“Vittorie” rivendicative
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La lotta fisica, rivendicativa, non è certo condizionata né al riconoscimento né alla negazione fatte dagli aggruppamenti politici. Essa sgorga necessariamente dal movimento stesso della produzione capitalistica fondata come altre, sullo sfruttamento di una classe sociale. Il contrasto sorge, questo sì, sul piano della valutazione dello sfruttamento politico che se ne può fare in vista del supremo scontro armato tra le classi. In tale senso, molte correnti e partiti, comunque legati al movimento operaio, si sono, attraverso i decenni, scontrati con alterne vicende. Non è questa la sede per farne l’inventario. Però, una cosa può dirsi, in proposito, e cioè che bisognava venisse il predominio della burocrazia confederale della C.G.I.L. perché fosse completamente sovvertito il concetto di «vittoria sindacale».
Che significa «vincere» in una lotta sindacale? Tradizionalmente, si è inteso dire che gli obiettivi della lotta erano stati raggiunti, contro la resistenza padronale. Quali gli obiettivi? Aumenti salariali, revoca di licenziamenti, riduzioni di orari ecc. Lasciamo stare che i rivoluzionari hanno sempre sostenuto, pur partecipando agli scioperi e alle agitazioni, che miglioramenti di salario e di condizioni di lavoro non sostituiscono, in se stessi, una «vittoria» sul padronato. Ma si era mai assistito al fatto, ora quotidiano, di spacciare per «grandiosa vittoria» la conclusione in perdita netta di una agitazione, siccome fanno regolarmente i demagoghi della C.G.I.L.?
I sindacalisti classici pretendevano di costruire il socialismo particelle su particelle, e queste erano viste nelle «vittorie» sindacali. La C.G.I.L. pretende di fare la stessa cosa anche con le «sconfitte», sia pure a metà o a tre quarti.
A Cabernardi, i minatori, minacciati di licenziamento, sono rimasti, per ben 40 giorni, rintanati nelle viscere della miniera, senza luce, con scarsa aria. La stampa borghese, prontissima a celebrare i proletari in divisa rinserrati nelle bare di acciaio dei sommergibili, ha storto il muso, indignata, di fronte al coraggio dei proletari in tuta da lavoro, che hanno preferito privarsi della luce del sole, pur di non mollare senza lottare. È questo un genere di eroismo che non innamora chi ama i proletari solo nelle vesti di soldati destinati al macello. Pretendere un atteggiamento diverso dai borghesi e dalla loro stampa significa essere fessi.
Ma che dire di coloro che ai «sepolti vivi» hanno riservato l’ennesima beffa di una «vittoria» che prevede il licenziamento, cioè il contrario di quello che si voleva ottenere? Come al solito, è prevista la corresponsione di L. 200.000 ai «dimissionari». Immaginate che sarebbe successo se si fosse trattato di una «sconfitta»!
Non è detto che ogni agitazione debba raggiungere i suoi obiettivi. Ma via definire grandiosa «vittoria» un accordo che getta sul lastrico 310 operai, dopo una durissima lotta, non è esagerazione, non è sovravvalutazione, ma soltanto beffa, inganno, coglionatura. La stampa borghese, quando i minatori erano sepolti nella miniera, sbadigliava, infastidita. Quella cominformista, sebbene tutta presa dalla polemica pre-elettorale, il solo argomento che veramente la interessa, non poteva sbadigliare anch’essa. Ha dovuto mostrare di interessarsi attivamente, e l’ha fatto compilando sensazionali pezzi di colore, romanzando gli episodi marginali della lotta. Con lo stesso stile si descrivono le feste dell’Unità. La realtà, la dura realtà, mostra altre centinaia di famiglie operaie gettate nella miseria.
Qualcuno potrà dire: e voi che avreste fatto? Certamente non avremmo accettato di firmare i licenziamenti di 310 compagni. Il nostro avversario obietterà: il padronato avrebbe proceduto lo stesso ai licenziamenti. Purtroppo, è così. Ma le truppe che cedono alle forze soverchianti del nemico senza arrendersi, potranno riprendere, in migliori condizioni, la lotta. Quelle, invece, che scendono a patti col nemico e gli si alleano, in diverse condizioni non potranno che ripetere il loro gesto: cioè tradire, tradire, tradire.