Partito Comunista Internazionale

Teoria marxistica e pratica rivoluzionaria

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«Così, se siamo vinti, non abbiamo altro da fare che ricominciare da capo. L’intervallo, verosimilmente molto corto, tra la fine del primo e il principio del secondo atto del movimento, ci dà fortunatamente il tempo per un lavoro molto necessario, cioè: l’esame delle ragioni, che hanno necessariamente causato la recente insurrezione e la sua sconfitta».

   Non è la stanchezza che segue l’estasi della rivoluzione borghese, non è nemmeno la rassegnazione, che ha fatto scrivere queste parole sullo sfacelo della rivoluzione tedesca del 1848 al maestro e pioniere. Mentre ci prepariamo per la nuova lotta, per il nuovo periodo di rivoluzione sociale, la disfatta toccata dopo quattro mesi di lotta proletaria ha per noi più valore rivoluzionario che la facile vittoria del 21 marzo.

   Le sconfitte di Parigi nel giugno e di Vienna nell’ottobre 1848 hanno certamente contribuito molto più al rivoluzionamento della popolazione in queste due città, che non le vittorie del febbraio e del marzo.

   Non perciò la disfatta del proletariato è meno grave, naturalmente. Né quella del proletariato ungherese, né quella del proletariato internazionale. Non perciò il marchio d’infamia viene cancellato dalla fronte dei traditori del proletariato: marchio che è loro indelebilmente impresso. Lo storico della rivoluzione proletaria troverà forse che le ragioni dello sfacelo della dittatura non sono in essa, non sono nelle sue azioni, o nelle sue mancanze. Fu la classe operaia stessa, che ha provocato la propria sconfitta. Non come dicono quei capi che vogliono ammantare la propria mancanza di capacità direttiva e la propria debolezza coi difetti del proletariato non tradendo questo i capi della rivoluzione, ma pel pusillanime abbandono dei propri interessi vitali.

   In qualunque modo sia pervenuto il potere nelle mani del proletariato d’Ungheria, al 21 marzo, questo potere era senza dubbio un mezzo per “mettere in azione, coll’abolizione della propria schiavitù, almeno una parte delle forze effettive” in modo da realizzare i risultati desiderati. Quali che siano state le intenzioni dei capi del movimento operaio incanutiti o incanutenti nel loro opportunismo, quando si misero o meglio barcollarono sulla via della dittatura, la classe operaia aveva in ogni caso ricevuto nella forma del sistema soviettista una organizzazione coll’aiuto della quale avrebbe potuto sbarazzarsi dei capi incapaci. Il tradimento di questa sorta di capi scusa tanto poco l’avanguardia del proletariato ungherese, come la pusillanimità dei lavoratori scusa il tradimento dei capi. La stessa verità s’applica all’intero proletariato internazionale, che non aveva né la volontà né la forza d’impedire l’assalto della controrivoluzione internazionale imperialista contro la repubblica dei soviet ungheresi.

   Il terrore bianco impone adesso la penitenza al proletariato d’Ungheria. Il proletariato internazionale, indebolito dalla perdita d’un alleato forte, deve continuare la sua lotta di liberazione contro la classe capitalista, rinforzata dalla distruzione dello Stato ungherese dei lavoratori.

   Ma il colpo portato dalla controrivoluzione democratica ed imperialistica ha toccato soltanto una certa classe operaia, che aveva raggiunto una certa fase della rivoluzione sociale, ma non ha colpito il comunismo, il marxismo storico.

   La scienza ufficiale proclama di nuovo il fallimento del marxismo. Il marxismo volgarizzato, la saccenteria social-democratica concludono allo sfacelo della dittatura proletaria al fallimento della tattica comunista, per “salvare” dopo le parti convenienti “non pericolose” della teoria marxista al loro sistema eclettico e antirivoluzionario.

   Ma il marxismo rivoluzionario, la tattica comunista è uscita dalle rovine della dittatura proletaria d’Ungheria, dalle mani insanguinate del terrore bianco, arricchita di una esperienza preziosa e dimostrativa. Lo sbaglio non era né nella teoria, né nella sua applicazione. Al contrario, la verità di Marx s’è ancora una volta provata vera.

