Il cosiddetto “comunismo bianco”
Categorie: Nationalization, State Capitalism, USA
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Ce lo siamo sentiti ripetere per radio e per giornale, e recentemente ha ripreso il motivetto un periodico ultraborghese ma serio come Il Mondo: l’economia americana non è più capitalista, si potrebbe definire un comunismo fatto da non-comunisti, un «comunismo bianco». Che cosa sia, avendo cessato di essere capitalista, nessuno dice: quanto al perché non è più capitalista, ecco la ragione: non esiste più un’assoluta libera concorrenza, lo Stato non rimane più a guardare ma interviene nell’economia, le tasse operano un notevole livellamento delle fortune, i salari sono elevati e consentono all’operaio un tenore di vita mai raggiunto.
È il giochetto in cui si sono distinti i laburisti inglesi, i cosiddetti «neofabiani» in particolare: prima si definisce il capitalismo in questi allegri termini (che citiamo dai Nuovi Saggi Fabiani): «una società progredita e industrializzata in cui la maggior parte dell’attività economica è svolta da unità possedute in proprietà privata, operanti senza interferenze statali e sotto la spinta del profitto… un sistema industriale in cui proprietà e controllo del capitale reale sono in mano ad una classe di “capitalisti” privati, e questi prendono le loro decisioni economiche in risposta a influenze di mercato liberamente agenti in condizioni di laissez-faire»; poi, siccome queste condizioni oggi non si verificano più, si dichiara che il capitalismo ha smesso di esistere, e lo dicono insieme laburisti e borghesi tradizionali.
Il guaio è che, se il capitalismo fosse definito dalla libera concorrenza e dal non-intervento statale, non solo esso avrebbe cessato di esistere oggi, ma non sarebbe addirittura mai esistito. Il paradigma della libertà di concorrenza era uno schema teorico; ma l’essenza del capitalismo non ne era perciò definita. L’essenza del capitalismo è la produzione di merci, la riduzione dello stesso lavoro a merce, la produzione in vista del profitto e per aziende, e non occorre neppure la proprietà individuale del capitale per definire capitalista un’azienda, essendo essenziale l’appropriazione privata del prodotto. Tutto questo l’intervento statale nell’economia non solo non l’ha annullato, ma, come dimostrato più volte, l’ha portato alla sua espressione più alta e completa. D’altronde, storicamente il capitalismo è nato statale (nella stessa Inghilterra ed Olanda), né occorrerà ricordare le potenti pagine di Marx sul carattere sociale del Capitale, potenza anonima, e sul carattere sociale della produzione capitalistica. Quanto poi al «livellamento dei redditi», non questo è l’obiettivo del comunismo, e il suddetto «livellamento» non toglie nulla alla spinta al profitto e all’accumulazione crescente, all’imperialismo e alla guerra, giacché quello che «toglie» alla classe dominante lo Stato glielo restituisce sotto altre forme e in altrettanti servizi.
Che poi gli operai americani godano di un alto tenore di vita non lo neghiamo; ma abbiamo con altrettanta chiarezza dimostrato come ben più del reddito del lavoro sia cresciuta la produttività del lavoro; come quindi l’operaio sia sfruttato proporzionalmente di più oggi che ha, magari, il frigorifero; e come queste stesse condizioni siano relative (allo stesso modo delle condizioni del proletariato britannico quarant’anni fa) ad una situazione di privilegio mondiale, e siano labili come questo privilegio, come la «stabilità» del dominio imperiale statunitense della terra.
Il «comunismo bianco» americano non è che capitalismo: capitalismo, anzi, nella sua massima ed esasperata manifestazione.