Da Mossadeq a Naguib
Questo articolo è stato pubblicato in:
Non siamo né dei profeti né degli innamorati della cronaca sensazionale: non ci perderemo dunque, a proposito dell’Egitto e dell’Iran, né in fantasticherie su quello che potrà avvenirvi, né in pezzi di colore su quanto vi avviene. Ma lo sviluppo della situazione tipica di quei due Paesi e non di loro soltanto – sviluppo che non si misura né ad episodi né a periodi di tempo brevi, ma a cicli – ci sembra delinearsi con sufficiente chiarezza nelle linee generali.
La giovane borghesia nazionale egiziana e iraniana può aver risolto il problema spettacolare e immediato di un avvicendamento nel personale di governo, ma le forze che comandano la situazione – forze economiche, forze sociali – sono più forti di lei. La retorica nazionalista non basta a far funzionare la raffineria di Abadan né a mandare avanti le piantagioni di cotone: alla lunga – tanto più alla lunga in quanto si tratterà di salvare la faccia – Mossadeq o Naguib dovranno trovare un accomodamento col capitale internazionale. Questo può aspettare: loro no.
Ma l’incognita per entrambi è nel sottosuolo sociale. In tutti e due i Paesi le masse sono in movimento: non certo in modo chiaro e con direttive coscienti, ma con la violenza delle grandi esplosioni elementari; né saranno i palliativi di riforme agrarie votate da Parlamenti o decretate da generali, a frenarle. Mossadeq e Naguib hanno già fatto i galloni nella repressione di moti di piazza e di officina; e sarà anche la violenza del tumulto sociale, legato nel suo evolversi al tumulto economico di paesi in gran travaglio, a ribadire i loro legami con l’«odiato straniero», col capitale internazionale che oggi rifiutano.