Un prodotto del… genio italiano
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In Italia massimo paese produttore di olio d’oliva dopo la Spagna, esiste, come usa dire certa stampa, il problema della adulterazione dell’olio d’oliva. Nell’epoca impostora delle lauree posticce e dei seni finti, c’eravamo illusi che, almeno in Italia, potessimo nutrirci di olio di oliva estratto dalle olive. Ora non più. Audaci innovatori della tecnica, i rivoluzionari che la borghesia preferisce, hanno scoperto un miracoloso procedimento che a costi bassissimi, permette di fabbricare una copia conforme, in quanto a colore, sapore e densità, del vecchio sorpassato olio d’oliva, noto già ai patriarchi del Vecchio Testamento. Quali materie prime siano alla base della nuova industria, ce lo dice un settimanale edito da un’associazione di produttori d’olio napoletani e che si chiama appunto Il commercio partenopeo.
Non abbiamo modo di ottenere il periodico, riproduciamo perciò quanto riportava dell’articolo un quotidiano napoletano, Il Giornale (8-10-53), nella pagina della cronaca:
«Secondo le notizie fornite dal comm. Quarto dell’Olearia meridionale si finirà con l’acquistare per olio d’oliva degli indefinibili intrugli che, soltanto a pensarne la composizione chimica, fanno venire la nausea. Senonché anche all’analisi chimica questi intrugli presentano tutte le caratteristiche dell’olio di oliva…».
«Se in passato, scriveva Il Giornale, le più comuni adulterazioni consistevano nella miscela dell’olio d’oliva col tanto discusso “rettificato B” (od olio di sansa) al più con olio di semi, oggi esse sono ben più marchiane e per giunta dannose. Esistono, infatti, impianti industriali – dicono gli esperti – che consentono la trasformazione degli olii provenienti dalle origini più impensate in olii che facilmente possono confondersi con gli olii d’oliva in quanto assumono pressocché le medesime caratteristiche chimiche. E queste adulterazioni industriali non sono ignorate in Italia dalle autorità competenti (testuale). Ora, i prodotti che, con codesti procedimenti, vengono trasformati in olii “voluti” commestibili, sono i cosiddetti “grassetti animali”, il sego, gli olii di piede di bue, gli avanzi di mattatoio e persino gli avanzi di cucina».
Affermando che le autorità competenti sono al corrente delle schifose manipolazioni, il quotidiano che citiamo non parlava a vanvera. Infatti codeste turpi vuotature di immondezzai vengono fatte transitare alle dogane di ingresso estere, con destinazione apparente la lavorazione dei saponi (!), e corrono il mercato italiano sotto il nome di “olio d’oliva”. Forse oggi ne mangeremo a pranzo e a cena. A chi giova? si domandava Il Giornale e rispondeva: né all’olivicoltura nazionale che viene minacciata di morte dai bassissimi costi dell’infame liquame, né all’Erario, dato che le materie prime della saponeria sono esenti dall’imposta di fabbricazione che è di 6500 lire per quintale, né ovviamente ai consumatori. Ohilà! a chi giova dunque? Mistero dei misteri. O mistero dei ministeri? Associate una banda di filibustieri affaristi ad un ministero, e la Nazione potrà perire benissimo per disfunzioni epatiche.