Partito Comunista Internazionale

Una pericolosa illusione

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Troppa gente vive oggi suggestionata dal fascino della insurrezione a cui attribuisce il potere magico d’aver brutalmente cambiato il corso alla storia, indirizzandone gli accadimenti verso una radicale trasformazione della società nei suoi rapporti di forza, nella sua fisionomia sociale per una più giusta distribuzione della ricchezza. Come se l’uso delle armi, anche se fatto da larghi strati di masse proletarie, potesse conferire importanza d’azione rivoluzionaria senza che presenza di favorevoli condizioni obiettive e un ben chiaro e determinato piano di realizzazioni concrete ne rappresentino una legittimazione storica.

Tutti han parlato d’insurrezione, ma chi si è chiesto, anche tra quelli che militano nei partiti che l’insurrezione hanno a lungo teorizzato e propugnato e predisposto, se effettivamente può aver senso storico un’insurrezione che non ha posto né risolto alcun problema fondamentale, che non è riuscita, anche perché non ha voluto, a condurre le forze sociali che hanno impugnato le armi sul piano concreto delle realizzazioni rivoluzionarie?

L’esperienza recente ha dato la più eloquente e palmare dimostrazione della incapacità di un moto, sia pur esso proletario, di concretizzare alcunché di fondamentalmente serio e duraturo nel senso della classe se non ha osato spezzare non solo l’impalcatura di una esperienza politica come quella fascista, che è stata di fatto e radicalmente spezzata almeno nelle forme esteriori e più odiosamente appariscenti, ma lo stato nella sua essenza di classe e nella sua funzione di organo oppressivo del proletariato.

Difatti, tolto di mezzo il fascismo, il mazziere per eccellenza largamente foraggiato col sudore e col sangue degli operai, è rimasto in piedi nella sua interezza economica, nel pieno possesso della sua forza e della sua autorità di padrone, il quale da buon amministratore dei suoi interessi, deve aver già provveduto alla sostituzione del mazziere in camicia nera con qualche altro in camicia mimetizzata.

L’operaio che aspira in ogni fase di crisi dell’antagonismo di classe a porre il suo problema di emancipazione, si trova, ad insurrezione conclusa, nelle condizioni di prima colla prospettiva della continuazione della guerra, colla visione di una pace in cui non potrà giocare alcun ruolo e, immediatamente, con l’urgenza, data dalle necessità delle sue tristi condizioni economiche, di rientrare nello stabilimento a testa bassa per la constatazione mortificante di sentirsi ancora non padrone del suo lavoro e del suo destino. L’operaio è tornato praticamente com’era, disarmato nei mezzi materiali della sua lotta, e, quel che è peggio, nella sua capacità di far sua la teoria della rivoluzione quale scaturisce dalle lunghe e dolorose esperienze avutesi in questi ultimi decenni su scala mondiale.

Se ne conclude che l’insurrezione che non pone all’ordine del giorno il problema fondamentale della conquista rivoluzionaria del potere potrà avere gli effetti che si vuole, ma non certo considerarsi come l’atto di rottura da cui scaturiranno, impetuose e incontenibili le forze della rivoluzione.

Tale è la situazione che risulta all’analisi cruda ma vera del marxismo, da cui appare evidente, da una parte l’aspirazione proletaria ad andare oltre, a concludere sulla via della sua liberazione, a puntare decisamente verso il potere e dall’altra l’impaccio in cui sono venuti a trovarsi i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, costretti a giocare all’insurrezione mentre la guerra è in atto, nell’ambito dello stato borghese e presi alla gola dal bisogno di esaltare un moto proletario privo in realtà di un avvenire concretamente classista e rivoluzionario, a cui rispondono l’eco del fragore delle armi non ancora del tutto spento e la voce del capitalismo fattasi improvvisamente dura al congresso di San Francisco, la quale ammonisce che la pace deve in definitiva rinsaldare il suo potere, e quello soltanto, e che la sua organizzazione deve mirare a togliere al suo avversario storico, il proletariato, ogni velleità di conquiste rivoluzionarie.

Tutto ciò è politicamente chiaro, ed è istintivamente sentito dalle masse, ma compito delle forze sane della rivoluzione è di tradurre questo stato d’animo generalizzato in convinzione politica e farne un elemento attivo, determinante delle lotte sociali che stanno maturando in una situazione obiettiva così ricca di promesse.

Altrettanto chiaro appare l’indirizzo che stanno per assumere le forze politiche italiane: i sei partiti, ideologicamente legati alla guerra che dovranno comunque portare a compimento in senso internazionale, si pongono quale forza essenziale di direzione politica col compito di incanalare la crisi del dopo guerra nell’alveo della legalità borghese che avrà nella costituente la sua più alta, concreta ed espressiva manifestazione. Di fronte ai sei partiti e contro l’eventuale loro dittatura, tutte le formazioni politiche a tradizione proletaria e clandestina, non legate al Comitato di Liberazione Nazionale e quindi alla guerra e alle sue conseguenze, che vedono nell’esperienza democratica l’estremo tentativo borghese di addormentare le masse col narcotico della libertà per guadagnar tempo e sanare così le ferite della guerra e della crisi, porranno risolutamente il problema del potere che va oltre la democrazia tradizionale e la sua Costituente, il problema cioè di tutto il potere al proletariato.