Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.1
Categorie: Third International
Articolo genitore: Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo
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Com’è noto, il compagno Lenin, nella sua mirabile attività, ha trovato ultimamente il tempo d’occuparsi, in uno speciale opuscolo scritto alla vigilia del congresso di Mosca, del movimento radicale in seno al comunismo internazionale, definendolo malattia infantile del comunismo. In quell’opuscolo è particolarmente rilevata l’infantilità nostra e del nostro giornale; e noi siamo rassegnati, dopo gli sculaccioni di papà a sopportare pazientemente anche gli scherzi dei cari fratelli di casa nostra, che non mancheranno.
Ma siccome ai ragazzi impertinenti e castigati non manca mai uno zio protettore, che li consola con qualche ciambella, ecco che anche a noi è giunta la ciambella, sotto forma di un lungo articolo – che sarà anch’esso estratto in opuscolo – pubblicato col titolo da noi dato sopra, dal compagno Antonio Pannekoek nel numero 28-29 di «Communismus».
Crediamo opportuno ricordare che il Pannekock fin dal 1912, prima di Lenin, affermò recisamente quello, che è diventato caposaldo del comunismo internazionale: la distruzione dello stato democratico-parlamentare come primo compito della rivoluzione proletaria. Ricorderemo anche che un testimonio competente e non sospetto Carlo Radek, ha definito Pannekoek «la più chiara mente del socialismo occidentale».
I.
Due forze, originanti l’una dall’altra, una spirituale e l’altra materiale, operano il rivolgimento dal capitalismo al comunismo. La evoluzione materiale dell’economia crea la conoscenza, e questa a sua volta la volontà della rivoluzione. Dalle generali tendenze evolutive del capitalismo è nata la scienza marxistica, che costituì la teoria del partito socialista prima, del comunista poi, e che dà al movimento rivoluzionario una intensa forza spirituale unitaria. Mentre questa teoria solo lentamente conquista una parte del proletariato, l’esperienza personale sviluppa nelle masse il riconoscimento pratico della insostenibilità del capitalismo.
Orbene, la guerra mondiale senza dubbio e il rapido sfacelo economico creano la necessità oggettiva della rivoluzione, prima ancora che le masse abbiano accolto spiritualmente il comunismo; e da questa contraddizione nascono i contrasti, le esitazioni, gl’indietreggiamenti, che fanno della rivoluzione un processo lungo e tormentato. Bensì anche la teoria assume ora un nuovo slancio e conquista le masse in tempo accelerato, ma non tanto da andare di pari passi con l’accrescersi gigantesco ed improvviso dei compiti pratici.
Per l’Europa occidentale lo sviluppo della rivoluzione è determinato principalmente da due forze motrici: lo sfacelo dell’economia capitalistica e l’esempio della Russia dei Soviety. Non occorre qui esaminare le ragioni, per cui in Russia il proletariato poté vincere con relativa rapidità e facilità: la debolezza della borghesia, la lega dei contadini, lo scoppio della rivoluzione mentre ancor durava la guerra. L’esempio di uno Stato, in cui il popolo lavoratore è al potere, ha eliminato il capitalismo, ed è inteso ad edificare il comunismo, doveva esercitar poderosa influenza sul proletariato di tutto il mondo. Naturalmente, questo esempio non sarebbe stato sufficiente da solo a risvegliare i lavoratori alla rivoluzione anche negli altri paesi. Lo spirito umano è mosso specialmente dalla influenza del proprio ambiente materiale; se pertanto il capitalismo indigeno avesse conservato l’antica forza, la novella della lontana Russia non avrebbe potuto contro di esso. «Piene di meraviglio e di venerazione, ma anche di terrore piccolo-borghese, senza coraggio di salvare se stesse, la Russia e l’umanità»: così trovò le masse Rutgers al suo ritorno nell’Europa occidentale. Quando la guerra finì, qui si sperava dappertutto in una immediata ripresa dell’economia, mentre la stampa della menzogna dipingeva la Russia sia come la sede del caos e della barbarie; quindi le masse rifuggivano da quell’esempio. Ma d’allora in poi al contrario, il caos s’è impadronito dei paesi d’antica civiltà, mentre il nuovo ordine mostra in Russia la sua forza crescente. Ormai anche da noi le masse entrano in movimento.
