Partito Comunista Internazionale

L’Antartide S.A. o il segreto del capitalismo di Stato

Categorie: Italy, State Capitalism

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Di fronte alle recenti manifestazioni di dirigismo statale o di gestione statale della produzione, il campo rinunciatario del revisionismo si divide, in sede di interpretazione del fenomeno (che poi non è eccezionale, ma ricorrente nella storia del capitalismo), in due sottogruppi. Di quello, enormemente più numeroso, che identifica il complicato processo di intervento massiccio dello Stato nella gestione della produzione capitalista con altrettante fasi di trasformazione progressiva in senso socialista (e si intende alludere allo stalinlaburismo): meno difficile è lo smascheramento. L’altro sottogruppo, ancora allo stato confusionario ed equivoco, giocando pedestremente sul principio marxista che ogni cambiamento nella sovrastruttura giuridico-politica sottintende un cambiamento nella base economico-produttiva, pretende dimostrare che il periodo storico che attraversiamo è caratterizzato dall’assunzione a classe dominante della burocrazia statale. Tale posizione, che rinnega totalmente il basilare principio marxista della lotta di classe tra borghesia e proletariato, si pretende di giustificare «marxisticamente» assumendo che la «scomparsa» del classico capitalista privato, padrone titolare dei mezzi di produzione, stia a provare un avvenuto mutamento nelle forme di produzione e della appropriazione capitalista.

Le conclusioni cui pervengono ambo gli aggruppamenti, i mastoddonti della organizzazione politica e le chiesuole intellettualistiche sono apparentemente diverse, ma concordano nel ritenere «incompleto e aggiornabile» il marxismo. «Il marxismo non è un dogma, ma un metodo per l’azione» ripetono fino alla noia gli aspiranti revisionisti e i traditori in atto. Ma quale norma per l’azione rivoluzionaria del proletariato sortirebbe, di grazia, dalla spiegazione secondo i criteri dei suaccennati «critici» di Marx, di fatti reali quali ad esempio il carrozzone della pesca delle balene cioè dell’Antartide S.p.A.?

La nascita della Società per azioni «Antartide I. Compagnia marittima per la grande pesca oceanica» con sede a Roma, è strettamente legata al varo di una provvidenziale «legge speciale» recante la firma del Ministro per la Marina Mercantile Saragat. La legge (L. 8-3-1949 n. 75) stanziò 14 (quattordici) miliardi dell’«erario» per «incrementare le costruzioni navali in cantieri nazionali». Il carattere e le finalità «nazionali» della iniziativa di Saragat devono aver toccato il cuore patriottico dell’opposizione stalin-socialista e se voto negativo c’è stato, deve essere stato motivato con la «esiguità» dello stanziamento. Non molto tempo dopo l’approvazione della legge si costituiva la società Antartide. Nonostante la disparità delle date, varrebbe la pena di domandarsi: chi nacque prima: la legge o la Società Antartide? Con le prove non della logica, ma della critica, si conclude che deve essere nata prima la Società e poi, figliata dal solito ufficio di consulenza legale, la legge. Infatti la relazione acclusa all’atto costitutivo della fantasiosa società prevedeva la costruzione di una nave-fattoria per sette miliardi e mezzo, dodici battelli da caccia («catchers») per quattro miliardi e in più le spese di gestione: stabilimenti, raffinerie, serbatoi per l’olio, magazzini, ecc. Totale: quindici miliardi circa. Mica tanto per gli appetiti normali di… pescicani a caccia di balene antartiche. Ma a quanto assommava il capitale sociale della neonata impresa? Ebbene, né un soldo in più né in meno di un milione. Un solo milioncino, capite? In termini affaristici, associazioni del genere si chiamano «società pilota»: l’imponibile è irrilevante, ma i capitali… da fiocinare, immensi. Non sappiamo quanti sono i soci della Antartide, ma, a giudicare dal «capitale interamente versato», ci saremmo potuti entrare anche noi, miserrimi operai o impiegatucci, nella cuccagnesca combinazione. Ma, e qui appare il carattere di classe dell’affare, noi non siamo frequentatori dei ministeri. Ben diversamente, gli azionisti della Antartide, fra cui primeggia l’armatore Delfino di Genova, sono sicuri di farsi aprire le porte delle anticamere ministeriali, inducendo gli amministratori del «pubblico danaro» ad aprire i rubinetti del finanziamento, senza di che il nostro milioncino sarebbe rimasto sterile, impotente a figliare, in barba all’aritmetica, miliardi e miliardi.

