Partito Comunista Internazionale

L’impossibile non-indipendenza dell’Indocina

Categorie: Colonial Question, Indonesia

Questo articolo è stato pubblicato in:

L’argomento principale usato dalle centrali imperialistiche contro i movimenti indipendentistici nelle colonie, è costituito (quando non si tratta di maneggiare il meccanismo di repressione, come è successo recentemente nella Guyana britannica, ma di «discutere») dalla negazione che la sparuta borghesia locale sia capace di esprimere dal suo seno il personale di governo e gli apparati burocratici e tecnici necessari al funzionamento dello Stato moderno. Tale tesi ben si accorda con i fondamentali capisaldi ideologici borghesi che pur non negando le classi sociali, vedono tuttavia il loro operare come atto cosciente e deliberato. Perciò, in polemica con le aspirazioni indipendentistiche che si levano in Asia e in Africa, la propaganda imperialistica lavora sulla equivalenza capziosa: nessuna o insufficiente classe borghese «colta», nessuna o scarse possibilità di indipendenza nazionale delle colonie. Ora, è un fatto materiale che in Asia nazionalità grosse e piccole hanno, in questo dopoguerra, acquisito la indipendenza nazionale e uno Stato unitario autonomo, senza che l’avvio del processo partisse dalla dinamica della borghesia locale, anzi senza che esistesse neppure una apprezzabile borghesia locale. È nel caso dell’Indonesia che il fenomeno acquista forme di cristallina chiarezza.

L’Indonesia, composta da tremila isole, tra cui le maggiori sono Giava, Sumatra, Borneo (escluso Sarawak e il Borneo britannico), Celebes, Bali, Timor, ecc., abitata da una enorme massa umana assommante a 80 milioni di unità, per cui si classifica al sesto posto nella graduatoria per popolazioni delle nazioni, enormemente ricca sia per la fertilità del suolo che per le riserve del sottosuolo, soltanto dal 1949 è uno Stato indipendente ordinato nelle forme istituzionali della repubblica parlamentare. L’Indonesia, lo Stato indipendente indonesiano, come certe formazioni geologiche emergono a seguito di formidabili cataclismi tellurici, è sorta dalla tremenda convulsione storica che fu la seconda guerra mondiale. Alla sua procreazione politica non contribuì certamente un atto volontario di rinunzia alla dominazione colonialista (seppure formalmente ci fu) da parte dell’Olanda, che possedeva le isole da 300 anni, cioè dall’epoca dello sbarco degli Olandesi a Giava e della fondazione di Batavia (1619) ad opera della Compagnia Generale delle Indie Orientali. Né servì la ipocrita politica liberaleggiante degli Stati Uniti in tema di colonialismo. Forse fu determinata dall’azione militare delle locali formazioni nazionalistiche, oggi depositarie del governo? Meno che mai! Il ribellismo indigeno non superò mai, e non poteva farlo, i limiti di una banale guerriglia da giungla.

In realtà, se esiste oggi un governo indipendente a Giakarta (ex Batavia), è pur vero che esso non è sorto da una rivoluzione sociale né da una guerra di indipendenza, come fu il caso, ad esempio, della rivoluzione americana del 1776, che sottrasse gli attuali territori degli Stati Uniti alla dominazione della Inghilterra. Doveva condurre alla indipendenza indonesiana un concomitante predisporsi di circostanze storiche negative che non permisero uno sbocco diverso e che si produssero sia al di fuori e contro gli interessi e le spinte espansionistiche rispettivamente di Olandesi, Inglesi e Giapponesi, sia al di fuori della volontà del nazionalismo locale. In altre parole, l’Indonesia figura oggi come uno Stato indipendente, e politicamente lo è, proprio perché fu impossibile allo Stato straniero, che a volta a volta presidiò le isole, conservare il proprio diritto di dominazione, e questo accadde non per la resistenza del nazionalismo indipendentista sceso in armi contro lo straniero, ma solo per i mutati rapporti di forza tra gli stessi Stati capitalisti d’oltreocéano.

Se veramente l’intelligenza e la cultura, su cui si fonda la boria del razzismo imperialistico delle borghesie di razza bianca, governasse il corso storico, i paesi arretrati di Asia e Africa non avrebbero potuto raggiungere l’indipendenza nazionale, come invece è accaduto in India, Cina, Pakistan, Birmania, Indonesia, Egitto, ecc., in ogni caso contro gli interessi dell’imperialismo bianco. A supremo ludibrio della albagia intellettuale delle borghesie euro-americane, questi paesi dovevano organizzarsi nelle forme di Stati nazionali indipendenti proprio in conseguenza delle contraddizioni che dilacerano l’imperialismo, in conseguenza cioè del tremendo cozzo di potenze materiali economiche e militari che fu la guerra mondiale.

