Una sintesi del pensiero di Gramsci
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A Napoli, il 6 agosto, si è tenuta una riunione alla quale hanno partecipato anche compagni di provincia. Essa era destinata a quesiti e risposte relativi al materiale apparso nel n. 3-4 di Prometeo. Tra gli altri il quesito posto da un compagno: Quale fu lo sviluppo del pensiero di Gramsci, che lo conduceva soltanto nel 1926 a riconoscere il carattere unitario del pensiero marxista?
È noto che gli studi e la preparazione di Gramsci, prima che egli si interessasse del movimento sociale, lo orientavano verso la filosofia idealista e inevitabilmente verso la visione idealista della storia. Dotato di non comuni facoltà critiche egli fu colpito dall’audacia delle posizioni demolitrici marxiste e si liberò con grandi sforzi del precedente bagaglio culturale. Tuttavia nel 1914-15 è ancora trascinato dall’interventismo di guerra; nel 1917, abbagliato dalla luce della rivoluzione russa afferma che, avendo il proletariato trionfato nel paese meno capitalisticamente evoluto, resta confermata l’influenza dei fattori di idealità e di volontà nella storia. Ciò che più colpisce però il giovane studente Gramsci è il vedere nel concreto contatto che l’operaio di fabbrica, di scarsissima cultura, supera nelle sue concezioni di partito, con naturalezza, scogli contro cui si infrange la potenza dei massimi filosofi. Questo fatto ad una mente potentemente analitica, ma ancora avida di scegliere tra le grandi sintesi generali, non appare ancora come un risultato dei grandi fattori generali rivoluzionari, che dialetticamente si originano in un quadrante sociale ed agiscono in quello opposto, ma come una proprietà intrinseca di quella varietà umana che è l’operaio d’industria.
Gramsci, arrivato a Torino, è colpito dal contrasto tra la situazione dei pastori, artigiani, contadini poveri della Sardegna e quella degli operai industriali che lavorano nelle grandi fabbriche e non solo conoscono attività e soddisfazioni poliedriche di vita ed hanno bisogni multiformi, ma appunto danno vita ad un movimento potente anche nelle teorie; ben lontani dall’abbrutito e passivo contadino minimo. Istintivamente è portato a lottare contro questa “ingiustizia” e l’apologia della manifattura che egli legge in Marx gli fa credere che detta ingiustizia possa essere riparata dalla soppressione delle zone depresse con la conseguente generalizzazione dello sviluppo industriale: è già un rivoluzionario proletario, ma in realtà è ancora un rivoluzionario borghese. Questo spiega il suo incontro con la “Rivoluzione liberale” di Gobetti, il quale sostiene un secondo Risorgimento nazionale e liberale da portare alle estreme conseguenze. Ma di qui, soprattutto, la teoria dell’ordinovismo che considera di già realizzate le condizioni per la trasformazione socialista delle zone industriali qualora si rimuova l’unico ostacolo rappresentato dalla persistenza dell’imprenditore privato. L’azienda, la sua gerarchia, il suo funzionamento vengono idealizzati ed i “Consigli di Fabbrica” quale organo di gestione rappresentano il perno attorno al quale ruota il compimento della trasformazione sociale. Su tale schermo è visto il problema politico di partito ed anche quello sindacale: il gruppo parlamentare socialista e la Confederazione generale del lavoro sono combattuti, perché, con i contatti tra lavoratori ed industriali, attenuano la lotta in ciascuna fabbrica. Questo sistema aziendalista vuole una specie di polarizzazione di ciascuna molecola aziendale che sgangi nel suo interno le opposte polarità; non vede che esteriormente e a freddo la divisione in classi sociali della nazione, della società internazionale.
Per i marxisti, invece, e questo fu detto fin dal sorgere dell’ordinovismo da parte del gruppo del Soviet il cui terreno di lavoro era rappresentato dal Partito Socialista e dai sindacati inquadrati nella Confederazione generale del Lavoro, il problema va impostato su ben altre basi. Gli attributi diretti della società capitalistica sono: 1) la divisione del lavoro e il dispotismo nel quadro dell’azienda (secondo il nitido concetto di Marx, sviluppato nella recente riunione di Roma, ogni dipendente è schiavizzato dall’azienda come meccanismo materiale; la personificazione di essa azienda nel padrone è elemento accessorio e non necessario); 2) l’anarchia dei rapporti sociali nel seno della società; l’una e l’altra eliminabili unicamente con la generale lotta nazionale ed internazionale per abbattere la classe dominante e il suo stato politico.
L’azienda non è ossatura del nuovo regime costituitasi di già nella società borghese, non è cellula del nuovo tessuto sociale, ma ergastolo da infrangere e questo nella visione della lotta organica diretta dal partito di classe per distruggere il potere statale borghese e costruire, attraverso la dittatura proletaria, il massimo sviluppo industriale in tutte le zone, non però fondato sulle cellule che costituirebbero le aziende facentisi concorrenza fra di loro, ma centrato sulle esigenze della produzione generale. Non è dunque la industrializzazione generale la piattaforma della presa del potere e della gestione dell’economia da parte del “sistema dei consigli”: e l’errore regionale si connette a questo poiché una tale concezione non vede che occorre fin da ora colpire centralmente lo stato nazionale borghese che, per difendersi, fa appunto leva sulle differenze tra Nord e Sud, tra regione e regione, tra zone industriali e zone agrarie, servendosi talvolta dei contadini soldati e poliziotti contro gli operai; corrompendo altra volta talune categorie operaie elevate a detrimento del consumatore contadino e generale.
Ma Gramsci, il quale aveva aderito alla Terza internazionale, fu costretto ad abbandonare progressivamente il suo primitivo bagaglio ideologico di indole non proletaria; quando lesse le tesi di Lenin del 1920 sui Consigli di Fabbrica fece i primi passi verso la concezione marxista e nel 1926 fu costretto a dichiarare apertamente che la Sinistra aveva sempre avuto ragione proclamando che l’adesione al marxismo «comporta una visione ben definita e distinta da tutte le altre dell’intero sistema dell’universo anche materiale» (Prometeo, n. 3-4, Comunismo e conoscenza umana).
La trattazione di questo punto si innestò, a varie riprese, alla risposta ad altri quesiti relativi allo scritto stesso e tendenti specialmente a che fosse precisato il rapporto tra filosofia e marxismo.