Al capitalismo americano è indispensabile l’ossigeno del progressismo
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Il povero cireneo lettore quotidiano dei giornali e bersaglio del bombardamento incrociato della propaganda avrà seguito con stupore e, poveraccio, magari con candido sdegno le vicende delle convenzioni repubblicana e democratica statunitensi. Di fronte al duplice e parallelo «colpo di scena» della designazione finale, egli si sarà probabilmente detto: Ma, e la libera volontà, la voce autonoma della coscienza individuale dell’elettore? Se il candidato nasce da assemblee in cui per tre giorni le avverse correnti gridano che l’accordo è impossibile e poi si placano nella più rosea delle unanimità, in cui i rappresentanti dell’elettore designati a sostenere un certo nome, finiscono per sostenere il nome opposto, e gli irriducibili nemici si abbracciano e il vinto si impegna a divenire il paladino del vincitore, a che scopo votare?
Ebbene, non c’è, nella carnevalata delle due convenzioni, nulla di anormale: v’è semmai la dimostrazione palese e, per una volta tanto, sfacciatamente sincera che il meccanismo democratico, sedicentemente diretto ad esprimere la «volontà della nazione», serve unicamente a tradurre in cifre statistiche la «grazia di Dio», cioè, in parole povere, le inesorabili esigenze superindividuali e materiali del capitalismo. Dalle urne esce il nome che le condizioni storiche obiettive avevano già scelto, in quanto incarnazione delle necessità obiettive di conservazione della società borghese: è stato così delle convenzioni, sarà così dell’atto finale della nomina di uno dei due candidati al rango di presidente degli Stati Uniti. Taft, da una parte, e i rappresentanti della «destra» democratica, dall’altra, dovevano perdere; ed è stato solo per una finzione utile che si è prospettata la possibilità che vincessero.
Questa necessità della designazione appare del resto, oltre che dalle vicende del voto, dalla natura dei voti finali. Raramente, in una scelta di concorrenti ai supremi fastigi di uno Stato, si è espresso così limpidamente il carattere unitario della classe dominante. Chiunque sia il futuro presidente, la missione che questa classe gli affida è unica: Eisenhower e Stevenson hanno, sfumatura più sfumatura meno, lo stesso programma. Programma internazionale: non si torna indietro, sulla strada dell’espansione mondiale imperialistica degli Stati Uniti; le frontiere della repubblica stellata sono all’Elba; l’Uno raccoglie intorno alla casa padronale – la Casa Bianca – le case coloniche dei «liberi» Stati atlantici e, ironia del nome, pacifici. Programma interno: non si torna indietro, nella strada che Roosevelt e Truman hanno battuto; se possibile, sebbene con la necessaria cautela (Stevenson è stato definito il «democratico medio»), si va avanti, perché questa strada è quella che offre le massime garanzie di conservazione del regime capitalista non solo nazionale, ma internazionale.
Ne risulta che rovesciando i luoghi comuni della stampa e della propaganda borghesi, va detto che hanno vinto i progressisti, hanno quindi vinto i veri, i più abili conservatori del capitalismo. Ha trionfato, in entrambi i casi, non la politica di difesa – come cianciano i gazzettieri – degli umili e degli oppressi, ma la politica che ha reso possibile agli Stati Uniti di dominare il mondo, e ai potentati capitalistici americani di uscire dalla grande crisi con le ossa intatte e di metter su pancia durante e dopo la guerra. Se avesse un senso dare l’etichetta di nomi di persona a fatti materiali, si potrebbe dire che le due convenzioni hanno, come di dovere, scelto alla presidenza uomini medi – Eisenhower, distintosi nella seconda guerra mondiale non per aver vinto battaglie, ma per aver conciliato, o finto di conciliare, gli interessi spesso divergenti degli alleati; Stevenson, distintosi come amministratore degli «interessi comuni» dello Stato dell’Illinois –, ma che questi due uomini medi serviranno il vinto Harriman, il multimilionario, padrone di uno dei più giganteschi e più forcaioli potentati ferroviari e di una grande banca d’investimento (oh, gli investimenti produttivi del nostro Di Vittorio!), simboleggiante l’ala «illuminata», tanto più strozzina quanto più «galantuomo», del capitalismo americano. Ha vinto l’esperienza più recente del capitalismo americano e mondiale: quella che ha capito come l’intervento statale nell’economia rappresenti non soltanto una difesa del profitto, ma un’arma della sua moltiplicazione; che la pianificazione e il controllo economico non proteggono i «ceti umili» ma ingigantiscono le organizzazioni accentrate nel loro sfruttamento; che le spese in assistenza sociale non costituiscono per i capitalisti un passivo, ma un gigantesco attivo; che non c’è miglior bastone, per tener soggetta la forza-lavoro, della carota; e memore dell’insegnamento di Lincoln e di Roosevelt, sa che il negro investito della pienezza dei diritti civili è mille volte più inerme e indifeso contro la macchina di sfruttamento, che il negro in ceppi. Ha vinto il capitalismo «progressivo» e «illuminato»; il più agguerrito, dunque, nell’arte della controrivoluzione.