Quando l’Olanda fu messa fuori combattimento dalle armate della Germania, nel 1940, le Indie Orientali, in cui 200.000 Olandesi ed Eurasiani comandavano allora su 65 milioni di indigeni, si diedero un reggimento politico autonomo. Ma fu una fragile costruzione, che saltò in aria allo sbarco dei Giapponesi nelle isole, nell’anno 1942. Nessun dubbio che il Giappone, pur sbandierando la parola suggestiva dell’«Asia agli asiatici» come arma propagandistica contro l’Occidente, perseguiva esso pure piani di dominazione imperialistica, imposti dallo sviluppo della sua industria. Tuttavia, le formazioni politiche nazionalistiche indonesiane e le popolazioni locali accolsero come liberatori i soldati di pelle gialla che scacciavano l’odiato dominatore olandese. Ma la stessa necessità storica che aveva spazzato via la trisecolare dominazione olandese, si rivolse contro l’effimera occupazione nipponica con eguale effetto annientatore. Sconfitto e atomizzato dagli Stati Uniti, il Giappone dovette mollare la preda, solo potendo concedersi la soddisfazione di passare nelle mani dei nazionalisti indonesiani le armi del corpo di spedizione tagliato fuori dal territorio metropolitano.

Ma non deve credersi che la sicurezza esterna del neo-Stato indonesiano, che proclamò la propria indipendenza due giorni dopo la resa del Giappone, e solo nel 1949 ne ottenne il formale riconoscimento dalle Potenze estere, poggiasse su queste armi. Nonostante le sparate retoriche degli attuali reggitori del governo di Giakarta, le formazioni armate indigene seppero fare bene solo il massacro di donne e bambini olandesi avviati verso i porti di imbarco. Se la sconfitta militare tolse ai Giapponesi le Indie Orientali da poco conquistate, la «vittoria» non permise alla decaduta Olanda di recuperarle. Del resto, l’Olanda neppure prima della guerra fu una grande potenza militare, giovandosi soprattutto dell’equilibrio mondiale garantito dalle grandi Potenze. Né l’Inghilterra, che pure presidiò le isole dopo la resa giapponese, né tanto meno gli Stati Uniti, potevano rinunciare alla alleanza con l’Olanda dandole lo sgambetto in Indonesia, benché gli Americani stiano cacciando gli Olandesi da una posizione economica dopo l’altra da essi detenute nella ex colonia.

In conclusione, il nazionalismo indigeno veniva a capo del potere in Indonesia e poteva edificare un sia pure rudimentale Stato nazionale, tuttora barcollante per le caotiche condizioni politiche delle isole, proprio perché non esisteva la possibilità materiale che vi subentrasse una Potenza straniera. Un fatto positivo e progressivo, quale l’unità e l’indipendenza nazionale delle ex colonie delle Indie Orientali, su cui dovrà impiantarsi il processo industriale generatore del capitalismo, premessa necessaria nella odierna stasi sociale in Occidente delle future lotte rivoluzionarie per il socialismo, doveva essere prodotto dal ferreo concatenarsi di molteplici fattori negativi. Ecco come i fatti confermano la dialettica determinista!

Il caso dell’Indonesia, che non è unico, dato che in non diverse circostanze storiche dovevano maturare le lotte indipendentistiche negli altri paesi di Asia, sta a dimostrare la necessità dei rivolgimenti nelle colonie e nei paesi arretrati. È provato che finché dura il capitalismo imperialista il movimento rivoluzionario nelle colonie non avrà fine; come pure è certo che la creazione di Stati e mercati nazionali in Asia e in Africa, tradizionali produttori di materie prime, delle quali si alimentano l’industria e il commercio del capitalismo bianco, produrranno profondi sconvolgimenti nel mercato mondiale, aggravando la crisi del capitalismo. È proprio il restringersi delle aree non industriali del pianeta e il gonfiarsi mostruoso del flusso di merci eruttate da sempre più crescenti potenziali produttivi, che spingono il capitalismo nel precipizio delle crisi, finora risolte con le guerre.

Il movimento nazionale dell’epoca moderna, iniziò in Europa spezzando gli involucri del feudalesimo, segnò importanti tappe con le rivoluzioni borghesi di Inghilterra, Francia, Stati Uniti nei secoli XVII e XVIII; dilagò in Germania e Italia nel secolo XIX. L’ultima tappa importante la segnò la Russia nel secolo corrente. Oggi dilaga sotto i nostri occhi in Asia e Africa, perché sussistono le stesse forze economiche e sociali, cioè la concentrazione dei mezzi di produzione e l’espansione della trama mercantile, che produssero nei secoli scorsi le rivoluzioni nazionali borghesi in Europa e America.

Finché dura il capitalismo, le colonie e i protettorati non potranno, come nel caso dell’Indonesia, che tendere alla indipendenza nazionale, e lottare per ottenerne l’attuazione. È un movimento storico reale che non si può ignorare.