Le nostre commemorazioni classiste
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Lenin e Russia Sovietica di oggi
Vi sono problemi la cui impostazione è bell’e definita. La realtà è talmente evidente che bastano pochi commenti per illuminarla. Lenin e la Russia degenerata del centrismo si trovano in una opposizione che non dipende solo dalle epoche storiche differenti, ma anche dalla natura, dalle basi, dalla struttura della loro evoluzione. Lenin è il proletariato che lotta per conto del proletariato mondiale ed arriva al trionfo della prima rivoluzione proletaria; la Russia di Stalin è la politica del capitalismo, camuffata in «stato proletario», che ha condotto il movimento operaio nel baratro della guerra e fatto dell’U.R.S.S. una vasta galera dove, come in Italia o in Germania, marciscono i proletari rivoluzionari. All’inferno nero e bruno, Stalin ha aggiunto quello rosso e questa sinistra trinità esprime l’aspetto più ripugnante della dominazione capitalista.
Sarebbe oltraggiare l’opera di Lenin il volere solo provare che tra il grande capo proletario ed il centrismo esiste la stessa differenza che tra classe proletaria e borghesia.
È bene però distinguere tra l’opera rivoluzionaria, che resta il patrimonio dei marxisti e l’opera controrivoluzionaria che dovrà essere annientata. Dire, a mo’ d’esempio, che è Lenin che ha generato Stalin sarebbe come dire che la rivoluzione dell’Ottobre 1917 ha generato gli odierni massacri per opera del centrismo, in Russia e lo strangolamento degli operai in tutti i paesi. Da ciò non vi è che un passo per dedurre la conclusione che la rivoluzione proletaria sia una utopia. Ma è una bisogna che lasciamo di buon grado ai rinnegati ed ai socialisti.
Ciò che è sicuro gli è che la rivoluzione genererà sempre la controrivoluzione. I migliori artefici di quest’ultima sono stati generalmente ex-socialisti od ex-comunisti, come lo è appunto oggi. Non è Rosa Luxemburg che ha generato Noske o la creazione del partito comunista italiano a Livorno, Mussolini, ma è la minaccia della rivoluzione proletaria che ha fatto concentrare il capitalismo attorno alle forze del suo regime che incarneranno meglio la sua reazione. In Russia, dove la rivoluzione aveva trionfato, attraverso una manovra più sinuosa il capitalismo si è ritrovato nel centrismo per decapitare non solo l’Ottobre, ma anche la rivoluzione mondiale.
Le difficoltà, gli errori, gli inevitabili tentennamenti di Lenin e dei bolscevichi hanno permesso al capitalismo mondiale, sin dai primi anni della rivoluzione, di introdurre le sue manovre economiche e politiche che, molto più che il blocco, dovevano provocare la frattura nel movimento comunista e la conseguente nascita del centrismo. La disfatta del 1923 in Germania è il frutto degli errori quasi inevitabili di Lenin e dei bolscevichi. Si stimava potere concludere accordi economici con stati capitalisti opposti ad altri: di fare intervenire lo stato proletario nel campo delle competizioni interimperialiste in vista di sfruttare le «crepe» (!) degli imperialismi a favore della rivoluzione mondiale. Si provocava invece la disfatta internazionale e in Russia dove, per usare una espressione di Lenin stesso, non erano più i bolscevichi che dirigevano lo stato ma piuttosto l’inverso.
