Il baraccone nazionale fa acqua: tutti i partiti gli mettono una pezza
Categorie: Italy, Questione Triestina, State Capitalism
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Scriveva Il Mondo del 10 novembre:
« È difficile immaginare quali virtù dovrebbe avere un uomo di Stato per fare una politica economica conforme all’interesse del Paese con un Parlamento che vuole continuamente la botte piena e la moglie ubriaca: l’aumento indefinito delle spese pubbliche, senza aggravare la pressione tributaria, né svalutare la moneta; la diminuzione del costo del denaro e la destinazione di una massa sempre maggiore di risparmio negli investimenti statali, senza ridurre il numero degli impiegati bancari e migliorando sempre più le loro retribuzioni; una maggiore efficienza della pubblica amministrazione e la immissione nei ruoli senza concorsi di tutto il personale avventizio; la riforma della burocrazia e la proroga dei «diritti casuali»; la diminuzione del carovita e lo aumento dei dazi doganali, i premi di esportazione, gli ammassi e i prezzi di sostegno per i prodotti agricoli; la lotta contro i gruppi monopolistici e la difesa del mercato interno dalla concorrenza straniera; l’eliminazione delle industrie parassitarie ed i sussidi dello Stato perché siano mantenuti al lavoro tutti gli operai in esse occupati, ecc. ».
Ora noi non abbiamo nessuna tenerezza per i parlamenti, al contrario; ma, se le cose stanno così, la ragione va cercata nella situazione di marcescenza della società borghese italiana, di cui, caso mai, il Parlamento è il riflesso, non la causa. Il capitalismo italiano geme sotto il peso della sua inconsistenza, delle sue esigenze contraddittorie, dei suoi contrasti interni. Fa quello che può fare; e tutto quello che fa è storto. È una logora baracca che sta in piedi non per grazia di Dio né per volontà della nazione, ma perché la tengono in piedi, alleati anche nelle temporanee baruffe, l’America coi suoi aiuti e le sue corazzate e la Russia con quel servizio internazionale di pompieri e affossatori della lotta di classe, che ha nome stalinismo. Ernesto Rossi può, a fil di logica economica classica, lamentare una direzione contraddittoria dell’economia italiana: la realtà è che lo Stato italiano si regge soltanto in forza dei mille compiti contraddittori che la classe dominante gli affida.
Prendiamo il caso dell’I.R.I. Il benemerito istituto è sorto in regime fascista per raccogliere l’eredità dei salvataggi bancari delle industrie deficitarie e accollare allo Stato, cioè al contribuente, le spese del loro fallimento prima, le spese della loro rimessa in esercizio poi. Il peso di quest’onere preoccupa lo Stato: basti dire che, secondo l’articolo citato, negli ultimi otto anni le perdite del solo settore meccanico dell’I.R.I., sopportate dallo Stato (cioè da noi), arrivano ai 100 miliardi di lire circa. Ma può lo Stato, rappresentante degli interessi generali di conservazione della classe dominante, smobilitare l’I.R.I.? Non lo può, sia perché i padroni dello Stato, gli industriali, chiedono a questo loro strumento di pagargli le perdite, sia perché, sempre ai fini della conservazione sociale e della difesa della rivoluzione, esso non può gettare impunemente sul lastrico enormi masse operaie.
Se smobilita – e in qualche caso lo fa, anche perché gli industriali sono stanchi di far funzionare aziende attrezzate male – deve provvedere ad investimenti in opere pubbliche per non buttare gli operai in preda alla disoccupazione e all’epidemia di istinti e ideologie rivoluzionarie, o per aiutare i «poveri» industriali a rimodernare le aziende. Ciò esercita una pressione sulla famosa difesa della stabilità della lira, ma neanche a questa si può rinunciare perché l’aumento dei prezzi e le altre conseguenze dell’inflazione avrebbero pericolose ripercussioni sociali; così si va avanti dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, mentre lo stesso governo che pretende di amministrare economicamente non può, sempre per ragioni di difesa di classe, rinunciare a spendere quattrini nella difesa della italianità, putacaso, di Trieste, o nel fornire capitali ai pirateschi gruppi d’imprese che sfrutteranno le catastrofi calabresi coltivate ad arte.
In questo, il parlamento in tutte le sue ali non svolge che un inevitabile lavoro orchestrato, e destra, centro e sinistra sono concordi nell’invocare la difesa della patria, della lira, dell’industria, del pane, di Trieste, dell’esercito e via discorrendo, e tutti cospirano a tenere insieme una baracca costosa, certo, ma che va avanti solo alla condizione di costare; cioè rende ai pochi solo se costa sempre più ai molti. E così, licenziamenti e investimenti statali, aperture e chiusure di aziende, inflazione e deflazione, taccagneria e prodigalità, danzano insieme all’accompagnamento di flauti monarchico-fascisti, di violoncelli demo-liberali, di pifferi socialdemocratici, e di tromboni staliniani. La barca fa acqua, la miseria dilaga; ma, una pezza da metterci sopra, tutti insieme la trovano; e per la classe dominante è tanto un bene che ci sia chi tira i cordoni della borsa, quanto che ci sia chi li allenta; che ci sia chi vuol smobilitare e che ci sia chi vuol mantenere. È da stupirsi, poi, che tutti insieme cerchino una valvola di sfogo al malcontento nell’eterna, rancidissima questione di Trieste? È da stupirsi che altrettanto faccia, in preda a una crisi economica a lunga durata, la Jugoslavia? Ed è da stupirsi che, mentre eccitano folle incretinite dalla propaganda o dall’abbrutimento, i governanti sappiano che la soluzione di quel problema gli sarà dettata dai padroni oltre atlantici e loro gli faranno tanto di cappello, perché sia Jugoslavia che Italia non possono fare a meno degli aiuti, dei puntelli e del beneplacito di Washington?
La storia è cinica. Ma di quale cinismo non si è dimostrata capace la classe dominante, fetente ovunque ma, per antica tradizione, fetentissima nel nostro Paese?