Cogestione: ecco il loro “rimedio”!
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Se si esamina quanto accade allo stalinismo al di qua della cortina di ferro, nell’Occidente democratico e atlantico, non si può negare che i fatti sembrano giocare una beffa crudele a suo danno. Infatti accade che le principali rivendicazioni sbandierate dagli stalinisti sotto la denominazione di «riforme di struttura» rimangano lettera morta proprio nei paesi dove il partito stalinista è forte e minaccioso (Italia, Francia), mentre costituiscono ormai un fatto completamente compiuto nei paesi ove lo stalinismo morde la polvere (Inghilterra e Germania).
Le nazionalizzazioni non sono il cavallo di battaglia che ogni deputato del P.C.I. inforca nelle concioni montecitoriane e ogni trombone comiziante fa caracollare nelle adunate oceaniche? Ebbene, le nazionalizzazioni non sorprendono più nessuno in Inghilterra: sono ormai istituzioni tradizionali, perfettamente inquadrate e funzionanti nel modo di produzione capitalista. Né gli stalinisti, partitello da nulla nelle isole britanniche, possono vantare diritti di paternità sulle famose statizzazioni che avrebbero dovuto affossare il più vecchio capitalismo del mondo; essi spettano esclusivamente ai laburisti, agli odiati laburisti così inflessibilmente orientati contro la Russia.
E le insulse teorizzazioni da ciarlatani sulla compartecipazione degli operai alla gestione delle aziende? Alla fine della guerra mondiale, appena dopo la consegna ai capitalisti delle fabbriche difese dai partigiani, i sommi teorici del P.C.I. reclamizzarono clamorosamente la demagogica teoria del «proletariato classe dirigente». Non si trattava altro che di una pedestre risciacquatura delle forcaiole posizioni democratiche e legalitarie della socialdemocrazia d’anteguerra, così duramente battute da Lenin e dall’Internazionale Comunista dei primi anni, nelle ideologie pseudo-rivoluzionarie dell’ordinovismo gramsciano. Ma ai cagliostri laureati del P.C.I. riuscì facile svolgere la tesi traffaldina: conquistato il potere politico tramite la partecipazione al ministero dei partiti comunisti e socialisti, il proletariato non ha più davanti a sé una rivoluzione da compiere, ma sibbene deve prendere la direzione tecnica e amministrativa dell’apparato industriale, agire da classe dirigente della Nazione. Come mezzi di attuazione di questa fondamentale direttiva, furono indicati i famosi Consigli di gestione, nuova edizione degli organismi aziendali ideati e sostenuti nel primo dopoguerra da Gramsci e dagli ordinovisti. Consiglio di Gestione significò appunto, nelle palesate intenzioni del P.C.I., mezzo di attuazione della cogestione, cioè gestione paritetica di capitalisti e operai delle aziende.
Orbene, che è rimasto dell’organizzazione dei Consigli di Gestione in Italia? Quali risultati ha prodotto la campagna per la cogestione? Zero, zero assoluto. Quando non sono disciolti dalle Direzioni aziendali, i consigli di gestione vivono di chiacchiere, ridotti a pure convenzioni verbali della burocrazia di partito del P.C.I. Invece, fatto non inspiegabile, la cogestione è il fatto del giorno nella Germania di Bonn, e, quello che è veramente illuminante, si realizza proprio per volontà dei capitalisti e dei sindacati social-democratici, e se non basta, addirittura per decisione delle Potenze occupanti. Notizie in merito sono fornite dal giornale economico-finanziario 24 Ore di non dubbia ispirazione capitalista.
«Nell’industria pesante (tedesca) – scrive il giornale nella sua edizione del 10 u.s., – è andata in vigore, sia pure in un numero limitato di società anonime e per impulso degli Alleati, quel regime aziendale noto comunemente sotto il nome di «cogestione», che è un caso nuovo nella vita europea: un esempio di collaborazione aziendale strutturale, sulla quale si è impegnata a fondo la serietà dei lavoratori tedeschi, incoraggiati ed assistiti dai sindacati… La grande novità portata nell’industria carbosiderurgica tedesca dalla cogestione consiste anzitutto nella partecipazione paritetica al Consiglio di amministrazione di operai e rappresentanti degli azionisti (cinque di fronte a cinque), più un undicesimo eletto consensualmente. In secondo luogo, lo schema organizzativo delle aziende comporta una direzione tecnica, una direzione commerciale, e una terza, istituita dalla legge 31 maggio 1951, quella Direzione del lavoro, che non ha minore rilievo delle altre e che si riferisce a tutte le questioni relative alle condizioni di lavoro e del personale. L’«Arbeitsdirektor» opera in stretto contatto con le commissioni interne: passa così attraverso la sua mediazione tutto ciò che riguarda salari, norme, proposte produttivistiche, assunzioni e licenziamenti».