Stilato l’atto costitutivo e raggranellato il milioncino che possiamo definire senz’altro simbolico, l’onorata Società non perdeva tempo a presentare, nei modi e nei termini di legge, rituale domanda di essere ammessa al contributo statale previsto dalla suddetta legge Saragat. I comuni mortali con le loro domande ottengono tutt’al più il solito certificato di nascita o il ricovero in sanatorio: la Società Antartide otteneva la bazzecola di tre miliardi e 960 milioni di lire, pari al 23 per cento della spesa prevista. Primo risultato, ma già abbastanza istruttivo: capitale di partenza: 1 milione, praticamente 0; finanziamento statale: 4 miliardi circa. In apparenza, sembra che sia il Ministero competente, cioè lo Stato, a suscitare imprese industriali e a legare a sé i privati imprenditori, in materia di politica dirigista o di capitalismo di Stato. In realtà, è l’affarismo privato che si serve dell’apparato burocratico dello Stato per mandare avanti i colossali carrozzoni speculativi. L’enorme massa di danaro posta a disposizione della Società Antartide è veramente di «pubblica proprietà» perché proveniente dal gettito delle imposte, ma il profitto realizzato rimane nelle mani di un pugno di avventurieri dell’alta finanza, che dispongono di agenti e procaccianti nei Ministeri e nel Parlamento. Non li volete più chiamare «borghesi capitalisti» per il fatto che non sono «proprietari», ma solo mutuanti e amministratori di finanziamenti statali? Chiamateli come volete. Ma come fate a dire che, in simili casi, il marxismo non va più?

Finora abbiamo due elementi indispensabili della produzione capitalista: una impresa, costituita nella forma di società per azioni, e un capitale uscito dalle casse dello Stato e versato zelantemente dalla burocrazia ministeriale. Nessuno ha visto finora una sola goccia di olio di balena «marca Antartide», e molto tempo ancora passerà, dato che la chiglia della nave fattoria fatta impostare dalla Società nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, rimane ancora, a distanza di un anno, allo stato… di chiglia. Per giunta, i Cantieri Riuniti, i quali dell’anticipo di 700 milioni, versati in cambiali, si sono visti pagare da uno dei principali partecipanti al gigantesco affarone, l’armatore genovese Delfino, solo 50 miseri milioncini, hanno sospeso i lavori. I dirigenti dei Cantieri sono della stessa genia dei Delfino e soci per poter ignorare che la caccia alle balene azzurre, a cui servono la nave fattoria e la flottiglia di «catchers», è l’ultimo pensiero della Società Antartide. Questo lo sappiamo anche noi, e, con Marx, sappiamo ben altra cosa, cioè che il capitalismo porta nel suo seno le ragioni della propria distruzione e non già perché sistema volto al realizzo del profitto, ma perché costretto a realizzarlo mediante una inevitabile dilapidazione e distruzione di ricchezze sociali. I miliardi messi a disposizione dallo Stato, per un ciarlatanesco disegno di enormi dimensioni, riescono, nelle mani rapaci della Società Antartide, a produrre sì e no una chiglia della progettata flottiglia da pesca oceanica? Significa che nulla è qualitativamente mutato nella dinamica del capitalismo descritto da Marx, ma che solo si è accresciuta a dismisura la tendenza allo sperpero, alla distruzione, allo sciupio bestiale, di cui l’assoggettamento totalitario dello Stato al Capitale è conseguenza, e non già causa.