L’evoluzione del centrismo significò la penetrazione progressiva del capitalismo negli organi dello stato sovietico nonché nei partiti comunisti. Nel contempo i marxisti venivano espulsi, perseguitati, arrestati, assassinati infine. Piani quinquennali; entrata nella S.D.N.; accordo colla Francia per conculcare il proletariato; aiuto all’Italia (forniture di petrolio) per l’avventura etiopica; processi di Mosca; massacro generalizzato; terrore sanguinario. Istituzione della costituzione «la più democratica del mondo»; elezioni plebiscitarie col loro simbolo Stachanov, cioè l’abbrutimento industriale. Guerra in Spagna ed in Cina. Ecco la catena che lega la Russia Sovietica al mondo capitalista. La realtà è questa: la Russia rappresenta oggi un settore importante del fronte capitalista (un «sesto del globo», per usare la formula centrista) e ciò dal punto di vista economico, sociale e politico. Sono le leggi economiche che regolano tutti i paesi borghesi quelle che regolano anche l’economia russa, malgrado l’assenza di capitalisti individuali indigeni. Il plusvalore dei proletari s’accumula nelle casse dei capitalisti stranieri e per una gigantesca industria di guerra che al bisogno vende, dietro moneta sonante, forniture militari in Spagna e in Cina. Socialmente e politicamente il proletario si trova di fronte ad un apparato statale che lo terrorizza ideologicamente e che adotta gli stessi procedimenti dell’Italia e della Germania.
L’opera di Lenin, di fronte a questo monumento della controrivoluzione, sembrerebbe incompleta ed evanescente se non la si allaccia all’evoluzione di quelli che, contro il centrismo, hanno incarnato il cervello della rivoluzione comunista mondiale che resta, malgrado tutte le vicissitudini, la necessità storica.
Lenin ha dovuto percorrere il cammino arido della formazione lenta e minuziosa del partito di classe ed in questo campo, malgrado gli errori che sono stati commessi dopo il 1917, il suo esempio resta un principio che ci ha guidati nella formazione della Frazione, unica via che può condurre al partito.
Per il problema dello Stato, è a Lenin che abbiamo potuto ricorrere per provare che la guerra in Spagna era capitalista perché a condurla era lo stato borghese che si lasciava sussistere. Sovrattutto Lenin non significa «il socialismo in un solo paese». Se si riportassero tutti i suoi punti in cui afferma la impossibilità di costruire il socialismo in Russia senza la rivoluzione mondiale e quelli per la costruzione immediata del socialismo, si vedrebbe che l’essenziale fu, per Lenin, la rivoluzione mondiale di cui Ottobre doveva rappresentare lo strumento e non lo strangolamento degli operai degli altri paesi per mantenere una Russia dove il centrismo ha assassinato tutti gli artefici della sua rivoluzione.
Tocca alle Frazioni di Sinistra di continuare Lenin sforzandosi di costruire la teoria per la gestione dello stato proletario, correggendo così i suoi errori, distruggendo talune delle sue ipotesi, per affermare infine la subordinazione di questo stato al movimento internazionale; l’impossibilità di intervenire sul fronte degli interessi inter-statali (sempre solidali contro il proletariato) e l’opposizione irriducibile tra le leggi dell’economia capitalista e di quella proletaria.
Trotsky che non si metterà su questa via e resterà nel vicolo della difesa letterale di Lenin finirà col precipitare dall’altra parte della barricata, in combutta con socialisti e centristi.
L’opera di Lenin si continua adunque nelle Frazioni che rappresentano il crogiolo storico in cui Ottobre 1917 ha gettato tutti i suoi problemi, quelli già definiti, e quelli non ancora completati.
Il centrismo che detiene il cadavere imbalsamato di Lenin, che s’illude aver annientato lo spirito di Ottobre 1917 col massacro dei suoi realizzatori, gongola di aver sotterrato per sempre l’opera di Lenin. Dimentica però gli insegnamenti della storia. La rivoluzione, come ha detto Rosa Luxemburg, rinasce sempre dalle viscere stesse della società capitalista, più forte, più formidabile che mai, arricchita dagli insegnamenti stessi della disfatta.
I proletari d’Italia debbono commemorare Lenin lottando per la liberazione degli incarcerati politici in Russia, contro gli assassini perpetrati da Stalin. Resteranno fedeli all’opera del grande capo proletario solo ripudiando ogni difesa dell’U.R.S.S., dove oramai si dovrà lottare, come altrove, per la riscossa rivoluzionaria del proletariato.
