Si prepara il carrozzone elettorale
Categorie: Democrazia Cristiana, Italy, USA
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Poiché, per concorde decisione dei numi tutelari della democrazia e della repubblica italiana, l’anno venturo sarà dedicato a nuovi ludi elettorali, non stupisce che i massimi problemi dai quali i nostri governanti sono assillati siano, oggi, quelli relativi alle combinazioni di piccola alchimia elettorale meglio atte ad assicurare il successo all’équipe che, al governo o fuori, regge le sorti della patria tre volte benedetta.
Combinazioni tutt’altro che difficili. A un osservatore superficiale e, ancor più, all’osservatore interessato, può essere parso (o, nel secondo caso, può aver fatto comodo far credere) che sensazionali novità covassero nello schieramento politico italiano. Si è parlato d’interferenze della Chiesa nella politica democristiana, come se fosse il capitalismo a servire la Chiesa e non la Chiesa a servire il capitalismo: si è parlato di slittamenti a destra del Partito di governo e di abbandono della politica di centro a favore di un accordo con le « destre », come se fosse il governo a servire il partito e non il Partito a servire il governo; si è parlato di irriducibili contrasti fra il pezzo grosso e i piccoli calibri della coalizione del 18 aprile, come se questi ultimi avessero mantenuta una qualunque ragione autonoma di vita. E, naturalmente, si è attribuito alla « abilità » e al senso di moderazione di papà Alcide, novello demiurgo dell’Italia democratica, il superamento davvero miracolistico di questi contrasti « fondamentali ». La verità è che De Gasperi, quando ha « fatto il punto » a Predazzo, non ha cambiato nulla, non ha creato nulla, non ha detto nulla che non fosse già esistente: ha soltanto dichiarato chiuso il periodo di vacanza e di svago durante il quale il regime dominante concede ai puledri vecchi e giovani di sbizzarrirsi fuori dello steccato, salvo poi richiamarli dentro, alla sferza degli ordini di scuderia, quando sta per cominciare la gara e le capriole non solo non servono più, nemmeno come forma di allenamento, ma nuocciono all’efficienza fisica dell’équipe. In altre parole, la politica della coalizione di centro non è determinata né da particolari capacità di individui, né da ragioni programmatiche, ma dalle esigenze obiettive del regime: la coalizione del 18 aprile può avere, in questi anni, subito variazioni di forma, ma non è mai morta, ragione per cui nessun bisogno v’era di ricostruirla; posti di fronte al problema delle elezioni, i coalizzati hanno ripreso meccanicamente e automaticamente il loro posto, quello di ieri, di oggi e di domani. Tutto lì.
Quello che i proletari devono ben mettersi in testa è che non sono mai le elezioni a decidere: l’esito delle elezioni è già deciso. I bollettini di voto non sono né prima né poi i creatori della storia « nazionale »: sono forze obiettive internazionali quelle che spostano gli aggregati dei votanti sulla linea del loro campo magnetico. Il responso delle urne è prescritto ed obbligatorio; è prescritto ed obbligatorio è il gioco delle coalizioni, dove né principii né i programmi e nemmeno i giudizi di competenza o di abilità di persone contano, ma unicamente la fedeltà alle regole del gioco. La commedia elettorale serve; è necessaria; guai se, nelle condizioni di fatto d’oggi, la si abolisse – sarebbe un duro colpo alla stabilità capitalistica: ma è appunto una commedia.
Del resto, sono gli stessi giornali borghesi a raccontarcelo. Sono essi a mettere l’improvvisa (improvvisa solo per la platea) conversione dei socialdemocratici e dei repubblicani alle formule elettorali della democrazia cristiana e l’attenuazione della rigidità delle sfere dirigenti di quest’ultima, in rapporto col viaggio di Pace in Italia, e coi severi moniti dei dirigenti economici e militari dei Piani atlantici degli Stati Uniti. Episodi, anche questi, per la platea; ma al cui fondo sta un fatto reale, che cioè la continuazione di una politica di centro, non soltanto nel fatto (giacché non è mai venuta meno) ma anche nella forma (che serve ad épater le bourgeois) risponde a concreti interessi internazionali, e vive in funzione di essi. La borghesia italiana può mugugnare; ma sa ben rispondere al suo interesse, né sarà Nenni a insegnarle il modo di curarlo. L’Italia che mendica il rispetto del suo ultimo lembo di orgoglio nazionale ferito (Trieste) e, più concretamente, dollari e commesse (Pella), sa anche che tutto questo comporta un certo gioco, e che le regole del gioco vanno rispettate. La politica filo-americana la farebbe anche un governo non di centro; ma che sia di centro, cioè di massima stabilità, è un punto di vantaggio, che il padrone imperialistico non desidera lasciarsi scappare — si chiami De Gasperi oggi, o magari Nenni domani.
Il carrozzone elettorale e governativo è già qui bell’e pronto. Le elezioni servono unicamente a dare all’uomo della strada l’illusione, la prossima primavera, di averlo « scelto » lui. È la solita carnevalata, di ogni anno e, se occorre, di ogni semestre.