Partito Comunista Internazionale

Oriente inquieto

Categorie: Egypt, Iran

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La commedia orientale continua.

Re Faruk licenziò tempo addietro il governo wafdista col solenne annuncio che avrebbe proceduto alla sua epurazione e, in genere, alla lotta contro un politicantismo corrotto; è, a sua volta, licenziato per epurazione da generali che agiscono per conto degli epurati. Lo scià di Persia aveva, tempo addietro, silurato Mossadeq; non senza svenire, Mossadeq ritorna al potere, deciso – egli, il latifondista feudatario -, a condurre innanzi la politica «progressista» del nazionalizzatore.

Ma, al fondo della commedia, c’è la durezza di una situazione che cerca di sanarsi (e non ci riesce) con la girandola dei più teatrali colpi di scena. L’Oriente vicino non trova la sua pace, sbattuto com’è fra gli scogli di una plebe sfruttata ai limiti dell’inverosimile, e di una situazione economica che non ha vie di uscita dalla propria crisi. Fame endemica, crisi endemica. Agli affamati del Cairo e di Teheran, la classe dominante offre, di trimestre in trimestre, la festicciola di un’epurazione in grande stile o la sagra di una fiammata nazionalista; rigetta cioè la responsabilità dell’affamamento o su una cricca e un uomo della stessa nazione, o su cricche ed uomini di nazioni «straniere». Ma la fame è radicata in condizioni oggettive, e, per quanto una frazione della classe dominante si sostituisca all’altra (e non sarà meno di lei corrotta, sfruttatrice e forcaiola), le condizioni oggettive rimangono, la crisi economica non si risolve. Ed avverrà che il nazionalismo egiziano continuerà a vendere cotone all’«odiato invasore», e Mossadeq chiederà a mani giunte a Inghilterra o America di riaprire le raffinerie di Abadan, senza peraltro che la crisi passi. Il capitalismo internazionale può aspettare: la «rivolta» iraniana non gli impedisce di aver petrolio più del necessario; le vicende egiziane non avranno il potere di fermare un telaio britannico.

Sulla scena sociale egiziana e iraniana, nulla di nuovo dunque; lasciamo il gusto dello spettacolare ai gazzettieri dei giornali di tutti i colori. Né il fellah di Egitto né il proletario di Persia escono da queste crisi (che altri considerano o risanatrici o rovinose) con un soldo di più in tasca: il potere, passato da una mano all’altra, resta nelle mani della stessa classe. Ma le condizioni obiettive contengono una potenzialità di sviluppi rivoluzionari che, lontani nel tempo, non sono tuttavia meno possibili. Queste potenzialità sono date dall’incrociarsi della fame proletaria e del marasma economico, dell’impossibilità delle plebi orientali di tirare avanti e dell’impossibilità della vita economica dei relativi Paesi di assestarsi. Nonostante lo sbandierato punto 4, alle zone depresse giungono solo le briciole del capitale internazionale in cerca di investimento: ma i Paesi in corso d’industrializzazione dell’Oriente vicino e lontano non possono vivere senza un flusso ingente di capitali freschi. La fragilità della loro situazione va cercata lì; per la stessa ragione (ed è, nello stesso tempo, una ragione di più per pronosticare, non in situazioni immediate, ma in sviluppi che occuperanno interi cicli, una possibilità di esplosione rivoluzionaria), non v’è in essi un forte partito stalinista e manca quindi uno dei più potenti baluardi della conservazione borghese. Come il dollaro, così il cominform rifugge dalle aree depresse: figlie di paesi dissestati sul piano economico, prive della tutela conservatrice dello stalinismo, si preparano le masse proletarie dell’Oriente medio e vicino a suonare il gong della ripresa di classe internazionale?