Partito Comunista Internazionale

La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra

Categorie: Life of the Party, Organic Centralism

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Continuiamo la serie di rapporti sulla funzione del Centro con una serie di citazioni tratte da vari testi, alcuni dei quali compongono il Corpo unitario e invariante delle tesi del Partito.

Il Partito e il suo metodo di lavoro (Il Partito Comunista, 169/1988)

«L’abbandono anche solo per un attimo del metodo di vita interna e di conduzione della struttura organizzativa induce, se non è rettificata al più presto e nel modo più energico, una spirale mortale per la vita del Partito stesso, un meccanismo sempre più inarrestabile che ne distrugge la struttura e fa tragicamente smarrire la bussola della Rivoluzione, perché invero scardinamento organizzativo, magari camuffato da un imbecille “rafforzamento”, va poi di pari passo con l’abbandono dei principi programmatici che hanno distinto e distinguono il Partito da ogni altro raggruppamento che si richiami alla classe operaia ed alla rivoluzione sociale».

Comunismo e centralismo organico (Comunismo, 13/1983)

«Anche il partito, nella sua organizzazione interna, non è già più un “partito”, ma Gemeinwesen, o meglio, secondo una definizione della Sinistra,”organo umano”. Il partito è l’anticipazione della società comunista non come testimonianza esemplare o fatto estetico, ma come compagine operante e ravvisabile nel suo modo di essere. Il partito sa cos’è il comunismo, è nato da questa consapevolezza, che ha dato corpo al bisogno già maturo di una nuova società. Quindi può e deve applicare il corrispondente metodo comunista al suo interno. Quei metodi che, dopo la conquista del potere politico, da patrimonio del solo partito, inizieranno ad essere, in una sempre maggiore dilatazione, propri della nuova società comunista. In caso del sorgere di un dissenso all’interno del partito, preservare il suo metodo e la sua unità organica sono condizione per porre rimedio all’errore e a ricondurlo alla chiarezza, attraverso lo studio dei problemi, utilizzando il poderoso strumento di indagine della teoria marxista, condensata nella tradizione rivoluzionaria della quale il partito è depositario. Attribuire il presunto “errore” a tutto il partito significa difendere l’intelligenza di specie, che il partito esprime nella sua universalità e nella sua unità organica, fondata sul monolitismo della sua dottrina. Nel momento in cui, per qualsiasi ragione, abbandona questo sano procedere, diventa incapace di farsi portatore della scienza umana e si riduce ad una sterile effimera organizzazione».

Il partito non nasce dai circoli (Il Partito Comunista, 71/1980)

«A scanso di equivoci, l’aggettivo “organico” non significa che ciascun militante può arbitrariamente interpretare le disposizioni del partito; che il partito si struttura senza una gerarchia e che in questa gerarchia chi sta in alto possa altrettanto arbitrariamente lanciare ordini reprimere e condannare».

Risoluzione sul Ruolo del Partito comunista nella Rivoluzione proletaria (2° Congresso dell’Internazionale Comunista, 1920)

«13 – L’Internazionale Comunista è dell’avviso che soprattutto nell’epoca della dittatura del proletariato il Partito Comunista deve essere costruito sulla base di una incrollabile centralizzazione proletaria. Per dirigere efficacemente la classe operaia nella lunga e aspra guerra civile che sarà scoppiata, il Partito Comunista deve stabilire anche nelle sue file una severa, militare disciplina».

Punti della Sinistra (fine 1924 – inizio 1925)

«[…] il problema della disciplina si pone come incanalamento e utilizzazione delle forze che si sviluppano e che il sistema organizzativo deve essere capace di armonizzare. In tal caso le nuove esperienze diventano il patrimonio del Partito che le interpreta, le assimila, non diventano un ritrovato di pochi funzionari che le impongono al Partito inerte secondo interpretazioni il più delle volte errate».

