USA modello insuperato di Stato totalitario
Indici: Movimento Operaio negli USA
Categorie: AFL, CIO, Union Question, USA
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Lo sciopero dei siderurgici, terminato dopo circa due mesi di sospensione del lavoro, ha portato in primo piano la questione dei rapporti tra sindacati e governo degli Stati Uniti. Non sarà male intrattenersi brevemente sull’argomento, che non si può ignorare, volendosi possedere una esatta cognizione del reale fondamento della dominazione del capitalismo in America.
L’enorme massa di materie prime contenute nel sottosuolo, il grado altissimo di concentrazione del capitale, l’estesissimo mercato interno, il controllo del mercato internazionale, ecc. sono dati che non bastano da soli a spiegare la mostruosa potenza dello Stato statunitense, anche se è vero che non si può prescindere da essi. Potenza dello Stato americano significa, ciò è perfino ovvio per i marxisti, potenza della classe capitalista, che controlla e monopolizza i mezzi di produzione. Ma è altrettanto chiaro, per chi segue il metodo classista, che la dominazione sociale e politica della classe borghese si fonda sui rapporti esistenti tra essa e le masse lavoratrici salariali. Ora il più ricorrente luogo comune in tema di democrazia americana, consiste nel concetto, caro ai pennivendoli, dell’apoliticismo delle mastodontiche organizzazioni sindacali statunitensi, di cui le più importanti – la Federazione americana del lavoro (A.F.L.) e la Associazione delle organizzazioni industriali (C.I.O.) – inquadrano insieme circa 14 milioni di lavoratori, vale a dire il 90% degli iscritti ai sindacati. Dalla supposta assenza di ogni indirizzo politico nell’azione delle onnipotenti gerarchie dirigenti, i famosi bosses, il giornalismo borghese deduce la sospirata confutazione della teoria marxista della lotta di classe, cioè del tipo di produzione sociale fondato sullo sfruttamento e l’espropriazione delle masse lavoratrici. In realtà, ciò che non esiste ancora, negli Stati Uniti, è la traduzione sul piano politico e ideologico, che non può essere che opera di un partito rivoluzionario, della lotta economica, reale e innegabile, tra imprenditori capitalisti e lavoratori salariati. Ciò è reso materialmente possibile, proprio per il politicismo, che neppure si tenta di dissimulare, della burocrazia sindacale dominante, la quale si inserisce direttamente o indirettamente nella macchina dello Stato, come elemento indispensabile e insostituibile della sua politica di conservazione sociale.
Il rifiuto, teorizzato da Samuel Gompers, il forcaiolo padreterno del sindacalismo americano e fondatore dell’A.F.L., di costituire un Partito politico del lavoro, continua ad essere il primo comandamento delle «tavole della Legge» dei suoi degni discendenti. Ma, sulle orme del capostipite, i gerarchi del sindacalismo americano non si peritano di riconoscere specifici obiettivi di ordine politico al movimento sindacale. Secondo il mensile Nel mondo del lavoro stampato in Italia con i dollari M.S.A., il criterio di azione del sindacalismo statunitense sarebbe condensato nella formula «Premiare gli amici del lavoro e punire i nemici». Difficile è trovare una espressione più eloquente dell’opportunismo controrivoluzionario di tutti i tempi e luoghi. Gli «amici» e i «nemici», da premiare e da punire, dei sindacati americani non escono, come parrebbe, dal quadro della classe capitalista. Qui ci troviamo di fronte a un caso chiarissimo dell’assoluta impossibilità di intendersi esistente tra l’opportunismo e il marxismo rivoluzionario. Per i marxisti, gli operai non contano «amici» nel campo sociale; essi non possono fondarsi che sulle proprie esclusive forze di classe, anche se il movimento rivoluzionario si presenta, in determinati paesi, come confluenza dell’azione del proletariato industriale e di quello agricolo. Né possono considerarsi tali i ceti intermedi che per la loro natura sociale non posseggono alcuna capacità di assumere posizione autonoma nel duello tra le classi fondamentali della società borghese, anche se costituiscono una pesante massa passiva di manovra nelle mani del Capitale. Con tale premessa, il marxismo deduce la tesi della necessità della esistenza di un partito autonomo di classe del proletariato, muvente sulle linee di un programma di azione eversiva nei confronti della classe borghese. Contrariamente, la assurda tesi della possibilità di trovare «amici» del proletariato nel seno della classe borghese, con i quali contrattare l’appoggio offerto come contropartita di concessioni salariali ammette apertamente il carattere eminentemente politico del movimento sindacale americano. Anzi, il rifiuto di fondare un partito autonomo del lavoro e di concepire il sindacato come una succursale della macchina fabbricavoti dei maggiori partiti politici americani, affittabile all’uno o all’altro in cambio di garanzie di appoggio alle eventuali azioni sindacali, esaspera il politicismo che caratterizza tutti i movimenti sindacali, e non solo quello americano. Infatti, da tale principio, dal fatto di concepire l’indirizzo politico del sindacato come «premio» da assegnare di volta in volta al partito politico «amico» dei lavoratori, scaturisce inevitabilmente la conclusione che il sindacato americano è legato a tutti i partiti politici in cui si schiera l’unitaria classe borghese dominante.
