Naguib il riformatore
Categorie: Agrarian Question, Egypt
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Gli ultimi avvenimenti egiziani dimostrano come l’ala giovane ed avanzata di quella borghesia nazionale intenda procedere rapidamente in un compito che, fuori dagli sbraitamenti della propaganda, noi vorremmo così definire: Dare, anche a costo di momentanei sacrifici, un contentino alle masse dei paria rurali, per sventare la minaccia di un’inquietudine sociale cronica e generalizzata. Questo compito se lo sono assunto i militari, visto che esitavano ad assumerselo i civili; ma la finalità è unica. Non per nulla, mentre provvede a sciogliere i tradizionali e marci partiti politici e ad attuare riforme agrarie, Neguib batte il pugno di ferro sugli operai, colpevoli, sotto qualunque pretesto o bandiera, d’immobilizzare le macchine e d’inaridire le sorgenti fondamentali e più cospicue del profitto.
Menando lo staffile sulla «corruzione politica», Neguib distrae l’attenzione delle masse dalla ben più profonda «corruzione» che si esercita nei gangli dell’economia nazionale; proponendo una redistribuzione della terra, placa i fellah nel mito della «terra ad ognuno». Spariti i politicanti dilapidatori, saranno salvi industriali e commercianti; divisa la terra, il fellah dovrà lottare contro usurai e fisco. Ma, per qualche tempo, l’odio che fermenta nel sottosuolo sociale indigeno si sarà scaricato contro i mulini a vento. Viste in una prospettiva a lunga portata, le «riforme di Neguib» si risolvono in un ribadito sfruttamento delle masse indigene e in un ulteriore assoggettamento al capitale internazionale.
Quelle riforme non colpiscono il capitale industriale. Al contrario. Come è avvenuto per tutte le «riforme agrarie» che il mondo conosce da quarant’anni, quella egiziana renderà liquido attraverso le espropriazioni un capitale che potrà investirsi nelle attività industriali con molto maggior profitto che nella terra (a parte il fatto che gli 80 ettari fissati come massimo della proprietà terriera rappresentano pur sempre una proprietà media). Il fellah riceverà un lotto molto modesto di suolo: essendo uno dei contadini più miseri della terra (si calcola che il cosiddetto «reddito medio» non superasse, in lire italiane, le 40.000 all’anno), dovrà, per metterlo in valore prendere in prestito, ad interessi usurari, capitali e, per giunta pagare le annualità agli «espropriati». Inoltre, coltivatore soprattutto di piante industriali, affronterà sul mercato il monopolio ferreo degli industriali nel prezzo come nelle condizioni di vendita. Infine, l’espropriazione si tradurrà in un aumento del gravame fiscale e nell’indebitamento dello Stato verso il maledetto (a parole) capitale internazionale e quindi anche in un ulteriore assoggettamento politico. Il giogo economico e sociale che già grava sul proletariato e semiproletariato egiziano non ne uscirà alleviato, ma, al contrario, accresciuto. I capitali degli ex-proprietari terrieri affluiranno nel più redditizio giro della produzione industriale; la terra dei fellah indebitati passerà in altre mani, o magari in quelle stesse degli antichi proprietari o di loro uomini di paglia; il «reddito» delle grandi masse si ridurrà. È una vecchia esperienza balcanica ed italiana: l’Egitto non farà eccezione.
Non stupisce pertanto che quanto avviene in Egitto non preoccupi le grandi potenze capitalistiche e forse anzi le rallegri. Esse attendono: sanno che in definitiva, riforme di questo genere rafforzano il regime del profitto e creano nuove possibilità di influenza all’imperialismo. E, tuttavia, una potenzialità rivoluzionaria, sia pure a lunga scadenza, cova in questi Paesi. Nonostante il fiume di chiacchiere sparse ai quattro venti sulle «aree arretrate», il capitale internazionale se ne tiene tuttora prudentemente e scetticamente lontano; e le borghesie nazionali non hanno risorse proprie sufficienti per tirare avanti da sole in una situazione di cronico subbuglio.
Noi siamo convinti che le riforme di Neguib serviranno unicamente a mettere una provvisoria toppa alle molte falle della barcaccia egiziana e, alla lunga, il loro rimedio si rivelerà peggiore del male. La crisi dei Paesi semicoloniali ha bisogno di ben altro per essere risolta. Dal fallimento del riformismo nazionalista scoccherà la scintilla della rivolta.