Partito Comunista Internazionale

È uno scandalo, a Trieste scioperare per il ventre

Categorie: Questione Triestina

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I sindacati triestini dei diversi colori sono prontissimi, come si è visto da precedenti corrispondenze, a promuovere scioperi (d’altronde falliti) per la rivendicazione di Trieste italiana, jugoslava o «libera»; è invece uno scandalo, per loro, che i proletari si agitino finalmente per rivendicazioni proprie, della propria classe.

Con la nota dell’8 ottobre e i conseguenti (ma finti) movimenti di rimpatrio, la situazione economica di Trieste, già delle più solide, è improvvisamente precipitata. Battuta da una gragnuola di colpi micidiali, la città stenta non soltanto a riprendersi, ma a «mantenere le posizioni». L’edilizia, che impiegava migliaia di lavoratori, è entrata in una crisi di cui si vedono chiaramente gli sviluppi e le conseguenze, ma non il modo di guarirla, essendo state rimandate sine die buona parte delle opere in progetto, così come la vendita dei fondi per case di abitazione.

D’altra parte, il G.M.A. ha cominciato su vasta scala il licenziamento dei propri dipendenti: finora circa 1200 su un totale di 5000 (compresa la polizia civile, «la migliore del mondo»). Rimpatriando le famiglie, è logico che vasti settori dell’economia cittadina — negozi di abbigliamento, generi alimentari, drogherie, bar, cinema, ecc. — abbiano accusato in maniera sensibile il colpo: di qui il sordo malcontento che serpeggia negli strati piccolo-borghesi, mentre la crisi edilizia e industriale spinge gli operai e i disoccupati ad agitarsi in manifestazioni una volta tanto spontanee e a sfondo di classe, provocate dalla miseria, dal malcontento, dal rancore contro i metodi della classe dominante.

È appunto dal settore degli antichi disoccupati — 500 o 600 senza lavoro da più di un anno e continuamente posposti nei turni di riassunzione — che sono partite le recenti manifestazioni, nate fuori dai sindacati. Esse dovevano però fallire con l’entrata in campo dei Sindacati Uniti di Radich e della Camera del Lavoro del dott. Novelli, i quali, se apparentemente sono cane e gatto e si combattono in aspre polemiche, sono però uniti nella difesa dello status quo borghese, e, scendendo in azione, non potevano che imbrigliare prima e stroncare poi tutto il movimento.

Essendosi accorti che la totalità dei manifestanti sfuggiva al loro controllo ufficiale, essi hanno additato all’opinione pubblica — attraverso comunicati sui giornali (vedi Giornale di Trieste, Ultime Notizie, Unità, ecc.) — i dimostranti come assoldati da Tito o quanto meno da agenti provocatori (quali? quelli che hanno provocato la miseria e lo stato di emergenza economica in cui versa la città?) infiltratisi nella massa per provocarne i «movimenti inconsulti» (inconsulti per i sindacati, ansiosi prima di tutto di incassare bollini). Questa posizione di condanna si spiega con tutta la politica dei partiti che ispirano le organizzazioni sindacali triestine, politica che è di «unione fra le classi», di patriottica solidarietà, di difesa della «patria» e che non tollera manifestazioni di classe, ma soltanto di tregua fra le classi.

Noi denunciamo l’antisociale contegno dei Sindacati Unici, vero baluardo padronale, e della Camera del Lavoro, ben noto sodalizio fornitore di crumiri, sorto per ispirazione del pretume locale con alla testa don Marzari, ed esprimiamo la nostra solidarietà coi disoccupati additando al disprezzo dei proletari la canea degli urlanti alla «provocazione», canea che va dal giornalismo multicolore ai Sindacati Uniti, dal sindacato democristiano fino alla Camera del Lavoro e a tutti i partiti democratici, o fascisti in veste democratica.

Il corrispondente