Posizioni cardine del Partito Comunista (Il Partito Comunista, 17/1976)

«Basi di questa ferrea disciplina: Lenin ci insegna! Essa è, prima di tutto, un risultato, non un elemento meccanico, il prodotto di un bel piano statutario. È il risultato, lo leggiamo di seguito: 1) Della coscienza dell’avanguardia proletaria, devozione alla causa rivoluzionaria, fermezza, abnegazione, eroismo. 2) Della capacità di questa avanguardia di collegarsi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto… 3) Della giustezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, giustezza della sua strategia e della sua tattica politica… Dunque la disciplina organizzativa di ferro è il risultato della capacità del partito di muoversi sulla base della teoria ed in piena fedeltà ad essa, della sua capacità di intervenire nelle lotte fisiche che le masse lavoratrici intraprendono per i loro bisogni materiali, con una strategia ed una tattica giusta».

Organizzazione e disciplina comunista: premesse della questione (Prometeo, 5/1924)

«Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un “diritto” nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.

Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori “quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.

Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta l’organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul “mandato” da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nella azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario.

Certo questo avviene eccezionalmente; ed è di estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e come è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo dei gruppi nello invocare precisazione nelle direttive da tracciare al centro dirigente, è utile ed indispensabile».

Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione (Il Programma Comunista, 1964/22)

«7) Il paragrafo 2 delle tesi (crediamo dovute a Lenin) è direttamente intitolato: “Il centralismo democratico”. La tesi 6 così lo definisce: «Il centralismo democratico nella organizzazione del partito comunista deve essere una vera sintesi, una fusione, della centralizzazione e della democrazia proletaria. Questa fusione non può essere ottenuta che con una attività permanente comune, con una lotta egualmente comune e permanente dell’insieme del partito». I passi seguenti mostrano già quali potrebbero essere i pericoli della falsa interpretazione delle formule centralismo democratico e democrazia proletaria. Ad esempio, la centralizzazione del partito comunista non deve essere formale né meccanica: “deve essere una centralizzazione dell’attività comunista, cioè la formazione di una direzione potente pronta all’attacco e nello stesso tempo capace di adattamento. Una centralizzazione formale o meccanica non sarebbe che la centralizzazione del potere tra le mani di una burocrazia, col fine di dominare gli altri membri del partito o le masse del proletariato rivoluzionario esterne al partito”».

Lenin centralista organico (Comunismo, 91/2021)

«In poche parole il partito deve essere una struttura centralizzata, con l’esistenza di organi diversi e di un organo centrale capace di coordinare, dirigere, ordinare a tutta la rete; disciplina assoluta di tutti i membri dell’organizzazione nell’eseguire gli ordini disposti dal centro; nessuna autonomia a sezioni o gruppi locali; nessuna rete di comunicazione divergente da quella unitaria che collega il centro alla periferia e la periferia al centro. E la continua attività di studio, di scolpimento della dottrina che è una caratteristica del partito, non ha solo un valore conoscitivo, ma anche e soprattutto organizzativo, per essere sempre in grado di esprimere la giusta politica rivoluzionaria».

Lezioni delle controrivoluzioni (Bollettino interno del PCInt., 1951)

«La posizione della Sinistra consiste nella simultanea lotta contro queste due deviazioni:

1) la base basta a decidere l’azione del centro, se consultata democraticamente (operaismo, laburismo, socialdemocratismo);

2) il centro supremo (comitato politico o capo del partito) basta a decidere l’azione del partito e della massa (stalinismo, cominformismo), con diritto a scoprire “nuove forme” e “nuovi corsi”.

Entrambe le deviazioni conducono allo stesso risultato: la base non è più la classe proletaria, ma il popolo o la nazione. Giusta Marx e Lenin, ne scaturisce la direzione nell’interesse della classe dominante borghese».