 «La teoria si realizza in un popolo soltanto in quanto essa è la realizzazione dei bisogni di quello».

   Ma quello che il proletariato ungherese (nonostante che non era ideologicamente preparato per una ricostruzione sociale, ma invece il suo rivoluzionamento era impedito dall’opportunismo socialdemocratico) ha creato – e ha creato molto – durante la dittatura, è una prova, che:

  «Una classe, nella quale si sono concentrati gli interessi rivoluzionari della società, trova immediatamente, appena insorta, nel proprio seno il contenuto e il materiale della sua attività rivoluzionaria».

   Gli svolgimenti dell’azione rivoluzionaria derivante dalla propria situazione hanno portato al potere la classe operaia, malgrado la resistenza del partito operaio ufficiale. Gli stessi svolgimenti la spingevano avanti nella guerra di classe, frustravano la ripartizione delle terre, socializzavano la produzione. Ma erano anche gli stessi svolgimenti seguiti, che malgrado tutta la coscienza e premura dell’avanguardia rivoluzionaria, hanno indotto le masse proletarie ad abbandonare la lotta. E dopo un corto intermezzo di controrivoluzione democratica, il terrore bianco vile, bugiardo e spietato, è entrato in dominazione.

   Oggi mentre la controrivoluzione bianca ha raggiunto il culmine, il movimento rivoluzionario operaio giace ancora svenuto. Chi non è morto dei capi comunisti è costretto a fuggire come una belva cacciata, od aspetta in carcere la morte o la rivoluzione liberatrice.

   L’altra parte del movimento operaio è discesa tanto profondamente nella palude dell’opportunismo, che s’è esclusa da sé persino dall’Internazionale gialla. Ha rinunciato non solo alla guerra di classe ma “per purificarsi delle colpe della dittatura”, rinuncia a ogni rivoluzione come a una disgrazia, e si vanta del proprio controrivoluzionarismo. La sua critica spuntata non cerca di ferire l’ordine di produzione e la società capitalistica, ma di formare alla dittatura borghese una breccia assai larga, per “fare passare attraverso ad essa due capi nella sala del consiglio dei ministri ed alcuni altri nell’assemblea nazionale”.

   Quest’ala del movimento operaio è ancora più stordita che il movimento comunista perseguitato a morte, ma non ha nessuna speranza d’arrestare la sua dissoluzione.

   Lo slancio per mettere in marcia la classe operaia non può venire che dalla teoria marxistica rivoluzionaria, dalla critica comunistica; quella teoria, la verità nella quale cessa soltanto colla sua realizzazione, quella critica che non si limita alle parole e che vuole essere la preparatrice della forza diretta a liberare la classe operaia.

   «L’arma della critica non può sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere rovesciata dalla forza materiale, ma non si deve dimenticare, che anche la teoria può divenire una forza materiale, se essa conquista le masse».

   Ecco l’unità della teoria marxistica colla pratica della rivoluzione proletaria comunista.

   E mentre in Ungheria il potere basato sulla canaglia borghese e sul “Lumpenproletariat” si sforza a riempire la classe lavoratrice dello spavento dei propri atti, solo il comunismo marxista può dare coraggio al proletariato e penetrarlo d’una coscienza che diventa forza. Come la situazione della borghesia non s’è fatta più durevole per la dittatura esercitata in nome suo da un potere diventato indipendente anche dalla stessa borghesia, così il capitalismo non diventa più sano per ministri e segretari di stato socialdemocratici.

   Il compito storico del proletariato invece – un compito, la scoperta del quale è una parte integrante del marxismo – non cessa finché non è adempito. E per essere adempito, deve vincere!

   «Allora noi ci ricorderemo e grideremo anche noi: vae victis! I massacri inutili, il cannibalismo della controrivoluzione stessa convincerà i popoli, che per accorciare, semplificare, concentrare l’agonia micidiale della società vecchia e i dolori sanguinosi di parto della società nuova non c’è che un solo mezzo: il terrorismo rivoluzionario».

Béla Kun