Tradizionalmente, i maggiori sindacati, A.F.L. e C.I.O., navigano di conserva con il partito democratico. Prova ne sia l’attivo appoggio dato alle rivendicazioni del sindacato siderurgico dal governo di Truman, in occasione del recente sciopero. È nel partito democratico che razzola il fior fiore dei bosses sindacali, comodamente annidati accanto ai rappresentanti dei piantatori conservatori del Sud, i re del tabacco e del cotone, accanto agli intellettuali radicaleggianti new-dealisti, agli industriali milionari del tipo di Averell Harriman. Ma, in linea di principio, i dirigenti sindacali, i quali, sia detto per inciso, costituiscono uno strato di autentici nababbi onnipotenti, non respingono accordi ed intese politiche con i repubblicani, anzi, in occasione di elezioni alle cariche cittadine e a quelle degli Stati dell’Unione, informano a tale principio la prassi abituale delle organizzazioni sindacali periferiche. Il che non succede in altri paesi, specie nell’Europa occidentale, ove, come in Italia e Francia, la linea politica dei vari sindacati è caratterizzata da rigida esclusivistica adesione e soggezione a determinati partiti, che egregiamente dissimulano, con abile manovra politica ed elettorale, la comune origine e funzione conservatrice. Negli Stati Uniti, invece, i sindacati, postulando l’adesione condizionata a qualunque partito politico disposto a difendere al Governo gli interessi dei sindacati, dimostrano con ciò solo che la pretesa apoliticità, o meglio apartiticità di principio, maschera a mala pena l’effettivo inserimento del sindacalismo U.S.A. nella macchina dello Stato. Allora, potremmo dire che la loro azione si ispira alla formula: «Legati a condizione con il partitismo, incondizionatamente allo Stato capitalista». E che significato ha in concreto l’inserimento dell’opportunismo nella macchina statale borghese, se non quello di totalitarismo?
La Sinistra Italiana ha caratterizzato in maniera netta, e fin dal suo sorgere, il fenomeno totalitario. Totalitarismo, fu spiegato al degenerante Komintern, è la fusione dei metodi classici di governo della borghesia capitalistica con il riformismo degli strati opportunistici della piccola borghesia e della aristocrazia operaia: il partito unico di governo borghese, inaugurato dal fascismo, doveva tradurre nella concreta realtà storica l’organica convergenza del capitalismo con il riformismo opportunista ed antirivoluzionario, denunciata dal marxismo fin dal suo apparire come corrente di pensiero scientifico.
Alla luce di tale principio che fa giustizia di tutte le menzogne e le apparenze esteriori della democrazia multipartitica, si conclude agevolmente che il totalitarismo borghese raggiunge il massimo della perfezione proprio nel preteso paradiso della democrazia, negli Stati Uniti, cioè nel paese in cui un partito operaio del lavoro non è finora esistito, nemmeno nelle forme tradizionali dell’opportunismo, in forme autonome e distinte, ma si è perpetuato, fin dall’epoca della intensiva industrializzazione dell’Unione, come appendice, meglio, come parte integrante del totalitario partito borghese americano al potere. A rigore, non bisogna attendere l’avvento del fascismo mussoliniano per poter dire: «Adesso nasce il totalitarismo». La verità è che il capitalismo americano, nonostante i giuramenti di rispetto alla democrazia fatti sulla Bibbia e sul dollaro, nelle forme tipiche del totalitarismo, proprio in quelle, si è sviluppato. E quando sentiamo dire che il fascismo o il nazismo o lo stalinismo debbano considerarsi quali prototipi del totalitarismo, perché irreggimentanti partito borghese e sindacato in una unitaria organizzazione di governo, rigidamente gerarchizzata, anzi quali agenti storici destinati ad estendere e generalizzare al mondo intero, a seguito di una guerra mondiale vittoriosa, le forme politiche del totalitarismo, non possiamo a meno di sorridere di compassione per gli asini che ragliano simili idiozie.
Il capitalismo americano non ha nulla da imparare in tema di totalitarismo, anzi è maestro agli altri capitalismi del mondo nell’arte di far indossare al totalitarismo gli abiti sbrindellati della democrazia. D’accordo, ciò non dipende, certamente, da particolari qualità soggettive della borghesia americana, che possiamo tranquillamente definire la più cafona e grossolana in tutti i rami della scienza e dell’arte. A conferma del determinismo storico, dipende dallo obiettivo sviluppo del capitalismo americano, in rapporto alle condizioni storiche e geografiche che gli sono state proprie, e di cui non è dato ovviamente discorrere in questa sede. Rimane comunque il dato di fatto innegabile che la democrazia del dollaro riveste di forme ingannevoli un totalitarismo che non abbisogna certamente di apporti d’oltre oceano per opporre una tremenda diga all’irrompere delle forze rivoluzionarie.