La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra (Il Programma Comunista, 5/1967)

Noi siamo centralisti (ed è questo, se si vuole, il nostro unico principio organizzativo) non perché riconosciamo valido in sé e per sé il centralismo, non perché lo deduciamo da una idea eterna o da uno schema astratto, ma perché unico è il fine al quale tendiamo e unica la direzione in cui ci muoviamo nello spazio (internazionalmente) e nel tempo (al di sopra delle generazioni “dei morti, dei viventi e dei nascituri“); siamo centralisti in forza dell’invarianza di una dottrina che non è in potere né di singoli né di gruppi di mutare, e della continuità della nostra azione nel flusso e riflusso delle contingenze storiche, di fronte a tutti gli ostacoli di cui è seminato il cammino della classe operaia. Il nostro centralismo è il modo d’essere di un Partito che non è un esercito anche se ha una rigorosa disciplina, come non è una scuola anche se vi insegna, ma è una forza storica reale definita dal suo stabile orientamento nella lunga guerra fra le classi. È attorno a questo inscindibile e durissimo nocciolo; dottrina – programma – tattica, possesso collettivo ed impersonale del movimento, che la nostra organizzazione si cristallizza, e ciò che la tiene unita non è lo knut del “centro organizzatore” ma il filo unico ed uniforme che lega “dirigenti” e “base”, “centro” e “periferia”, impegnandoli all’osservanza e alla difesa di un sistema di fini e di mezzi nessuno dei quali è separabile dall’altro.

In questa vita reale del Partito comunista – non di qualunque partito ma solo e proprio di esso, in quanto comunista sia di fatto e non di nome – il rompicapo che assilla il democratico borghese, chi decide: l'”alto” o il “basso”, i più o i pochi? chi “comanda” e chi “ubbidisce”? – si scioglie e definitivamente da sé: è il corpo unitario del Partito che imbocca e segue la sua via; e in esso, come nelle parole di un oscuro soldato livellatore, “nessuno comanda e tutti sono comandati” il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli. Ma rompete questa unità di dottrina – programma – tattica, e tutto crolla, non lasciando che un … posto di blocco e di comando ad un estremo, manovrante le masse dei militanti come il generale – supposto “genio” strategico – muove i soldatini supposti poveri tonti, magari facendoli passare armi e bagagli in campo nemico, o come il capostazione manovra i suoi treni, magari facendoli andare a scontrarsi l’un con l’altro e una sconfinata piazza d’armi per ogni possibile manovra all’altro estremo. Rompetela, questa unità, e logico e storicamente giustificato diviene lo stalinismo, come logica e storicamente giustificata diviene la rovinosa subordinazione di un Partito come il nostro, che ha per primo compito quello di assicurare “la continuità storica e l’unità internazionale del movimento” (punto 4 del Programma di Livorno, 1921), al meccanismo falso e bugiardo della “consultazione democratica”. Rompetela, e avrete distrutto il Partito di classe.

Forza reale operante nella storia con caratteri di rigorosa continuità, il Partito vive e agisce (ed è qui la risposta alla seconda deviazione) non in base al possesso di un patrimonio statutario di norme, precetti e forme costituzionali, al modo ipocritamente voluto dal legalismo borghese o ingenuamente sognato dall’utopismo premarxista, architetto di ben pianificate strutture da calare bell’e pronte nella realtà della dinamica storica, ma in base alla sua natura di organismo, formatosi, in una successione ininterrotta di battaglie teoriche e pratiche, sul filo di una direttrice di marcia costante: come scriveva la nostra “Piattaforma” del 1945 “le norme di organizzazione del partito sono coerenti alla concezione dialettica della sua funzione, non riposano su ricette giuridiche e regolamentari, superano il feticcio delle consultazioni maggioritarie“. È nell’esercizio delle sue funzioni, tutte e non una, che il Partito crea i propri organi, ingranaggi, meccanismi; ed è nel corso di questo stesso esercizio che li disfà e li ricrea, non ubbidendo in ciò a dettami metafisici o a paradigmi costituzionali, ma alle esigenze reali e appunto organiche del suo sviluppo. Nessuno di questi ingranaggi è teorizzabile, né a priori, né a posteriori; nulla ci autorizza a dire, per dare un esempio molto terra-terra, che la miglior rispondenza alla funzione per cui uno qualunque di essi è nato sia garantito dal suo maneggio da parte di un solo o di più militanti, la sola richiesta che ci si possa fare è che i tre o i dieci – se ci sono – lo maneggino come una volontà sola, coerente a tutto il percorso passato e futuro del partito, e che l’uno, se c’è, lo maneggi in quanto nel suo braccio o nella sua mente operi la forza impersonale e collettiva del partito; e il giudizio sulla soddisfazione di tale richiesta è data dalla prassi, dalla storia, non dagli articoli del codice. La rivoluzione è un problema non di forma ma di forza; lo è altrettanto il Partito nella sua vita reale, nella sua organizzazione come nella sua dottrina. Lo stesso criterio organizzativo di tipo territoriale anziché “cellulare” da noi rivendicato non è né dedotto da principi astratti e intemporali, né elevato a dignità di soluzione perfetta e intemporale; lo adottiamo solo perché è l’altra faccia della primaria funzione sintetizzatrice (di gruppi, di categorie, di spinte elementari) che assegniamo al Partito.