Lo sfacelo economico è la principal forza motrice della rivoluzione. Germania e Austria sono già del tutto annientate economicamente e pauperizzate, Italia e Francia si trovano in decadenza intrattenibile, l’Inghilterra è scossa violentemente, ed è dubbio, se i poderosi tentativi di ricostruzione del suo governo possano evitare la rovina, e in America compaiono già i primi minacciosi sintomi di crisi. E dappertutto – su per giù nello stesso ordine – le masse cominciano ad agitarsi; con grandi movimenti di sciopero, che scuotono ancor più l’economia, esse si difendono dall’immiserimento; queste lotte si sviluppano a poco a poco sino a diventare cosciente lotta rivoluzionaria, e le masse, senza esser comuniste, s’inoltrano sempre più per la via loro indicata dai Comunisti. Giacché ve le spinge la necessità pratica.
Con questa necessità e con questa tendenza degli spiriti, prodotta da esse in pari misura, cresce in questi paesi l’avanguardia comunista, che riconosce chiaramente gli scopi, e si raccoglie nella III Internazionale. Il sintomo e contrassegno di questo crescente rivoluzionamento è la profonda separazione spirituale e organizzatoria del comunismo dalle socialdemocrazie. Nei paesi dell’Europa centrale, gettati immediatamente in un’acuta crisi economica dal trattato di Versailles, e dove per salvare lo Stato borghese era necessario un governo di socialdemocratici, questa separazione è compiuta da molto tempo. Ivi la crisi è così irrimediabile profonda, che la massa dei lavoratori socialdemocratici radicali (Partito socialdemocratico indipendente), benché rimanga ancor fedele in grande misura agli antichi metodi, alle antiche tradizioni, alle antiche formule, agli antichi duci della socialdemocrazia, tende energicamente ad aderire a Mosca e si dichiara per la dittatura del proletariato. In Italia l’intero partito socialdemocratico ha aderito alla III Internazionale; ivi attraverso al miscuglio teoretico di concezioni socialiste, sindacaliste e comuniste si scorge chiara una orientazione delle masse rivoluzionaria e pronta alla lotta, che attua in una guerriglia permanente contro il Governo e la borghesia. In Francia solo poco tempo fa dei gruppi comunisti si sono staccati dal partito socialdemocratico e dal movimento sindacale, e si incamminano alla formazione di un partito comunista. In Inghilterra la profonda influenza della guerra sui rapporti tradizionali del movimento operaio ha dato luogo ad un movimento comunista, composto ancora da molteplici gruppi e partiti di diversa origine e a nuove organizzazioni. (Frattanto in Inghilterra s’è compiuta in gran parte l’unità comunista N.d.R.). In America dal partito socialdemocratico si son separati due partiti comunisti e lo stesso partito socialdemocratico si è dichiarato per Mosca.
L’inaspettata forza di resistenza spiegata dalla Russia contro gli assalti dell’Intesa, così costretta a venire a trattative – questa è sempre la efficacia del successo – ha esercitato una nuova poderosa forza di attrazione sui partiti operai dell’Europa occidentale. La II Internazionale si sfascia; e succede un movimento generale, verso Mosca, dei gruppi medi spinti dalla crescente orientazione rivoluzionaria delle masse. Ma questi, accettando il nome dei comunisti, senza però mutar molto nelle loro tradizionali concezioni fondamentali, trasportano nella nuova Internazionale i punti di vista e i metodi della antica socialdemocrazia. Orbene, come sintomo che tali paesi son diventati più maturi per la rivoluzione è da considerarsi anzitutto che il fenomeno è contrario; col loro ingresso nella III Internazionale, o col loro riconoscimento dei principi di essa (come già s’è accennato per gl’Indipendenti tedeschi), la recisa separazione tra comunisti e socialdemocratici si è nuovamente attenuata. Per quanto si possa tentare di tener tali partiti formalmente lontani dalla III Internazionale, per non rinunziare del tutto a ogni coerenza di principii, tuttavia essi in ogni paese s’infiltrano nella direzione del movimento rivoluzionario, e con l’aderire esteriormente alle nuove formule conservano la loro influenza sulle masse ch’entrano in azione. Così agisce ogni strato dominante: invece di lasciarsi tagliar fuori dalle masse, diventa esso stesso «rivoluzionario», per infiacchire quant’è possibile la rivoluzione sotto la propria influenza. E molti comunisti son disposti a vedere in ciò un aumento di forza, e non un aumento di debolezza.
Pareva che la rivoluzione proletaria, con l’apparizione del comunismo e con l’esempio russo, avesse acquistato un aspetto semplice, uno scopo chiaro. In realtà adesso, insieme con le difficoltà, spuntano fuori le forze che fanno della rivoluzione stessa un processo molto complicato e faticoso.