Partito Comunista Internazionale

Teoria marxista e Partito formale

Categorie: Marxist Theory of Knowledge, Party Theses

Nell’introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Karl Marx afferma che “l’arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale; ma anche la teoria diventa una forza materiale non appena si impadronisce delle masse”. L’intera teoria marxista della conoscenza è contenuta in questa singola frase. Lenin ne dimostra una comprensione perfetta in Che fare?: “Infatti, fino ad oggi nessuno ancora, sembra, aveva messo in dubbio che la forza del movimento contemporaneo consiste nel risveglio delle masse (e principalmente del proletariato industriale) e la sua debolezza nella mancanza di coscienza e d’iniziativa dei dirigenti rivoluzionari”.

Per i marxisti, non sono le idee a fare la storia. C’è un modo nostro di vedere la società. Vi è un dato modo di gestire la produzione e la riproduzione della vita quotidiana, e gli individui sono suddivisi in classi. Il concetto di classe è già un’astrazione, che Marx ha definito in modo completo nel Capitale (Vol. 3), e che noi abbiamo ulteriormente chiarito con i nostri testi Partito e classe e Partito e azione di classe. Queste classi, tuttavia, non decidono di fare cose particolari, non devono essere collettivamente consapevoli, non devono “svegliarsi”. In realtà, anche durante la rivoluzione, la maggioranza dei lavoratori rivoluzionari non sarà teoricamente consapevole, ma piuttosto seguirà il partito per istinto.

Nella concezione marxista, la teoria, storicamente, segue l’azione e l’azione è motivata dalla necessità.

Ogni classe ha determinati interessi economici, la cui realizzazione è incompatibile e inconciliabile con quelli delle altre classi. Non solo, una classe può avere molti interessi in competizione al suo interno e spesso gli interessi immediati e quelli a lungo termine della classe sono in conflitto. Inoltre, una classe può non essere consapevole della situazione oggettiva e di quale sia il suo interesse economico; e potrebbe non concepire un modo più adeguato per raggiungere l’obiettivo che si è prefissata.

Con il passare del tempo, la differenza di interessi e obiettivi tra le classi porterà inevitabilmente a conflitti. Questo susseguirsi di conflitti non si verifica individualmente tra individui, ma è compreso nel più ampio conflitto tra due o più classi, alcune più organizzate di altre. In questi casi le classi sono costrette a entrare in conflitto tra loro.

In questi momenti, in cui il conflitto raggiunge il suo apice, “vediamo la coscienza in forma embrionale” (Che fare?). Qui la volontà di una classe deve essere esercitata e devono essere prese delle decisioni. Insistere o ritirarsi? Giocare d’anticipo e fare un compromesso, o rischiare e tentare il tutto per tutto? Andare avanti con gli interessi immediati o avere la lungimiranza di vedere cosa sarebbe meglio a lungo termine? La classe ha la capacità di fare questa scelta? Come disse Engels nella Guerra dei contadini in Germania: “La cosa peggiore che può capitare a un leader di un partito estremo è di essere costretto ad assumere la guida di un governo in un’epoca in cui il movimento non è ancora maturo per il dominio della classe che egli rappresenta e per la realizzazione delle misure che tale dominio comporterebbe”.

Allora, e solo allora, può la teoria essere un fattore della lotta; allora l’esistenza del partito appare nella sua importanza decisiva. L’evidenza empirica reale ha dimostrato quali risultati derivano da quali decisioni e da quali azioni. Questo è il nostro laboratorio, la vita reale. Qui si possono ricavare risultati reali dal mondo. “Tutta la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa prassi” (Tesi su Feuerbach).

Allo stesso tempo, è solo l’esperienza pratica che ci guida verso ciò che dobbiamo studiare. Un bisogno reale ci spinge a cercare una soluzione. Un fatto inaspettato ci dice che dobbiamo indagare a fondo su un sistema. Questo vale per l’industria, la matematica, l’arte e soprattutto la politica.

Questa teoria può poi essere cristallizzata in un partito di classe. Tramandando queste lezioni, il partito di classe è in grado di ricordare eventi e lezioni dei secoli precedenti. Ma non si tratta solo di una raccolta di fatti, perché il partito di classe non è un osservatore neutrale. Il partito comunista ha anche cristallizzato gli interessi della sua classe, l’interesse estremo nella classe che porrà fine alla società di classe; rappresenta quindi gli interessi dell’intera umanità. Sviluppa una teoria non perché sia in grado di essere oggettivo, ma perché è motivato non solo a individuare l’obiettivo finale, ma a realizzarlo.

Il partito di classe è quindi in grado di utilizzare questa conoscenza teorica per prendere decisioni. Poi, può decidere determinate azioni sulla base della realizzazione di queste decisioni. In questo caso, la teoria diventa una forza materiale.

“Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Per la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi. Anche in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio; sorse come risultato naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero fra gli intellettuali socialisti rivoluzionari. Nell’epoca della quale ci occupiamo, cioè intorno al 1895, non soltanto questa dottrina ispirava completamente di sé il programma del gruppo “Emancipazione del lavoro”, ma aveva conquistato la maggioranza della gioventù rivoluzionaria della Russia. ” (Lenin, Che fare?).

Qui Lenin fa contemporaneamente due considerazioni, una storica, l’altra pratica. Storicamente, il proletariato non avrebbe potuto ottenere la teoria dalla sua lotta. La classe operaia da sola non è in grado di scoprire, di elaborare la teoria comunista. Perché la costituzione del partito operaio preconizza già una teoria comunista. Da dove potrebbe venire questa teoria comunista se non dal partito comunista?

Apparentemente da Marx ed Engels. Ma in realtà la dottrina dell’emancipazione della classe operaia nacque da una massa di dati storici, filosofici, economici, che aspettavano solo di essere messi insieme logicamente. Questo fu il lavoro fondamentale di Marx ed Engels, lavoro che rivestì un valore storico. Ma Engels ricorda che altri si erano avvicinati al comunismo moderno, come Dietzgen, e che quindi trattava di un prodotto che non poteva non scaturire nel periodo in cui il sistema di produzione capitalista si stava espandendo a livello mondiale. Marx aggiunse qualcosa alla dottrina così nata, ma non è questa la sede per parlarne.

La dottrina doveva scaturire dalla tradizione filosofica borghese e dagli intellettuali, quelli che disponevano della scienza, l’unica, quella borghese. Ma una volta formata questa teoria, non c’era più bisogno di tornare indietro e ripartire da zero. Non avevamo bisogno di reinventare la ruota, perché l’avevamo ereditata. E da quel momento si trattava solo di esportare il partito politico presso i lavoratori di altri Paesi.

Da quel momento, e in seguito, una volta che le basi sono state create, i lavoratori hanno la possibilità di acquisire una coscienza di classe e la classe operaia può semplicemente sperimentare la viva dottrina del marxismo. Non diremo mai che un proletario non ha gli strumenti per essere marxista, né pensiamo che Lenin abbia mai inteso che la classe operaia debba stare fuori dal suo partito. Chiunque osi definire noi (e, per estensione, Lenin) “educazionisti“, non è degno di essere un discepolo del marxismo.

Ma questo non è solo un commento su come il marxismo si sviluppa in un particolare luogo, anche se questa è stata certamente una questione molto pratica per Lenin. È un’affermazione che si applica in pratica anche a noi oggi. La classe operaia può raggiungere la coscienza sindacale da sola. La classe operaia può imparare a lottare per i suoi interessi immediati e l’esperienza le dice che deve essere unita. Ma la classe operaia nel suo insieme non svilupperà mai una dottrina teorica. Senza il partito politico, la coscienza sindacale non permetterà mai ai lavoratori di realizzare il loro obiettivo finale, il comunismo.

Allo stesso tempo, la borghesia sviluppa la propria ideologia. Si contorcono con mezze verità. Spingono per il compromesso, ingannano i lavoratori, mentono, imbrogliano, rubano, calunniano. Anche quando danno le briciole (per quanto lo facciano malvolentieri), inducono i lavoratori a seguire la lezione sbagliata. 

Quindi, in questo caso, la coscienza sindacale può semplicemente portare a lavoratori migliori, ma all’interno di un capitalismo migliore. Nel nostro testo La questione tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra, pubblicato nel 1975-1976, dicevamo, a proposito del movimento operaio americano: “Ciò sta a significare che non si può parlare nemmeno di laburismo, né di sindacalismo, nel senso storico del termine, ma di sindacati considerati più come “assicurazioni per i rischi di lavoro” che di associazioni operaie, ad un livello bassissimo di maturità sindacale”.

In questo caso, quindi, la coscienza sindacale manca di gran parte del suo mordente senza un forte partito comunista. I lavoratori seguono solo i loro interessi immediati, ma in modo più attenuato. Gli scioperi non sono una resistenza organizzata che chiede di più. Piuttosto, chiedono lo stesso salario, adeguato all’inflazione. Lo stesso aumento regolarmente previsto che la borghesia, nella sua cieca ricerca di profitti immediati, ha trascurato di dare loro. Chiedono semplicemente la loro giusta quota. I lavoratori sono felici di vedere i politici borghesi partecipare al loro sciopero.

Perché per noi la lotta per gli interessi immediati si basa su due obiettivi: salari più alti e più tempo libero, che sono semplicemente modi migliori di vivere, anche se non ne siamo del tutto soddisfatti.