I capi del proletariato tedesco
Diciannove anni orsono i sicari del capitalismo tedesco, o per meglio dire del capitalismo mondiale, assassinavano nelle vie di Berlino i rappresentanti più qualificati dello Spartacus-Bund: Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht.
Con questo atto il capitalismo realizzava un duplice obiettivo: prima quello di arginare con uno sbarramento di sangue l’orientazione delle masse proletarie verso la formazione del partito capace di porre a breve scadenza, col maturarsi delle situazioni, il problema della conquista del potere politico; secondo quello di servirsi su vasta scala dell’arma della social-democrazia per reprimere nel sangue ogni manifestazione proletaria.
Se durante la guerra questa arma aveva rappresentato per il capitalismo la menzogna, il tranello per irregimentare le masse verso il macello imperialista, al termine di questa, col risveglio delle masse, una nuova fase si apriva esigendo da questa la funzione che gli spettava: quella del boia.
Ormai come il ricordo di questi due martiri restano scolpiti nel cuore di tutti gli oppressi, egualmente i suoi esecutori, i Noske, i Scheidemann, la social-democrazia mondiale, portano il marchio infamante di questo, di tutti i loro crimini.
Che oggi la socialdemocrazia possa trovare nei nuovi boia centristi gli agenti pronti di rifare loro una verginità e permettere loro di ripresentarsi fra le masse operaie, non significa nulla di strano. La convergenza della loro funzione lo spiega, ma nuovi e vecchi compari anche se oggi possono spalleggiandosi continuare ad ingannare le masse, questo non infirma il giudizio della storia, anzi questo permetterà meglio ai proletari smarriti di ritrovarsi domani e comprendere il vero linguaggio della lotta di classe.
Oggi questa commemorazione assume per il corso delle situazioni una importanza ed un valore maggiore inquantoché essa rappresenta per i nuclei d’avanguardia un mezzo per ricordare ai proletari che oggi sono vittime dell’inganno social-centrista, quale fu il ruolo di Liebknecht e di Rosa nel corso della guerra imperialista.
In effetti il capitalismo che aveva nel 1914 realizzata l’Unione Sacra, per soffocare nel sangue della guerra imperialista i contrasti di classe, vedeva nei suoi avversari il pericolo, la forza che sarebbe portata dal corso delle situazioni a porre all’ordine del giorno il problema della rivoluzione proletaria. Di conseguenza tutto doveva essere diretto per soffocare questa forza, per impedire che il proletariato tedesco forgiasse all’immagine del partito bolscevico il suo vero partito di classe.
E quando questa nuova forza che durante la guerra aveva dovuto soffrire della repressione e dell’isolamento, irrompe nel braciere dei conflitti sociali apportandovi le armi indispensabili per la battaglia che si annuncia prossima, allora il sicario compie l’infamante crimine.
Ma il capitalismo se pure ha con questo crimine ritardata l’ora della sua inevitabile fine, esso non ha potuto modificare il carattere del dilemma posto dalla lotta di classe: capitalismo-comunismo.
Oggi ancora più di ieri, malgrado tutti i traditori, malgrado la guerra imperialista che miete vittime a migliaia in Spagna ed in Cina, questo dilemma resta di una più grande attualità. E le forze che oggi agiscono nel girone del capitalismo realizzando la Unione Sacra, saranno travolte domani col riprendere inevitabile della lotta di classe e con esse tutto l’edificio capitalista.
L’isolamento delle frazioni di sinistra di oggi fa ricordare ai piccoli nuclei che resistettero nel 1914, ma le frazioni possono a loro vantaggio profittare di una esperienza più grande, di conseguenza contribuire più efficacemente alla elaborazione delle armi politiche delle quali il proletariato dovrà far uso per la sua vittoria immancabile.
Liebknecht e Rosa rappresentano dunque, in questo processo di formazione, un prezioso contributo, la loro milizia si ricollega a quella delle frazioni di sinistra che operano nella direzione della rivoluzione proletaria, della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Ed è in questa direzione, solo in questa direzione, che restando fedeli ai principi comunisti si rende omaggio e si commemora degnamente Liebknecht e Rosa Luxemburg.
L’anniversario della fondazione del Partito Italiano
Se ci si basa sugli elementi esteriori della situazione attuale, c’è davvero da disperare. Nulla resta dello sforzo prodigioso che fece il proletariato italiano fondando, nel gennaio 1921, il suo partito di classe al Congresso di Livorno. Che cosa rappresenta la nostra frazione che è l’unico organismo il quale rivendica in pieno i capisaldi teorici sui quali si fondò il partito? Praticamente poco o nulla ed i nostri militanti, quando non sono l’oggetto della beffa, sono minacciati dalla violenza di proletari che sono stati condotti dai traditori a considerare come «agenti del fascismo» tutti coloro che sostengono la necessità della lotta contro il capitalismo indipendentemente dalla bandiera di cui ammanta il suo dominio, e che non si rassegnano a diventare gli agenti del capitalismo democratico per la guerra contro le borghesie fasciste.
Per contro l’influenza è totale fra le masse di coloro i quali proclamano che la vittoria del proletariato non può risultare che dal trionfo dei capitalismi democratici che menano la grande crociata contro quelli fascisti.
Ma se ci si basa su altri criteri che sono poi quelli della realtà indiscutibile che viviamo, lungi dal disperare, i continuatori di Livorno non possono essere che fieri del gesto che posero nel 1921, nello stesso tempo in cui sono in diritto di ricavare, dalla situazione odierna, la certezza del trionfo delle posizioni su cui si fondò il partito, che sono poi l’espressione politica e teorica degli interessi del proletariato, l’indicazione del cammino che ci condurrà al trionfo del socialismo.
Quali furono i punti essenziali su cui la frazione astensionista del partito socialista, cui si allearono – con quanta malafede (Tasca, Togliatti), od errore (Gramsci) – gli ordinovisti?
Primo, fra di essi, la tesi della distruzione violenta dello stato capitalista contro tutte le tesi del collaborazionismo diretto od indiretto. Dipoi gli altri della natura internazionale della lotta per il socialismo, della natura dittatoriale del potere borghese quand’anche esso sia esercitato per via democratica. Infine l’affermazione categorica che la sola formazione possibile del partito del proletariato consiste nella agglomerazione progressiva delle energie proletarie intorno ai principi che la vittoria rivoluzionaria russa aveva fatto luminosamente apparire, e nella lotta contro tutte le tendenze politiche muoventisi nel campo dei partiti avversari di questi principi.
Che avvenne di queste enunciazioni teoriche di Livorno?
Non vi è alcun dubbio possibile. Al principio, nel 1923, è sotto il patronato più luminoso e con l’esca più seducente, che si cominciò ad alterare la compagine politica, teorica e dirigente del partito. Bisognava non mettersi in urto con Lenin, e d’altronde questo non esigeva nessun sacrificio di principio, le divergenze essendo secondarie, ed il capo della rivoluzione russa mantenendo la stima più completa per Bordiga. Ed è così che si giunse alla modificazione, fatta nell’ignoranza totale del partito che non ne sapeva niente, dell’organo direttivo del partito. Un anno dopo, nel 1924, alla Conferenza di Milano, la quasi unanimità del partito si riaffermò sulle basi di Livorno, ma questo non impedì che alcuni mesi dopo, in occasione della situazione che si usa chiamare, «il periodo Matteotti», il partito fosse impegnato nella via della collaborazione di classe intorno ad Amendola.
