Partito Comunista Internazionale

Economia capitalistica, trionfo dello sperpero

Categorie: Capitalist Wars

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Il Ministro inglese dei Rifornimenti Duncan-Sandys ha annunciato recentemente ai Comuni che sono stati realizzati proietti-razzo radiocomandati che volano a 3000 km. l’ora e che sono in grado con il loro cervello elettronico di raggiungere qualsiasi aereo pilotato dall’uomo. Pare che il nuovo missile britannico sia superiore al «Nike» americano che aveva le seguenti caratteristiche: traiettoria radioguidata, comando elettronico a terra, fino a un certo punto del viaggio, in prossimità dell’aereo da colpire: da quel punto il primo cervello elettronico cessa di funzionare e ne entra in azione un secondo, sistemato a bordo del razzo, che agisce autonomo e guida il razzo all’inseguimento dell’aereo – frustrando qualsiasi evoluzione che esso tenti per sottrarsi – fino a colpirlo. Nelle prove di collaudo, 31 apparecchi colpiti su 32 (Il Tempo, 14-9-53). La differenza tra i due sta nella velocità: il Nike non va oltre i 50 km. orari.

I particolari tecnici che teniamo a riportare non servono come riempitivo, ma solo a dare un’idea dell’enorme quantità di lavoro sociale e del complesso di attività industriali che concorrono alla produzione del missile. Ma il loro costo di produzione, già di per sé favoloso, non costituisce la sola spesa in materia. I razzi hanno bisogno di installazioni di lancio fisse e costose. Ma non sono sufficienti ad assicurare da soli la difesa del territorio dalla offesa aerea. Servono per la difesa di obiettivi particolarmente importanti, città, basi aeree o navali, centri industriali. Ma, essendo enormemente costosi, non è possibile sostituiscano completamente l’aviazione da caccia, né le armi a terra. E quali armi! Dovranno essere modernissime, completamente automatiche, a tiro rapidissimo perché aerei a 1000 km. ora rimarranno brevissimi istanti nel loro raggio d’azione. Secondo il gen. G. Boglione, che scrive sul Tempo sopracitato, dovranno essere del tipo del cannone americano Skysweeper, da 75 mm., che compie da solo tutte le operazioni, dal puntamento allo sparo, che effettua con un ritmo di 45 colpi al minuto primo; oppure, per le quote più basse, del tipo delle moderne mitragliere da 30 mm. che sgranano i loro colpi a velocità ancora maggiori. Siffatti problemi il capitalismo riesce sempre a risolverli.

Ma riempiti i magazzini di missili e di cannoni automatici e gli hangar di aerei ultrasonici, sistemate le piste di lancio, la produzione di armi e di attrezzature non è ancora finita. Per una difesa aerea degna di questo nome, una rete di radar che copra tutto il territorio nazionale, e avente la funzione di avvistamento e segnalazione degli aerei nemici, costituisce una spesa indispensabile. Una massa enorme di prodotti! Il lavoro di interi popoli sprecato! Ma che importa, quando è in gioco la… libertà e l’indipendenza dei popoli? Anche la rete radar deve farsi, e si fa. Si costruirà tra breve anche in Germania e Giappone, insieme coi missili e il resto.

Un po’ di conti, necessari per poter farsi una pallida idea della massa inaudita di mezzi di produzione e di forza di lavoro sociale rappresentata da segni monetari che viene ingoiata dalle voragini della produzione inerente, fate attenzione!, al solo campo della difesa antiaerea. Si intende che le cifre sono approssimative per difetto. Un aereo da caccia costa 250 milioni; un complesso radar 600 milioni; una batteria contraerea 300 milioni; una base aerea dai 6 ai 7 miliardi. Il costo di esercizio, cioè le spese occorrenti a far fronte alla manutenzione degli impianti ai rifornimenti, ecc., va dai 150 milioni all’anno per un pilota, ai circa 20 miliardi per uno stormo di 75 aerei. Per la difesa contraerea del territorio nazionale italiano (armi, impianti reti radar, addestramento del personale specializzato, ecc.) il nostro generale prevede una spesa non lontana dai 1000 miliardi. In Italia, la somma resterà, ne siamo sicuri, solo una previsione; ma negli altri paesi (U.S.A., Inghilterra, U.R.S.S.), la preparazione della difesa contraerea è un fatto produttivo che ingoia e sperpera immense ricchezze. E pensare che la difesa contraerea è solo una voce della spesa generale per gli armamenti: rimane l’esercito, la marina, l’aviazione da bombardamento, i trasporti, e via dicendo. Ma forse che solo la industria degli armamenti figura nel ramo parassitario, sperperativo, antisociale, della produzione capitalistica che in quanto tale la rivoluzione proletaria dovrà recidere col ferro e col fuoco? Neppure per sogno.

