L’Inghilterra “educa” la Guyana
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Quel faro luminoso di democrazia che è l’Inghilterra, oltre che irradiare l’Asia, l’Africa e l’Oceania, invia raggi benefici anche sull’America del Sud. Disgraziatamente però per i 115 milioni di abitanti di quell’immenso continente, i governatori di S.M. britannica hanno potere giurisdizionale solo su un piccolo lembo di terra: la Guiana britannica. Nei giorni scorsi, i circa 450 mila individui che abitano l’unico possedimento territoriale britannico nel continente sud-americano hanno corso pure essi il grave rischio di perdere la tutela paterna del Governo di Londra e la preziosa assistenza finanziaria dei banchieri della City senza la quale le ricche piantagioni di zucchero della Guyana diventerebbero catastroficamente foresta e savana improduttiva. Quando mai è successo infatti che il Governo di Londra non abbia governato colonie e protettorati nell’interesse delle stesse popolazioni indigene?
La Guyana non poteva derogare dalle tradizioni britanniche. Appena è apparso che il semi-governo locale, capitanato dal partito popolare, minacciava di buttare nelle acque del Mar dei Caraibi il Governatore nominato da Londra; appena la popolazione, che nello scorso maggio aveva votato entusiasticamente per il partito popolare capeggiato dall’indiano Jagan, ha manifestato con ciò il suo odio verso gli sfruttatori inglesi e l’aspirazione a vederli uscire per sempre dal paese, il Governo di Londra ha creduto suo dovere stracciare la Costituzione democratico-parlamentare concessa nell’aprile 1952, in base alla quale erano previste elezioni generali e la formazione di un Parlamento di 24 membri, di cui 7 di nomina governativa e 4 d’ufficio compreso il governatore. Il momento propizio doveva prodursi solo in questi giorni, cioè quando il Governo del dott. Jagan ha appoggiato lo sciopero degli sfruttassimi operai delle piantagioni di canna da zucchero. Poiché le piantagioni sono saldamente nelle mani delle compagnie inglesi, solo gli ingenui potevano illudersi che il Governo di Churchill, dell’uomo che è stato proprio in questi giorni insignito del Premio Nobel per la Letteratura, si lasciasse sfuggire l’occasione.
Nella tarda serata il ministro britannico delle colonie annunciava la decisione del governo di inviare nella colonia un contingente di truppe e di navi da guerra allo scopo «di preservare la pace e la sicurezza del popolo». Incrociatori e la portaerei «Implacable» salpavano dalla Giamaica e dalla costa inglese, trasportando numerosi battaglioni di fucilieri di marina e di truppe terrestri in perfetto assetto da guerra. Altre ne continuano a giungervi mentre scriviamo. Ma quale il nemico da fronteggiare o per lo meno da paralizzare con la minaccia armata? Con la perfidia e la sfacciataggine ammantata di rispettabilità che è tipica della diplomazia britannica, il «Colonial Office» e il codazzo giornalistico che è al servizio del Governo di Londra, hanno puntato sull’argomento che ormai serve ai governi atlantici per giustificare le loro sopraffazioni in politica interna o coloniale: lo spettro della quinta colonna moscovita. Invano il dott. Jagan ha tenuto a chiarire che il suo movimento mira ad ottenere l’indipendenza della Guyana, pur accettando di continuare a far parte del Commonwealth britannico, sul modello dell’India. Invano ha negato di avere relazioni politiche con Mosca. A nulla gli è servito dichiarare che le sue simpatie politiche vanno soprattutto al regime del Pandit Nehru. Evidentemente, il Governo di Londra, oltre che difendere la prepotente dominazione economica delle compagnie inglesi sulle piantagioni di canna da zucchero della colonia, ha dovuto premunirsi contro le reazioni della stampa straniera, specialmente di quella americana ispirata dai banchieri di Wall Street che guardano bramosamente ai colossali profitti intascati dai loro degni compari nella City londinese. Perciò, lo strangolamento dei diritti democratici, pure solennemente concessi agli abitanti della Guyana, e l’occupazione militare del paese, dovevano venire presentati come una misura necessaria, atta ad impedire l’instaurazione a Georgetown di una Repubblica popolare ligia a Mosca.
La verità è, invece, che un pugno di ignobili sfruttatori, eredi dei negrieri dei Lloyds londinesi che nei secoli scorsi trassero alti profitti dal traffico di carne umana, razziata o adescata in Africa, India, Indonesia, Cina, succhia ferocemente le energie vitali del multirazziale popolo della Guyana, convogliando nelle banche di Londra le ricchezze della colonia, mentre i lavoratori delle piantagioni vivono in condizioni di vita bestiali. Negri e mulatti, discendenti degli schiavi africani, indiani, indonesiani, i pochi aborigeni ridotti a poche decine di individui, e forti minoranze di malesi, birmani, filippini, ecc., non posseggono nulla e trascorrono la vita faticando nelle piantagioni, in un clima tropicale malsano, insidiati continuamente da serpenti, ragni ed insetti velenosi. I bianchi, inglesi, olandesi, francesi, posseggono tutto e non lavorano, facendo pesare per soprammercato la loro «superiorità razziale». La stessa stampa «atlantica», giornali come Il Tempo, scrivendo sugli avvenimenti della Guyana, hanno dovuto ammettere che le popolazioni di colore vivono in «grande miseria».
Non occorre tirare in ballo le manovre di Mosca, per comprendere il perché del deciso sentimento antibritannico delle masse lavoratrici e degli abitanti di colore della Guyana. Nessun gesuitico ipocrita argomento biascicato dalla esosa diplomazia britannica può convincere le popolazioni di colore della Guyana che espellendo gli odiati proprietari e dominatori di razza bianca e impedendo che le ricchezze tratte dalle piantagioni di canna da zucchero emigrino verso la Gran Bretagna, esse finirebbero col stare peggio che oggi. Nessun argomento, tranne la forza, può tanto. Il governo di Churchill, avendo il tacito consenso dei laburisti, non ha tardato a valersene.