Ma soprattutto, la lotta per gli interessi immediati è una preparazione alla lotta per gli interessi finali. Non pensiamo che ogni sciopero sia una mini-rivoluzione, ma uno sciopero è una palestra per la solidarietà operaia e per l’esperienza pratica non solo nei confronti del padrone, ma anche per il superamento delle linee razziali, di sesso e politiche; per non parlare la messa alla prova e lo smascheramento delle dirigenze collaborazioniste. Pertanto, non lotte da tribunale, con carta de bollo, ma una vera e propria attività di classe che mostri ciò che deve essere fatto. In pratica, si dimostrerà ai lavoratori quale è il modo migliore per raggiungere i loro obiettivi, e che il perseguimento degli interessi immediati non è sufficiente.

Ma questo può avvenire solo grazie al contatto stretto con il partito comunista di classe, che applichi una rigorosa dottrina comunista. 

Ne Lo sciopero di massa, capitolo VIII, Rosa Luxemburg scrive:.

“In effetti, la separazione tra lotta politica ed economica e l’indipendenza di ciascuna di esse non è altro che un prodotto artificiale del periodo parlamentare, anche se storicamente determinato. Da un lato, nel corso pacifico e “normale” della società borghese, la lotta economica si divide in una moltitudine di lotte individuali in ogni impresa e si dissolve in ogni ramo della produzione. Dall’altro lato, la lotta politica non è diretta dalle masse stesse in un’azione diretta, ma in corrispondenza con la forma dello Stato borghese, in modo rappresentativo, grazie alla presenza della rappresentanza legislativa. Non appena inizia un periodo di lotta rivoluzionaria, cioè non appena le masse appaiono sulla scena del conflitto, cessa la frammentazione della lotta economica in più parti, così come la forma parlamentare indiretta della lotta politica; in un’azione rivoluzionaria di massa cessa la lotta politica; in un’azione rivoluzionaria di massa la lotta politica ed economica sono un tutt’uno, e il confine artificiale tra sindacato e socialdemocrazia come due forme separate e completamente indipendenti del movimento operaio viene semplicemente spazzato via. Ma ciò che trova espressione concreta nel movimento rivoluzionario di massa trova espressione anche nel periodo parlamentare come stato di fatto. Non esistono due diverse lotte di classe della classe operaia, una economica e una politica, ma una sola lotta di classe, che mira contemporaneamente alla limitazione dello sfruttamento capitalistico all’interno della società borghese e all’abolizione dello sfruttamento insieme alla stessa società borghese.

“[…]

“In secondo luogo, i sindacati tedeschi sono un prodotto della socialdemocrazia anche nel senso che l’insegnamento socialdemocratico è nell’anima della pratica sindacale, poiché i sindacati devono la loro superiorità rispetto a tutti i sindacati borghesi e confessionali all’idea della lotta di classe; il loro successo pratico, il loro potere, è il risultato della circostanza che la loro pratica è illuminata dalla teoria del socialismo scientifico e sono così innalzati al di sopra del livello di un socialismo ristretto”. La forza della “politica pratica” dei sindacati tedeschi risiede nella loro capacità di comprendere le connessioni sociali ed economiche più profonde del sistema capitalistico; ma devono questa capacità interamente alla teoria del socialismo scientifico su cui si basa la loro pratica. Da questo punto di vista, qualsiasi tentativo di emancipare i sindacati dalla teoria socialdemocratica a favore di un’altra “teoria sindacale” opposta alla socialdemocrazia è, dal punto di vista dei sindacati stessi e del loro futuro, nient’altro che un tentativo di suicidio. La separazione della pratica sindacale dalla teoria del socialismo scientifico significherebbe per i sindacati tedeschi la perdita immediata di tutta la loro superiorità rispetto a tutti i tipi di sindacati borghesi, e la loro caduta dalla loro attuale altezza al livello di un instabile brancolare e di un mero e noioso empirismo.

“In terzo e ultimo luogo, i sindacati sono, sebbene i loro leader abbiano gradualmente perso di vista il fatto, anche per quanto riguarda la loro forza numerica, un prodotto diretto del movimento socialdemocratico e dell’agitazione socialdemocratica.

“[…]

“Gli interessi immediati della sua lotta economica, che sono condizionati dalla natura della lotta stessa, non possono essere portati avanti in altro modo che con l’adesione a un’organizzazione sindacale. Il contributo che egli versa, spesso con un notevole sacrificio del suo tenore di vita, gli porta risultati immediati e visibili. Le sue inclinazioni socialdemocratiche, tuttavia, gli permettono di partecipare a vari tipi di lavoro senza appartenere a una speciale organizzazione di partito; votando alle elezioni parlamentari, partecipando alle riunioni pubbliche socialdemocratiche, seguendo i resoconti dei discorsi socialdemocratici negli organi di rappresentanza e leggendo la stampa di partito”.