Partito Comunista Internazionale

Non attacca con Trieste

Categorie: Questione Triestina

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Trieste, Novembre

Trieste, questo punto d’attrito e di frizione tra due nazionalismi esasperati fino all’aberrazione, è stata ancora una volta teatro di sanguinosi avvenimenti e di lotte convulse, scatenate dal capitalismo anglo-americano in amorevole combutta con quello italiano e col rinascente imperialismo jugoslavo capeggiato da quell’istrione megalomane che è Tito. Con le sue sparate, questi ha contribuito ad acuire l’odio tra le due razze, e ha intensificato le lotte nazionali tra slavi ed italiani facendo naturalmente il gioco dei due governi a scapito delle popolazioni e del proletariato italiano e jugoslavo.

La situazione economica in Jugoslavia era e permane seria, anzi grave; in Italia, il lavoratore ha un regime di vita inferiore a quasi tutti i popoli europei; condizioni che spiegano il disagio e il malcontento delle masse lavoratrici di entrambi i paesi, e generano inquietudine nelle sfere dei rispettivi governi. Da ciò la solita rispolvera­ta alla non meno solita «polve­riera di Trieste», con le tradizionali escandescenze nazionalistiche e scioviniste da ambo le parti e con l’immancabile entrata in scena della gioventù piccolo-borghese, inguaribilmente cretina. Naturalmente, i sindacati asserviti alla classe dominante non hanno mancato di inserirsi nel gioco, non certo per sollevare rivendicazioni di classe, ma per appoggiare la politica della classe dominante.

Che i sindacati agiscano in combutta con la classe padronale, non v’è dubbio alcuno, tanto sfacciatamente essi sostengono la parte del capitalismo padrone, tanto sfacciatamente impongono al proletariato la volontà della classe dirigente. Esempio significativo è quanto accaduto il venerdì 6 novembre.

In seguito ai luttuosi avvenimenti del giorno prima, la Camera del Lavoro di Trieste (organismo prettamente padronale: basti dire che fu creata da don Marzari, un prete acceso nazionalista) proclama lo sciopero generale per tutta la giornata del 6 corr., cosicché gli operai della grande industria avrebbero dovuto scioperare oppure assentarsi dal lavoro, avendo nel frattempo gli industriali proclamato la «serrata» delle fabbriche e dei cantieri.

Dato però il pericolo di ulteriori conflitti tra gli operai da un lato e la polizia ed i guardiani delle fabbriche che si sarebbero opposte alla loro entrata dall’altro, le rispettive direzioni — tranne in qualche azienda — decisero di lasciare in un primo tempo entrare gli operai (da notare che le paghe furono distribuite immediatamente dopo la ripresa del lavoro cioè alle 7,30 mentre abitualmente vengono distribuite alle 15,30, e ciò prova la volontà degli industriali di proclamare la serrata, che, dietro ordini tassativi ricevuti (da Roma?), doveva concretarsi soltanto alle 9 cioè dopo due ore dall’inizio del lavoro). A questa imposizione, gli operai (nella grande industria forse il 7-8 per cento degli operai avevano scioperato in ossequio all’ordine della C.d.L.) risposero radunandosi nella fabbrica Macchine di S. Andrea davanti alla direzione manifestando la propria avversione a un simile sciopero-serrata diretto ad appoggiare rivendicazioni territoriali della classe dominante e a rinfocolare odii tra operai italiani e slavi.

Il comitato di fabbrica (specie di Commissione interna), mandato ad esporre i desiderata degli operai, ritornava esortandoli… ad abbandonare il lavoro tra urli e fischi di disappunto e disapprovazione, dal che si vede che le Commissioni interne o Comitati di fabbrica non sono altro che trampolini di lancio dei voleri della classe padronale.

Intanto a Trieste migliaia di fascisti sono piovuti da chissà dove a far degna corona ai partigiani jugoslavi attestati ai confini del T.L.T., e a fornire il pretesto a nuove repressioni e, se occorre, a scontri bellici. Gli operai italiani e sloveni non si presteranno al loro gioco, anche se i sindacati chiederanno loro, da una parte e dall’altra, di farlo.