La generosa preoccupazione dei compagni che il Partito operi in modo organizzativamente sicuro, lineare ed omogeneo, si rivolga dunque – come ammoniva lo stesso Lenin nella “Lettera a un compagno” – non alla ricerca di statuti, codici e costituzioni, o peggio, di personaggi di tempra “speciale”, ma a quella del modo migliore di contribuire, tutti e ciascuno, all’armonico espletamento delle funzioni senza le quali il Partito cesserebbe di esistere come forza unificatrice e come guida e rappresentanza della classe, – che è l’unica via per aiutarlo a risolvere giorno per giorno, “da sé” – come nel Che fare?, di Lenin, là dove si parla del giornale come di un “organizzatore collettivo” – i suoi problemi di vita e di azione. È qui la chiave del “centralismo organico”, è qui l’arma sicura nella storica battaglia delle classi, non nella vuota astrazione delle pretese “norme” di funzionamento dei più perfetti meccanismi o, peggio, nello squallore dei processi agli uomini che per selezione organica si trovano a maneggiarli “in basso” o “in alto” – meccanismi ed ingranaggi anch’essi, efficienti o inefficienti non in sé, cioè in virtù di qualità o assenze di qualità personali, ma della traccia in cui l’intero partito, – il suo dittatoriale programma, la sua invariabile dottrina, la sua tattica conosciuta e prevista, i rapporti interni e reciproci fra parte e parte di un organismo le cui membra vivono o muoiono tutte insieme in quanto lo stesso sangue circoli o cessi di circolare nel muscolo centrale e nelle fibrille periferiche, – impongono loro di muoversi.

O su questa via, o sui due binari, in apparenza diversi, in realtà convergenti, del caotico e arbitrario democratismo e del bieco autoritarismo stalinista: nessun’altra “scelta” ci lasciano le tesi del 1920, del 1922, del 1926, del 1945, del 1966, e, per dir tutto, di sempre».

Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale (Il Programma Comunista, 7/1966)

«8. – Per la necessità stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni e attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi. Nel partito non vi sono concorsi nei quali si lotti per raggiungere posizioni più o meno brillanti o più in vista, ma si deve tendere a raggiungere organicamente quello che non è uno scimmiottamento della borghese divisione del lavoro, ma è un naturale adeguamento del complesso ed articolato organo-partito alla sua funzione».

Tesi Presentate Dalla Sinistra (“Tesi di Lione”) (3° Congresso del Partito Comunista d’Italia, 1926)

