Resusciteranno il fronte popolare?
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Recenti dichiarazioni di Ducros, e il preannunciato siluramento di Marty e Tillon per « settarismo », hanno lasciato intravedere nel partito francese – ma la mossa non può avere base soltanto nazionale – un tentativo di resurrezione del fronte popolare. Il che, del resto, non è strano, giacché le manovre di costituzione o ricostituzione di fronti al di fuori e al di sopra delle distinzioni di classe e delle concezioni politiche e sociali, percorrono come un filo continuo tutta la storia dello stalinismo; sono passione insoddisfatta, l’amore infelice, dei viaggiatori di commercio del Cominform.
Poco interessa a noi che questo tentativo di resurrezione abbia o no successo, cosa che, d’altra parte, non dipende da mosse più o meno abili di caporali e colonnelli, ma da eventi a carattere internazionale: esso è, comunque, una nuova dimostrazione che lo stalinismo, come tutti i movimenti nati sul tronco dell’opportunismo e del revisionismo, non può che seguire fino in fondo la sua parabola al servizio della conservazione borghese e della controrivoluzione. Non ci sono ritorni indietro, sulla via del tradimento; non ci sono « esperienze » che possano « raddrizzare » un movimento a base proletaria inquadratosi nell’ordine costituito, nella sua ideologia e nella sua pratica. Più il peso della dominazione di classe grava sulle spalle del proletariato internazionale, più lo stalinismo invoca la collaborazione fra le classi, e lavora a spuntare le armi, le sole armi di offesa e di difesa, della classe operaia. Alla classe esso sostituisce il « popolo »; alla guerra fra le classi la collaborazione pacifica; alla negazione rivoluzionaria del regime capitalistico la sua accettazione e, al massimo, la sua « riforma ». Esso collabora così attivamente a prolungare la vita della società borghese.