Ammessa al contributo statale per la nave fattoria, l’Antartide chiese, approfittando di un’altra Legge (5-9-1951 n. 902) che aumentava la somma a disposizione dei balenieri di altri 8 miliardi e 300 milioni, di essere ammessa ancora al finanziamento per i suoi battelli cacciatori da 400 tonn. ciascuno. Di questi, inutile dire, non esistono nemmeno le chiglie. Nel carrozzone è stato coinvolto anche il Governo regionale siciliano, ritenuto dalla Società più malleabile. Il 19 dicembre 1951, il presidente della Assemblea regionale Restivo presentava una legge che autorizzava gli istituti ed enti incaricati della Tesoreria regionale ad investire un decimo delle proprie disponibilità di cassa in titoli obbligazionari emessi per il finanziamento di imprese industriali, «comprese quelle armatoriali». Altra ricca mangiatoia per i cacciatori (di nome) di balene. Ma il pazzo vorticare di miliardi faceva smuovere, meglio tardi che mai, le limacciose acque dei parlamenti e così si sono avute interpellanze alla Assemblea siciliana (8-1-52) e a Montecitorio. Il carrozzone avanza ed è normale che incontri ostacoli di tanto in tanto. Da molti mesi sono in corso trattative tra il Governo della Regione Siciliana, il Banco di Sicilia, la Banca d’Italia, l’I.M.I. ed altri istituti di credito per la sottoscrizione di sette miliardi di obbligazioni I.M.I.-MARE che dovrebbero essere messi a disposizione, appunto, dell’«Antartide» S.p.A. E ciò avviene mentre le Compagnie Baleniere Norvegesi annunziano una contrazione della pesca nelle prossime campagne e invitano gli equipaggi a non contare sugli arruolamenti. Segno che le balene che l’«Antartide» prende di mira sono quelle che navigano… nelle casseforti dello Stato.

Fin qui abbiamo seguito la stampa di informazione. Se qualche errore di dettaglio c’è, non è colpa nostra. Quel che conta è la natura dell’affare, la forma dell’azienda, in cui l’intrapresa e la proprietà privata si collegano strettamente al capitale liquido versato dallo Stato a fondo perduto (circa 7 miliardi) e da istituti di credito parastatali (altri 7 miliardi). Gli utili rimangono agli imprenditori privati rivestiti della figura giuridica di azionisti della Soc. Antartide. Né il caso illustrato rappresenta certo una eccezione nella prassi economica dello Stato italiano, nonostante il luogo comune che rappresenta la penisola come la sede felice dell’anti-dirigismo trionfante.

Il revisionismo traditore è sempre pronto ad invocare gli «sviluppi» della situazione, accusando i marxisti ortodossi di non saper aprire gli occhi alla realtà effettuale. Ebbene, guarda caso, solo noialtri «astrattisti» riusciamo a fornire una interpretazione scientificamente attendibile di tali forme di organizzazione della produzione, non nuove nella storia del capitalismo, ma solo quantitativamente più frequenti nella prassi della odierna fase dello Stato capitalista. Infatti, non regge la tesi degli staliniani, che pretendono di «costruire il socialismo» sulla base di finanziamenti statali generalizzati, dato che questi non eliminano lo sfruttamento del salariato e l’accumulazione di profitti. Né tantomeno corroborano la tesi degli acchiappanuvole pseudo-rivoluzionari, i quali pretendono di caratterizzare la fase totalitaria dello Stato borghese come l’epoca della nascita di una nuova classe dominante nelle vesti della burocrazia.

L’«Antartide» S.p.A., Compagnia marittima per la grande pesca oceanica, non sottrae un atomo di potere alla classe borghese, né muta le funzioni dello Stato, che rimane servo e agente del Capitale; anzi, accresce il primo e mette in luce meridiana le seconde.

L’Antartide S.A. o il segreto del capitalismo di Stato