«Se solo l’umanità proletaria, da cui siamo ancora lontani, sarà libera e capace di una volontà che non sia illusione sentimentale, ma capacità di organizzare e tenere in pugno l’economia nel più largo senso della parola; se oggi la classe proletaria è pur sempre, sebbene meno delle altri classi, determinata nei limiti della propria azione da influenze ad essa esterne, l’organo invece in cui proprio si riassume il massimo di possibilità volitiva e di iniziativa in tutto il campo della sua azione è il partito politico: non certo un qualunque partito, ma il partito della classe proletaria, il partito comunista, legato, per così dire, da un filo ininterrotto alle ultime mete del processo avvenire. Una tale facoltà volitiva nel partito, così come la sua coscienza e preparazione teoretica, sono funzioni squisitamente collettive del partito, e la spiegazione marxista del compito assegnato nel partito stesso ai suoi capi sta nel considerarli come strumenti ed operatori attraverso i quali meglio si manifestano le capacità di comprendere e spiegare i fatti e dirigere e volere le azioni, conservando sempre tali capacità la loro origine nella esistenza e nei caratteri dell’organo collettivo».

VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista. Rapporto e interventi della Sinistra del Partito Comunista d’Italia (1926) 

«[…] questione dei capi, che il compagno Trotzky solleva nella prefazione al suo libro “1917”, nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente. Trotzky non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, malgrado la situazione variabile e spesso sfavorevole, segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa […]».

La Russia nella Grande Rivoluzione e nella Società Contemporanea (Il Programma Comunista, 14/1956)

Lenin – la citazione è spesso ricorsa negli ultimi dibattiti – era per la norma del “centralismo democratico”. Nessun marxista può discutere menomamente sull’esigenza del centralismo. Il partito non può esistere se si ammette che vari pezzi possano operare ciascuno per conto suo. Niente autonomie delle organizzazioni locali nel metodo politico. Queste sono vecchie lotte che già si condussero nel seno dei partiti della II Internazionale, contro ad esempio l’autodecisione del gruppo parlamentare del partito nella sua manovra, contro il caso per caso per le sezioni locali o le federazioni nei comuni e nelle province, contro l’azione caso per caso dei membri del partito nelle varie organizzazioni economiche, e così via.

L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta la conta dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese, un qualche senso?

Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte e illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi.

Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forma dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

Ad un certo tempo nell’Internazionale Comunista i rapporti si capovolsero: lo Stato russo comandava sul partito russo, il partito sull’Internazionale. La Sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide.

Non seguimmo i trotzkisti e gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della rivoluzione russa una questione di consultazioni di basi, di democrazia operaia o operaio-contadina, di democrazia di partito. Queste formule rimpicciolivano il problema.

Sulla questione dell’Autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nella analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende.

VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista. Rapporto e interventi della Sinistra del Partito Comunista d’Italia (1926)

«Nei nostri organi superiori e nei nostri congressi manca una collaborazione collettiva. L’organo supremo sembra qualcosa di estraneo alle sezioni, che discute con esse e sceglie in mezzo a ciascuna una frazione cui dà il suo appoggio. Questo centro è, in ogni questione, appoggiato da tutte le sezioni rimanenti, che sperano così di assicurarsi un trattamento migliore quando verrà il loro turno. A volte quelli che si mettono sul piano di questo “mercato delle vacche” sono addirittura dei gruppi puramente personali di leader».

Norme orientative generali sulle basi di organizzazione del Partito di Classe (Battaglia Comunista, 13/1949)

«Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.

Base fondamentale di tali rapporti è da una parte il continuo ininterrotto e coerente svolgimento della teoria del partito come valutazione dello svolgersi della società presente e come definizione dei compiti della classe che lotta per abbatterla, dall’altra il legame internazionale tra i proletari rivoluzionari di tutti i paesi con unità di scopo e di combattimento.

Le forze di periferia del partito e tutti i suoi aderenti sono tenuti nella pratica del movimento a non prendere di loro iniziativa locale e contingente decisioni di azione che non provengano dagli organi centrali e a non dare ai problemi tattici soluzioni diverse da quelle sostenute da tutto il partito. Corrispondentemente gli organi direttivi e centrali non possono né debbono nelle loro decisioni e comunicazioni valide per tutto il partito abbandonare i principi teorici né modificare i mezzi di azione tattica nemmeno col motivo che le situazioni abbiano presentato fatti inattesi o non preveduti nelle prospettive del partito. Nel difetto di questi due processi reciproci e complementari non valgono risorse statutarie, ma si determinano le crisi di cui la storia del movimento proletario offre non pochi esempi.

