Partito Comunista Internazionale

Sfruttamento capitalistico e avanzi di comunismo primitivo

Categorie: Peru, Racial Question, South Africa

Questo articolo è stato pubblicato in:

L’ondata di razzismo che imperversa nella Repubblica del Sud-Africa, alimentata e sostenuta dal governo fascista del dott. Malan, ha portato in primo piano un aspetto molto importante della teoria rivoluzionaria, e cioè la spiegazione del complicato fenomeno della convergenza della dominazione di classe propria del capitalismo, e della dominazione di razza. Il razzismo, formulato dagli ideologi nazisti, al fine di verniciare di «socialismo» la feroce dittatura fascista in Germania, che pretendeva di porsi come nemica dello sfruttamento sociale impersonato nella razza ebraica, aveva un fondamento solo nel regno fumoso dei dottrinari borghesi. Ben diversa è la situazione nei paesi di colore, conquistati sul finire del medioevo o in tempi molto più recenti, dall’imperialismo bianco. In queste zone del pianeta, e intendiamo alludere oltre che al sud-Africa, agli Stati dell’America Latina, nel caso specifico al Perù, la classe dominante borghese si è formata storicamente sul filo della dominazione di razza, squallidamente a seguito delle conquiste favolose degli avventurieri europei, armati delle risorse di una superiore tecnica produttiva e di più sviluppato potere politico.

Risultato storico delle imprese dei «conquistadores» doveva essere la messa in schiavitù delle popolazioni aborigene, spesso dotate di forme molto evolute di organizzazione sociale e politica, quale ad esempio la società degli Aztechi nel Messico, e degli Incas nel Perù.

La vita economica e sociale di questi antichi popoli non è molto conosciuta ma è sicuro che era basata su una forma di comunismo primitivo. L’invasione e la conquista bianca doveva precipitarli allo stato di schiavi del conquistatore, cioè di lavoratori non liberi, ma considerati giuridicamente proprietà del padrone latifondista. In maniera estremamente succinta, possiamo dire che da siffatto tipo di società, basata sulla fusione della dominazione di classe, sconosciuta nell’America precolombiana, e della dominazione di razza, si svolse storicamente l’epoca capitalista, fondata sul lavoro salariato libero. Dalla classe dei latifondisti bianchi, imperanti sulle masse di colore con spietato esercizio di violenza e di coercizione, doveva svolgersi la moderna borghesia capitalista. Diverso è il caso dei negri dell’America del Nord, giacché essi furono strappati come è noto, dalle foreste natie d’Africa e condotti in schiavitù nelle piantagioni americane, condotte con sistemi pre-capitalistici.

Per stare al nostro caso, cioè al Perù, qui il fenomeno della doppia dominazione economica-razziale presenta, nonostante i secoli trascorsi, caratteri netti. I 500.000 cholos (meticci) e 3.550.444 indios puri giacciono sotto il tallone di ferro di una classe proprietaria e capitalistica che raccoglie i suoi effettivi nella compagine di 250.000 bianchi.

Un’idea di come si effettua il feroce sfruttamento delle masse di colore si può avere leggendo quanto scriveva recentemente sul Mattino (3-7-52) l’inviato speciale L. Sorrentino. Giornale e giornalista non sono affatto teneri col proletariato, pure scrivevano: «Tutti i bianchi del Perù sentono la pressione della massa indigena come una minaccia, ma fanno di tutto per debilitarla e non sanno decidersi (sic!) ad abbandonare lo sfruttamento di essa. Un operaio europeo guadagna da quattordici a venti “soles” al giorno. Un operaio indigeno guadagna due soles e questi gli vengono dati per metà in foglie di coca, invece di pane. Gli indios che lavorano nelle fattorie e talvolta anche in città, hanno attaccato alla cintura un sacchetto con calce dentro. Perché la foglia di coca dia la sua essenza, e duri, deve essere mescolata a calce viva. L’indio porta alla bocca con la sinistra le foglie di coca, e con la destra un bastoncino che ha prima umettato di saliva, e poi impolverato dentro il sacchetto di calce. Perciò i bambini indios hanno, a dieci anni, i denti rosi, e gli uomini sono spesso senza denti». L’articolista commentava così: «Il giorno che gli indios cessassero di masticare coca, ed imparassero tutti a leggere e scrivere, allora… chissà!». Dal che si scorge la mentalità borghese. Si ammette, e come non farlo? che l’imperio dei conquistatori bianchi, ieri latifondisti feudali, oggi capitalisti, che tengono la terra, il commercio, l’industria, la banca, derivò e deriva dall’impiego massiccio della violenza e della dittatura, ma non si ammette che le masse di colore soggiogate possano emanciparsi altrimenti che… con la vittoria sull’analfabetismo.

Lo sfruttamento bestiale del salariato indios viene giustificato con la necessità di reprimere l’odio di razza e, sotto il pretesto di salvaguardare i bianchi dalla ribellione sanguinosa dei lavoratori di colore, si spinge lo sfruttamento fino all’avvelenamento in massa degli indios con la coca. In verità, l’odio di razza contro il bianco, che cova nelle popolazioni indios, e in genere di colore, è la conseguenza e non la causa dello efferato dispotismo statale dei bianchi sfruttatori.

Certamente, lo scoppio degli odii di razza, fomentati da secoli di inaudite sevizie inflitte agli indigeni, si manifesta in forme di crudeltà raccapriccianti, essendo il risultato di fanatismo, di pregiudizi, di superstizioni, coltivate scientemente dalle classi dominanti. Ma il rafforzamento del potere statale e l’incrudimento delle misure di discriminazione razziale, e addirittura di premeditato deterioramento fisiologico delle popolazioni di colore non fa che rinfocolare l’odio di razza che deriva, in sostanza, dall’odio sociale tra sfruttati e sfruttatori. L’odio di razza, e il caso del Perù dimostra la fondatezza dell’interpretazione marxista, trova il suo alimento nella società divisa in classi, e solo in una società comunista, ignara di divisioni sociali, potrà scomparire e rifugiarsi nel museo delle infamie della civiltà.

Tanto più interessante è perciò trovare nella società peruviana, come la descrive il corrispondente del citato giornale napoletano, degli avanzi chiari di primitivo comunismo, rappresentato dall’«AYLLU». Scrive il corrispondente: «L’ayllu è una comunità di dieci, venti, trenta famiglie che occupano una terra di cui sono proprietari, ma la coltivano e i prodotti sono loro, voglio dire della comunità: portano i raccolti all’ammasso, ed il capo ayllu li divide secondo i bisogni di ciascuno».

Così, accanto alle forme più brutali di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sopravvive, quasi per un miracolo della storia, un lembo di un mondo che era felice, cioè ignorava gli odii sociali, perché retto comunisticamente. Noi vogliamo tornare a quel comunismo? Sì, se si aggiunge la moderna grande industria a lavoro associato, purgata della schiavitù della divisione del lavoro e del salariato. Il che non è affatto un ritorno al comunismo primitivo agrario, ma un ritorno alla organizzazione sociale al di fuori della divisione in classi, da cui la storia umana sicuramente si originò.