L’intellettuale proletario
Categorie: Antifascism, Fascism, Italy, Opportunism
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È tempo che l’intellettuale si rassegni ad essere nulla più di un lavoratore, è tempo che si rassegni a scendere dal pallido olimpo a cui ha sempre creduto d’aver diritto, come dire? gratuitamente, per nobiltà, di casta. Un lavoratore vale soltanto in quanto produce; tanto più vale quanto più e quanto meglio produce, quanto più è utile alla società in cui vive. Nessuna aristocrazia, dunque; soltanto lavoro. È tempo, soprattutto, che di questa verità l’intellettuale, ora che sta svegliandosi, sia non persuaso, ma cosciente. Gliene verrà un’umiltà finora a lui sconosciuta, e quanto benefica per tutti! La vanità «di categoria» così comune fra gli intellettuali lascerà allora il posto a una coscienza sociale, proprio a una coscienza di classe da cui saranno vivificate e rese umane, terrene, le loro più alte ideologie. Allora soltanto, consci delle proprie responsabilità concrete e dei propri forti doveri, essi potranno accampare dei diritti, allora soltanto, cioè, la classe lavoratrice avrà il dovere di riconoscere all’«intelligenza» da loro rappresentata (e le verrà fatto di riconoscerli naturalmente) il compito e il diritto di assumere funzioni direttive nell’organizzazione dello stato nuovo, di esserne, per così dire, un segno d’orientamento, la bussola. Il proletariato sbaglia quando crede di poterne fare a meno, ma la colpa non è sua. La colpa è degli intellettuali, che sono stati finora, e minacciano di continuare ad esserlo nonostante la novità degli atteggiamenti, gli eleganti e preziosi esponenti della classe borghese: tutti, anche (suo malgrado) Picasso, secondo l’opinione non facilmente confutabile di Max Raphael.
Trascuriamo per ora quell’eccelso e lontano esempio di situazioni forse inevitabili, storicamente. Ci preme prima, guardare vicino a noi, dove non vediamo nemmeno un Picasso. I nostri intellettuali! Li abbiamo sentiti dire tante volte che il corto respiro delle loro opere (quando si trattava di artisti), e comunque il loro disagio eran dovuti alla mancanza di una civiltà intorno a loro; ma non si domandavano mai a chi soprattutto toccasse di crearla, una civiltà, di adoperarsi anche col proprio modo di vivere per crearla, per arricchire, per liberare la vita di tutti, non soltanto la propria, oltre i limiti privati dell’espressione. Sicché una blanda critica inespressa, un’acquiescenza colpevole, nei migliori una vaga quanto vana e snobistica fronda oppure l’isolamento, il silenzio, un assenteismo altrettanto colpevoli nei confronti della lotta contro ogni manifestazione della supremazia borghese di cui il fascismo fu l’estrema esasperazione, tennero luogo di quell’intima violenza che sola può alimentare una fede e reggere giustamente e umanamente la vita. Era il costume borghese, colorato naturalmente di cattolicismo, quello dei nostri intellettuali: un poco di ipocrisia, un poco di compromesso, un poco di opportunismo, un poco di viltà; e mentre nelle fabbriche i lavoratori dal cuore schietto si prodigavano rischiosamente, quotidianamente da vent’anni perché le basi della nuova società gettate dalla rivoluzione russa non fossero scosse dagli ultimi tremendi conati della borghesia in crisi, i nostri intellettuali, almeno la più gran parte di loro, facevano all’amore con Bottai, e da lui, che abilmente li adulava, si lasciavano comprare. Cecità? Amore di quieto vivere? Egoismo? Può darsi; comunque, una forma mentis prettamente borghese, un agnosticismo che ciascuno di loro nella propria coscienza, e tutti insieme nella loro condizione comune, dovrebbero scontare per esserne riscattati. Il fascismo non lo ha fatto Mussolini soltanto, lo hanno fatto gli italiani con lui, certi italiani. Ma temiamo che nulla sostanzialmente sia cambiato, perché non bastano le parole, i facili entusiasmi, l’ingenua e legittima euforia di una settimana o di un mese nell’illusione che una vera libertà sia già del tutto raggiunta, anche se non è stata del tutto «conquistata», da parte degli intellettuali. Che cosa hanno essi da dire, per ora, ai proletari? Non molto. Nulla, ad ogni modo, hanno da insegnar loro; per ora non possono presumere di dirigerli, non ne hanno ancora il diritto né la capacità, mentre ne avrebbero il grande dovere. Per ora i proletari non hanno bisogno di sentirsi dire da loro che cosa devono fare o come devono comportarsi: lo sanno benissimo, da tempo, perché sanno chiaramente che cosa vogliono, non sono ciechi né passivi, non rinunciano a giudicare gli uomini e gli avvenimenti, non deificano nessuno, non credono a nessuno; e avendo nettamente coscienza dei loro doveri sociali e umani, non antepongono ai loro liberi e responsabili ideali ambizioni, arrivismi, privati interessi: come sempre hanno fatto.
Sono gli intellettuali che hanno molto da imparare da loro, essi che forse hanno ancora inconsciamente dentro di sé come una norma pseudomorale il deleterio credere obbedire eccetera, sicché, pur variando gli idoli, uguali rischiano di continuare ad essere i loro gesti, le loro parole, ahimè, la loro demagogia.
Nulla da sperare fintanto che l’intellettuale non si sarà fatto proletario. Allora soltanto la coscienza del mondo potrà essere illuminata da una luce nuova.