Per conseguenza il partito, mentre chiede la partecipazione di tutti i suoi aderenti al continuo processo di elaborazione che consiste nell’analisi degli avvenimenti e dei fatti sociali e nella precisazione dei compiti e metodi di azione più appropriati, e realizza tale partecipazione nei modi più adatti sia con organi specifici sia con le generali periodiche consultazioni congressuali, non consente assolutamente che nel suo seno gruppi di aderenti possano riunirsi in organizzazioni e frazioni distinte e svolgano la loro opera di studio e di contributo secondo reti di collegamento e di corrispondenza e di divulgazione interna ed esterna comunque diverse da quella unitaria del partito».

Sulla linea della Sinistra (Il Partito Comunista, 3/1974)

«Il punto 8 (delle Tesi supplementari sul compito storico… del 1966, n.d.r.) stabilisce che il partito “deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita”. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni “è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi”. Il che significa che l’elemento determinante della selezione dei membri del partito, non è formale, ma organico, non è un meccanismo sia esso di “elezione dal basso” o di “nomina dall’alto” che determina la selezione, ma è la partecipazione di tutti i membri del partito al lavoro collettivo ed il corso di questo lavoro in tutti i campi dell’attività che sceglie gli uomini più adatti alle varie funzioni, “non è uno scimmiottamento della borghese divisione del lavoro, ma è un naturale adeguamento del complesso ed articolato organo-partito alla sua funzione”. La seconda parte delle tesi chiarisce che il partito non è un esercito. “La dialettica storica conduce ogni organismo di lotta a perfezionare i suoi mezzi di offesa impiegando le tattiche in possesso del nemico. Da questo si deduce che nella fase del combattimento armato i comunisti avranno un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune”. Dunque, la tecnica dell’inquadramento militare, che prevede schemi di gerarchie a percorsi unitari (cioè nelle quali si va dall’alto verso il basso, il vertice comanda e la base esegue senza fiatare, ecc., n.d.r.) è una tecnica del nemico (della borghesia, n.d.r.) che i comunisti utilizzeranno, non sempre, ma nella fase del combattimento armato. “Questa verità non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito”. Perché l’utilizzo di questa tecnica del nemico non solo è pericolosa in quanto può corrompersi e degenerare “anche quando viene adottata nelle file di associazioni operaie”, ma non corrisponde affatto alla concezione marxista dell’organizzazione di partito. Infatti “L’organicità di partito non esige affatto che ogni compagno veda la personificazione della forza partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizioni che vengono dall’alto”. Come invece è, appunto, nell’esercito in cui la parte attiva spetta solo all’ufficiale indicato “specificamente” da una divisa e da un grado, mentre il soldato ha il solo compito di obbedire. Nel partito la cosa è diversa: “Questa trasmissione fra le molecole che compongono l’organo partito (fra i compagni per intenderci, n.d.r.) ha sempre contemporaneamente la doppia direzione (cioè si è attivi tanto dall’alto al basso, quanto dal basso in alto, n.d.r.)”. Il compagno Lenin non ha mai detto nulla di diverso. Vinse una rivoluzione pensandola esattamente come noi. Di conseguenza, termina la tesi, “Abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale (la fase del combattimento armato per l’appunto! n.d.r.) è stato è sarà sempre un difetto sospetto (perché indica la presenza della malattia opportunistica, n.d.r.) e stupido (perché indica la predilezione del piccolo borghese per il luccichio dei galloni, delle divise, dei titoli formali, n.d.r.)”».

Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio della Sinistra Comunista (Il Programma Comunista, 1965/14)

«10 – […] Se il contrario avviene, e peggio se queste questioni disciplinari servono a salvare non princìpi sani e rivoluzionari ma proprio le posizioni coscienti od incoscienti di un opportunismo nascente, come avvenne nel 1924, 1925, 1926, questo significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in un modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più viene sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare».