un colcos che, dopo aver atteso invano il marito partito per il fronte e creduto morto, si prende per amante Stepan. Il ritorno inopinato di Vassili apre un violento contrasto che, alla fine, si risolve nella riunificazione dei coniugi secondo il diritto e la morale del matrimonio monogamico. Dal matrimonio al concubinato, dal concubinato al matrimonio: questi i due poli attorno a cui gira il film, e, occorre dirlo?, tutta l’esperienza sessuale degli uomini e delle donne dei paesi «civili». Tuttavia, l’Unità pretende che il matrimonio e l’adulterio (suo satellite) made in U.R.S.S., benché ripetano (e come si potrebbe negarlo?) le stesse forme che vigono sotto il capitalismo, obbediscano a leggi morali «nuove».
Peccato non poter riprodurre interi brani dell’articolo a firma Ugo Casiraghi comparso sull’Unità citata. L’autore riconosce che la tragedia raccontata dal film non è nuova, ma afferma che «serve di collaudo alle qualità e alle virtù degli uomini nuovi sovietici». Egli si domanda: «Ha qualcosa in comune, questo “triangolo” (formato da Vassili, la moglie Avdossia, e Stepan) con la volgare formula ammannitaci in tutte le salse da decenni di cinematografia borghese?». In verità, di adulteri involontari è piena la storia della letteratura e della cinematografia, ma non è questo il punto che interessa, bensì un altro, questo: «Ha qualcosa in comune, l’istituto del matrimonio monogamico e del diritto paterno vigente in U.R.S.S., con la famiglia individuale borghese?». A questa domanda l’Unità non può rispondere di no, non può cancellare il fatto che i mariti e le mogli russe si trovano a convivere negli stessi rapporti sociali che presiedono alla vita coniugale e familiare delle donne studiate da mister Kinsey. Chiaro che le forme della convivenza dei sessi non possono mutare dall’oggi al domani o in rapido passaggio; ma i laudatori dello status quo matrimoniale sovietico non accennano neppure alla possibilità dello scomparire delle basi sociali su cui oggi si fonda la famiglia russa. Per loro, il matrimonio individuale, la forma di famiglia borghese basata sul salario o sullo stipendio, è un dato immutabile, eterno. Non dicono la stessa cosa la Chiesa cattolica, gli ideologi borghesi, i difensori reazionari del capitalismo?
Con la stessa coerenza con cui definiscono socialista una economia – quella russa – che contiene in sé il salariato, gli stalinisti spacciano per famiglia comunista un matrimonio borghese idealizzato, e in quanto tale irreale. La rivoluzione proletaria non è esaltazione del salariato e della classe che vive del salario, ma premessa necessaria di un rivolgimento sociale che si concluderà con la sparizione del salario, e della classe che del salario vive. Arrivata al culmine del processo, la specie umana non potrà continuare a riprodursi nel carcere del matrimonio individuale, che poggia sull’unità economica del salario.