Nulla di paragonabile è avvenuto in Italia, ove i Consigli di Gestione non hanno mai ottenuto riconoscimento legale, nonostante le vantate immancabili vittorie quotidiane del P.C.I. e del P.S.I. Prova inconfutabile questa che le cosiddette riforme di struttura, cioè nazionalizzazioni, cogestione, organismi interclassisti dai mille tipi, non vengono attuate ove sono attuate, solo ad opera e per merito dei partiti stalinisti, che ad ogni pié sospinto ne esaltano gli effetti sociali come passi verso il socialismo. In Germania la cogestione è una legge dello Stato! Borghesia capitalistica, sindacati gialli, stampa borghese, sono felici che operai ed azionisti discutano gli affari delle aziende! Occorre dire altro per dimostrare il carattere controrivoluzionario, conservatore, degli organismi interclassisti di gestione delle aziende? 24 Ore, commentando la notizia sopra riportata, rilevava che la cogestione «ha sinora recato, come frutto positivo, una pace sociale». Era proprio della esigenza vitale del capitalismo, della sua indispensabile condizione di vita, che il giornale dei capitalisti lombardi parlava. Pace sociale, cioè collaborazione fraterna tra capitalisti e operai nell’ambito dell’azienda, equivale a dire conservazione del capitalismo, subordinazione del proletariato, delle forze produttive, alle esigenze del Capitale. Il Mondo esaltava la «saggezza» degli industriali tedeschi in confronto alla miopia di quelli italiani.
I sindacati social-democratici tedeschi non si dichiarano soddisfatti dello stadio attuale della cogestione: si lamentano che essa viene applicata solo nelle grandi società anonime del ramo carbosiderurgico. Ma ammettiamo che in uno Stato tutte le aziende fossero assoggettate al regime della cogestione; di più ammettiamo ancora che una successiva radicale statizzazione abolisse l’azionariato, e che di conseguenza il dividendo spartito agli azionisti fosse reinvestito o distribuito ad operai e consumatori sotto forma di ribasso dei prezzi dei prodotti; immaginiamo insomma che venisse ad esistere un capitalismo senza borghesia, cioè l’attuale modo di produzione per aziende e sulla base del salariato e del mercantilismo senza la classe dei proprietari privati. Ebbene, saremmo perciò passati nel modo di produzione socialista? Questo è il punto. E la risposta è decisamente: NO.
Quel che caratterizza il modo di produzione capitalista è, tra l’altro, proprio l’ordinamento aziendale. Esso permane allorché vengono espropriati i proprietari privati e gli azionisti, ma non si abolisce il salariato. Rimane infatti il cerchio invalicabile del bilancio monetario che definisce l’azienda. Chiamare gli operai a cogestire le aziende private o statizzate, o addirittura affidarne la gestione ad un consiglio composto esclusivamente di operai, equivale ad addossare a costoro la responsabilità, che è propria dei capitalisti, di interpretare e soddisfare le esigenze del Capitale che sono: perseguire il massimo profitto, abbassare i costi di produzione, aumentare le vendite dei prodotti, accrescere il potenziale produttivo dell’azienda operando i massimi investimenti possibili. Con o senza capitalisti, con o senza possessori di titoli di proprietà o di valori mobiliari, l’azienda, cioè il complesso sezionale produttivo soggetto alla contabilità in partita doppia, non può perseguire scopi diversi. Cogestendo con Krupp o i suoi successori, gli operai tedeschi assumeranno gli stessi compiti di Krupp. Continuando a fabbricare e vendere merci senza Krupp o i suoi successori, non faranno altro che sostituirsi a Krupp, allo stesso modo che una ragione sociale nuova prende il posto della vecchia. Naturalmente, lo stesso discorso vale per gli operai americani, inglesi, italiani, ecc.
Gli operai dovranno gestire le forze produttive ereditate dal capitalismo, anzi non dovranno ammettere altre classi sociali a partecipare alla gestione, ma non lo faranno lasciando sussistere il salariato e il mercantilismo, e con ciò stesso le aziende, che sono compartimenti stagni in cui si dividono le forze produttive per esclusive ragioni di dominazione sociale, non per motivi tecnici.
Laburisti inglesi e socialdemocratici tedeschi ottengono dai loro rispettivi governi, quando non sono essi stessi a sanzionarle in veste di ministri, quelle riforme di struttura che invano i falsi comunisti di Togliatti chiedono in Italia. Ciò dimostra non che le «riforme di struttura» sono incompatibili con la conservazione del capitalismo, ma soltanto che non «tutti» i governi possono applicarle. Non lo possono quelli che, come in Italia, si trovano ad operare in presenza di una industria congenitamente debole e in condizioni di instabilità sociale. La disperazione di Togliatti e Nenni è che il loro programma pseudo-socialista viene applicato dove gente come loro non conta e proprio da partiti che essi non si stancano di accusare a ragione di servire il capitalismo. Dove essi sono forti, proprio là, le condizioni obiettive del capitalismo ne impediscono l’attuazione. Ma la promessa quotidianamente ripetuta di riuscire ad imporle ai governi basta a mantenere i partitoni e cacciare voti…