Ma gli avvenimenti hanno poi marciato al galoppo. Le divergenze iniziali fra Bordiga e gli ordinovisti da una parte, fra Bordiga e la tattica dell’Internazionale d’altra parte, sono arrivate alla loro conclusione ultima. Si diceva prima che il nostro settarismo ci conduceva all’impossibilità di utilizzare, al vantaggio del proletariato, gli arti scoppianti nel seno dei partiti borghesi e principalmente l’opposizione fra la base proletaria ed i dirigenti che avevano tradito il proletariato. Oggidì i depositari della tattica che, per insulto a Lenin, fu chiamata «leninista», e che avevano cominciato sotto il pretesto di volere e dovere profittare degli antagonismi esistenti fra le formazioni borghesi, attizzano gli antagonismi fra i proletari dei diversi paesi perché il capitalismo possa farvi gli affari del suo regime. Quelli che volevano poggiare sulla base proletaria per combattere contro i dirigenti traditori, si alleano a questi ultimi per soffocare ogni reazione proletaria alla devastazione politica e fisica della classe operaia.
Da un altro canto, in Russia, quelli che combattevano contro lo schematismo, il sindacalismo, delle tesi di Roma per il fronte unico sindacale e contro il fronte unico politico, lo hanno oggi realizzato pienamente il fronte unico politico, ma con gli stati imperialisti e per il trionfo del socialismo in un solo paese. Trotsky, egli stesso, è dovuto arrivare fino all’ultimo degli anelli della catena e sostenere apertamente il fronte unico anti-imperialista con Chang Kai-Shek per la guerra contro il Giappone.
Se ci si basa dunque sul percorso che hanno dovuto compiere quelli che si opposero alla fondazione del Partito a Livorno, o degli altri che vi aderirono senza essere d’accordo, si è in grado di essere fieri di avere partecipato alla fondazione del partito o, per quelli che non vi furono allora, di continuarne l’opera.
Nel 1915 il Partito Socialista Italiano poté fermarsi a mezza strada nella via del tradimento e conservare un certo prestigio socialista, prendendo l’iniziativa di Zimmerwald. Oggi la tensione degli avvenimenti non ha più permesso quest’equivoco: la sezione socialista della Seconda Internazionale rivaleggia con il «vecchio e glorioso partito» e con gli stessi anarchici per fornire carne da macello alla guerra spagnola.
Ed i centristi! Il grugno del boia è infine apparso dai sorrisi seducenti che, in nome di Mosca, si facevano ai «bordighisti» perché partecipassero alle responsabilità della direzione del partito. E si può affermare senza errore che non vi sia genia più indegna di quella che rappresentano oggi coloro che hanno tradito le basi sulle quali fu fondato il partito a Livorno.
Fondandosi il partito lo aveva proclamato, nel 1921, che le leggi del regime capitalista portavano quest’ultimo inevitabilmente alla barbarie. Oggi ci siamo giunti a questa forma estrema del dominio borghese. Ma, come Marx lo aveva predetto, anche in queste situazioni di sterminio del proletariato, il capitalismo non sfugge alle tenaglie delle sue contraddizioni le quali originando, nel campo economico, crisi e convulsioni, rappresentano altresì le premesse del risveglio del proletariato. Anche la produzione per la barbarie, per la guerra, è sottomessa alle leggi antagoniste del regime borghese.
Il capitalismo ha dovuto fare ricorso a tutte le forme possibili della manovra nel campo del proletariato, esso ha dovuto giocare persino la carta dell’anarchismo in Spagna. Una sola forza esso non ha potuto abbindolare o corrompere: quella che discende da Livorno 1921. E gli avvenimenti provano in modo categorico che, giusto quando per il campo di classe il successo nemico, grazie all’azione di tutti i traditori vecchi e nuovi, è completo, nel campo economico i cataclismi si abbattono più violentemente.
Questi elementi concreti – i dominanti – della tragica situazione attuale danno ai superstiti di Livorno, a quelli che lo continuano la certezza di avere costantemente servito gli interessi del proletariato ed il coraggio e la passione per arrivare alla situazione in cui, intorno ai capisaldi che formarono l’atto di fondazione del suo partito, il proletariato italiano scatenerà la sua insurrezione per la vittoria comunista in Italia ed in tutto il mondo.