Partito Comunista Internazionale

Franco eredita i consigli di gestione aziendale

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Abbiamo tante volte illustrata la funzione controrivoluzionaria dei consigli di gestione, venuti di moda dopo la seconda guerra mondiale, per aver voglia di ripeterci. Basterà dire che, visti dai democratici cristiani tedeschi o dai «comunisti» nostrani, essi sono organi di conciliazione dei conflitti sociali all’interno della azienda, di stimolazione della produzione, di stabilizzazione sociale, gli strumenti di una mentalità fra aziendalista e corporativa.

Il regime franchista se ne è reso ben conto, e ha, con decreto dell’11 settembre u.s., previsto l’introduzione nelle aziende con più di 50 addetti (temporaneamente in quelle con più di 1000) di «jurados de empresa», o consigli di azienda, i cui scopi — elencati dal decreto — potrebbero essere sottoscritti tali e quali da Di Vittorio, Pastore, Adenauer, e… La Pira. Il consiglio è definito «unità dell’armonia del lavoro» e tende alla realizzazione della collaborazione all’interno dell’azienda, dell’aumento della produzione aziendale e dello sviluppo dell’economia nazionale (Di Vittorio e Togliatti, fatevi avanti! Vi hanno rubato la parola! Chiedete i diritti d’autore!): esso sottoporrà alla direzione proposte di aumento della produzione, di miglioramento del ritmo di lavoro, di risparmio delle materie prime, di manutenzione del parco macchine (anche qui, siamo in pieno vocabolario staliniano): trasmetterà pure rilievi e proteste delle maestranze per il trattamento ricevuto da parte dell’azienda, e riceverà a sua volta dalla direzione, ogni anno, tutte le notizie necessarie per orientarsi sul bilancio aziendale e sulla situazione di mercato, mentre curerà il regolare funzionamento degli istituti sociali introdotti dal regime in campo assicurativo, assistenziale, cooperativo, ecc.

Non c’interessano le altre disposizioni di carattere tecnico: resta il fatto che l’idea dei consigli di gestione è stata ripresa tale e quale dal regime più tipicamente corporativo che esista in Europa, per scopi che i nostri e meno franchi dirigenti democratici non proclamano apertamente e che sono quelli della mussoliniana carta del lavoro trasportata nell’ambito dell’azienda. Conciliare capitale e lavoro, cioè interessare quest’ultimo non all’abbattimento ma al mantenimento in vita di quello — mantenimento che implica appunto l’aumento della produzione, la razionalizzazione dei metodi di lavoro, la «partecipazione» alla vita dell’azienda dei suoi dipendenti, l’appianamento delle divergenze interaziendali e degli enti classisti (il sogno di Pio XII come degli eredi di Stalin) — è lo scopo comune delle cosiddette «sinistre estreme» e delle altrettanto così dette «destre estreme», passando per tutte le sfumature del centro democratico. Parlano tutti lo stesso linguaggio, praticano tutti la stessa politica, e il più «furbo» è, dal punto di vista capitalistico, chi parla e razzola così: l’industriale della Ruhr e quello all’insegna di Franco, coi loro consiglieri di tutte le tinte.