Se l’ipotesi e l’idiota illusione della pace perpetua nel regno del salariato divenisse realtà, sicché la produzione bellica risultasse non necessaria, ebbene neppure in tale assurda ipotesi la produzione capitalista perderebbe il suo carattere parassitario, pletorico, soffocante. Quel che i predicatori del pacifismo non scorgono sono i risultati di una economia basata sullo sfruttamento e gli ordinamenti sociali borghesi fondati su istituzioni individualistiche, che hanno trasformato la produzione capitalistica in una sorta di cieca e distruggitrice forza naturale che la società borghese più non riesce a controllare. Essa erompe ormai come una inondazione di merci che si può arrestare solo soffocando le sorgenti: la produzione per aziende, il salariato, il mercantilismo. Vigendo questi rapporti di produzione, assistiamo al dilatarsi mostruoso di molti rami produttivi (l’eccesso della produzione siderurgica e metallurgica, automobilistica, aeronautica, dei trasporti in genere, dei combustibili, dei generi voluttuari, ecc.) che costringe le masse lavoratrici a erogare una quantità enorme di forza di lavoro che viene sperperata servendo unicamente a conservare il capitalismo e le disuguaglianze sociali, mentre l’organizzazione borghese della famiglia schiavizza le donne, condannandole a logorarsi nelle abbrutenti faccende domestiche che forme collettivistiche di convivenza dovranno rendere inutili.

Allora si comprende il significato della tesi marxista della liberazione delle forze produttive. Rinserrate nei rapporti di produzione capitalistici, le forze produttive vengono deviate verso fini antisociali, e addirittura sperperano il loro altissimo potere in gigantesche opere di distruzione che minacciano la stessa integrità fisica della specie. Avviene così che la intera popolazione della terra lavora e soffre per produrre una massa che ormai può definirsi paurosa di prodotti, di cui non può che consumare solo una minima parte. Quel che non appare a tutti è che neppure le classi dominanti arrivano a consumare, sotto forma di articoli di lusso (automobili, grandi alberghi, transatlantici, aerei civili, gioielli, ecc.), la massa di prodotti estorta ai lavoratori, in quanto i nove decimi di essa vanno a scomparire nelle fauci del Capitale sotto forma di mezzi di produzione, o a gonfiare di ogni cosa gli arsenali militari… È eloquente di come il prodotto domini il produttore non solo la storia delle dominate di classe. Siamo arrivati al punto che il Capitale è divenuto uno strumento di tortura per gli stessi capitalisti, i quali ciò non di meno non indietreggiano davanti a nessuna nefandezza che possa tenere lontano lo spettro della Rivoluzione.

Allora, liberazione delle forze produttive significherebbe forse la esasperazione delle vigenti tendenze capitaliste alla produzione senza limiti, cui peraltro corrispondono insopportabile sforzo lavorativo e basso tenore di vita delle masse operaie? No, è chiaro. Ciò che scatena le feroci contraddizioni sociali borghesi non è certamente lo squilibrio tra produttività del lavoro e consumo, bensì l’annullamento dei vantaggi dell’accresciuta produttività del lavoro per il progressivo ingrossare della produzione socialmente inutile e dannosa.

La liberazione delle forze produttive deve intendersi, nel senso marxista, come liberazione dai rapporti di produzione capitalistici, come liberazione dei mezzi di produzione dalla loro «precedente qualità di capitale». Ora la qualità del capitalismo consiste appunto nella costrizione delle forze produttive sociali ad esplicarsi entro gli schemi di una produzione che, mentre accaparra tirannicamente e per lunga parte della loro vita fisica le masse lavoratrici, sperpera la loro forza di lavoro in una massa enorme di oggetti che non sono di alcuna utilità sociale, e servono unicamente alla conservazione del mercantilismo capitalista. Aumento incessante del volume della produzione è parola reazionaria, come è provato dal fatto che a sbandierarla sono gli agenti politici del capitalismo, imitati dai falsi rappresentanti delle classi lavoratrici. Quel che dovrà aumentare, sotto la dittatura del proletariato, sarà la produzione utile alla specie umana in corrispondenza con l’enormemente accresciuto complesso dei suoi bisogni. Ma ciò si otterrà riducendo, e abolendo progressivamente, l’enorme campo della produzione antisociale, ereditata dal capitalismo. La liberazione delle forze produttive si effettuerà con l’emancipazione delle tormentose ore di lavoro sociale che il capitalismo incorpora in prodotti che non sono indispensabili, anzi attentano, alla conservazione della specie umana.