Partito Comunista Internazionale

Una “rivoluzione sociale pacifica”

Categorie: Opportunism

Questo articolo è stato pubblicato in:

Nel n. 11 di questo foglio abbiamo brevemente commentato una polemica che si svolgeva tra il Notiziario della Pesca e il Timone, nella quale l’uno vantava l’opera governativa nei riguardi dell’assistenza sociale dichiarando che l’Italia ne ha il primato fra le altre nazioni, l’altro la definiva demagogica e rovinosa, poiché gli elevati oneri sociali, ammontanti a circa il 50 per cento dei salari corrisposti, non vengono redistribuiti sotto forma di assistenza alle classi lavoratrici ma, andando a finire nelle «ingorde fauci» di una burocrazia parassitaria, raggiungono il solo effetto di aumentare i costi di produzione e di soffocare quindi l’esportazione. Il Timone non si accontenta di fare simile critica, ma dà pure una ricetta per ovviare ai due mali citati. Questa consiste in una riforma degli istituti previdenziali, tesa allo scopo di far rendere questi almeno come quelli stranieri che, con minime risorse di contributi versati, riescono ad offrire migliore assistenza ai lavoratori e consentono alle industrie minimi costi.

Nel nostro commento affermavamo che l’affanno del Timone ha due semplici aspetti: uno economico, che vuol realizzare il massimo profitto capitalistico; un altro politico, consistente nel voler meglio tener soggetta la classe operaia grazie alla panacea dell’assistenza sanitaria ecc. Abbiamo inoltre sarcasticamente detto che nelle proposte del Timone per risolvere i due problemi non c’è nemmeno originalità, perché è un secolo che riformisti di tutti i colori ci raccontano le stesse cose.

Ma il Timone non ha capito niente o ha finto di non capire, perché ha commesso l’errore di confondere il nostro giornale con l’Unità o roba del genere, nel suo articolo intitolato «Rivoluzione sociale», apparso nel numero del 7-14 giugno 1952. Prima di passare a commentare il significato dell’articolo confutiamo un punto di esso nel quale ci si contesta l’affermazione che il peso di tutta la burocrazia grava sulle spalle del solo operaio attivo e mai dell’imprenditore. Tralasciamo la dimostrazione teorica e consideriamo solo la prova dell’esperienza che la convalida. Abbiamo mai visto finora la classe capitalistica nel suo insieme fallire sotto il peso di questi «oneri sociali» e restar sottomessa alla burocrazia verso la quale mostra tanto odio? No! Dunque, chi si sgola ad urlare contro i parassiti burocrati è solo il piccolo borghese che nell’affannosa lotta col grande capitale vuol trovare un rimedio alla sua imminente rovina. Egli non si rende conto, accecato com’è dalla concorrenza, che quando avviene in Italia non è un prodotto di fattori soggettivi quali lo «spirito egoistico» della burocrazia, ma un portato storico legato allo scarso sviluppo industriale rispetto a quello di altre nazioni dove perciò, essendo la popolazione attiva più numerosa, è possibile con minori prelievi dai salari disporre contemporaneamente di un migliore tenore di vita e di una larga assistenza sociale.

Andiamo a vedere ora in che cosa consiste questa «Rivoluzione sociale» e i mezzi e i metodi propugnati dal Timone per compierla. «Con l’ingranaggio delle tasse e più ancora e soprattutto con il meccanismo dei contributi sociali si può passare (sia pure senza accorgersene) dal regime capitalista al regime comunista o quanto meno ad un regime equivalente ad ogni effetto economico-sociale».

Sorvoliamo per brevità qualunque commento ai ragionamenti semplicistici ed assurdi che hanno condotto l’articolista a formulare simile teoria. Sorvoliamo pure il fatto che, mentre si fa tanto rumore per una riforma previdenziale, non si spreca una parola per la riforma tributaria (si vede che quella di Vanoni è sufficiente per cui il fisco e i suoi agenti potrebbero a onestà civica al… ). Osserviamo invece che, siccome tutti: democristiani, repubblicani più o meno storici, socialdemocratici, socialcomunistaliniani ecc., vogliono il comunismo o qualche «regime equivalente», nessuna meraviglia che la stessa cosa voglia pure il Timone. Naturalmente tutti offrono teorie apparentemente diverse per qualità e quantità di particolari riformistici ma tutte identiche nella sostanza: «avvicinare e conciliare due mondi: occidente e oriente, capitalismo e comunismo, iniziativa privata e impresa di Stato, datore di lavoro e lavoratore»… e chi più ne ha più ne metta.

Niente perciò urto armato fra classe capitalistica e classe proletaria, niente cioè rivoluzione politica, ma solo rivoluzione… sociale senza accorgersene! Che allegria!

Il marittimo