Partito Comunista Internazionale

La guerra e le condizioni di vita del proletariato

Categorie: Inflation, Italy, World War II

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Vogliamo esaminare brevemente in questo articolo le ripercussioni che la guerra ha avuto sul tenore di vita del proletariato italiano, mentre la classe borghese vedeva aumentare gli utili delle aziende, l’inflazione rivalutare i grandi patrimoni e l’organizzazione capitalistica superare la crisi che già aveva minacciato di scuotere la sua struttura economica. Partiamo a questo fine da un breve esame della situazione anteguerra.

Nel 1938 il reddito medio dell’operaio in tutta Italia era di L. 3500 all’anno. Le paghe orarie oscillavano dalle 1,50 alle 4 lire all’ora. Essendo una famiglia operaia composta in media di 5-6 persone, e calcolando che altre due persone giovani o donne fornissero un’attività retribuita, si aveva in media un reddito per persona di famiglia operaia di Lire 1500 all’anno. Occorre infatti tener presente che i ragazzi e le donne guadagnavano molto meno del capofamiglia. Come spendeva il suo reddito la famiglia operaia italiana?

Consumi annui in kg. per persona
Cereali e pane241
Carne e pesce24
Grassi 14
Latte e formaggi40
Legumi e frutta
Zucchero75
Caffè0,1
Bevande litri60

Oltre a questo, la famiglia acquistava qualche vestito ogni anno, almeno un paio di scarpe per persona, rinnovava la biancheria, comperava lenzuola, coperte, stoviglie, bicchieri ecc. Quando qualcuno si sposava, venivano utilizzati i risparmi per acquistare i mobili, trovare una nuova casa, traslocare, ecc. Era il periodo in cui bastavano 6000 lire per creare una nuova famiglia.

Naturalmente, anche allora l’abisso che separava i ceti sociali era grande, i consumi e i lussi degli uni significavano lo sperpero nel giro di poche ore di quello che altri guadagnavano in un anno, ma non è il caso d’occuparci qui di queste differenze, occorre piuttosto esaminare la diminuzione quantitativa subita dai consumi proletari e il corrispondente aumento del costo della vita.

Il tesseramento, iniziatosi praticamente nel 1938 con la fornitura di pane miscelato e altri provvedimenti limitativi dei consumi, fu seguito, man mano che il conflitto durava e s’inaspriva, da una spaventosa riduzione dei generi di prima necessità, i quali riapparvero sul mercato nero a prezzi sempre più alti e a condizioni di acquisto sempre più catastrofiche per le grandi masse. L’accaparramento e le offerte eseguite dai ceti finanziariamente forti fecero salire i prezzi molto al disopra del loro valore effettivo nella contingenza, né i proletari poterono rivalersi – come qualcuno sostenne – praticando essi stessi la borsa nera, giacché solo poche centinaia di persone erano realmente in grado di organizzare e alimentare il mercato clandestino. Contemporaneamente, la delittuosa politica fascista, conducendo una propaganda d’imbonimento contro la borsa nera, si accaniva contro il povero acquirente del chilo di burro, dimenticando intenzionalmente che gli effettivi disorganizzatori del mercato e gli inflazionisti erano non già i minutanti ma i grossisti e gli industriali che trattavano metalli, combustibili, partite varie per milioni. Comunque, il fascismo si accanì per anni a pretendere che il proletario vivesse con la tessera, la quale forniva in una settimana la razione sufficiente per un giorno. Prendiamo ad esempio i quantitativi forniti nel 1944, per non basarci su questi ultimi mesi di completa disorganizzazione: ora nell’anno in questione, il tesseramento dava a testa i seguenti quantitativi:

Cereali e panekg 109,5
Grassi2,5
Latte 
Formaggio2,5
Carne5

Basta un confronto con le cifre riportate sui consumi nel 1938 (già bassissimi, si noti, in confronto a quelli internazionali), per convincersi dell’abisso in cui la guerra gettava le classi lavoratrici.

È evidente, in tali condizioni, che il proletariato dovesse procurarsi in un modo o nell’altro altri viveri, se non voleva morir di fame. Contemporaneamente ai generi alimentari, la durata della guerra esauriva rapidamente le riserve d’altro genere, cosicché i singoli dovevano acquistare, seppure in misura non grande, oggetti di vestiario, stoviglie, biancheria o altro. Di costituire nuove famiglie non era il caso neppure di parlare.

Ora, nel compiere questi acquisti, quali aumenti di prezzo s’incontravano? Prendiamo per base il 1940 – anno già di guerra – e facciamo il confronto col 1944, includendo i generi razionati sui quali vigeva il calmiere:

Aumento indice dei prezzi nel 1944 rispetto al 1940 preso come 100
Alimentazione890
Vestiario1030
Alloggio (sfoll. compreso) 200
Riscaldamento1500
Spese varie 295

E tutte queste partite sono calcolate in base ai prezzi minimi.

Contemporaneamente, quali erano gli aumenti dei salari? Alla fine del ’44, un operaio qualificato prendeva L. 16 all’ora e, in media, la paga degli altri operai si aggirava sulle 10-12 lire (in alcuni casi, il salario scendeva a L. 6). Aggiungendo pure le indennità e altre voci, si ha un aumento che oscilla fra il 400 e il 500% contro un aumento perlomeno doppio nelle spese generali e quasi triplo in alcuni capitoli del bilancio.

Occorre commentare queste cifre?