Partito Comunista Internazionale

CAPITALISMO E PACE FRA GLI STATI

Categorie: Imperialism, Trade Wars

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Ci sono due processi che sostenuti da chiari dati numerici, si possono utilmente leggere in questi tempi di crisi e di guerre; le due serie possono essere messe in correlazione per evidenziare le condizioni del disordine mondiale, politico, militare ed economico. Condizioni che si stanno determinando alla fine di un ciclo lungo quasi ottanta anni di accumulazione capitalistica e di relativa pax imperiale, nel quale le tante guerre, anche sanguinosissime, che pure hanno avuto luogo, non hanno tuttavia minacciato in alcun modo l’ordine mondiale, né hanno dato esca all’allargarsi dei conflitti oltre la loro area.
Tutti i sistemi di informazione del mondo borghese sono prodighi nel presentare questi dati, nel trarre le conclusioni più critiche e nel fornire ricette per arrestare o almeno gestire il trapasso dalla globalizzazione sotto l’egida americana alla nuova realtà del mondo “multipolare”, qualunque cosa questa goffa espressione voglia significare. Per contro noi abbiamo sempre espresso con forza e chiarezza la nostra convinzione che il mondo capitalistico non può conoscere la pace eterna e la coesistenza, più o meno pacifica, degli Stati imperialistici. Il processo dell’accumulazione capitalistica e quindi dell’equilibrio dinamico degli Stati segue, come afferma la nostra dottrina, fasi che si concludono con la crisi generale e con la guerra, a meno che la Rivoluzione sociale non la fermi nel suo scatto mortale.
Però questi dati sono utili per capire non solamente il senso storico, ma anche il grado a cui è giunto lo sviluppo della lunghissima fase attuale. Tra i tanti, i “numeri” relativi ad armamenti e debito pubblico degli Stati.
Esiste un istituto svedese, il SIPRI che analizza le spese per armamenti di tutti gli Stati.
Il rapporto di questo anno, relativamente alle spese per il 2024, dimostra in modo inequivocabile la tendenza del mondo borghese a correre verso la soluzione definitiva per la sua crisi.
Da dieci anni consecutivi i bilanci relativi alle spese militari sono in crescita, fino all’attuale 9,4 % , in termini “reali”, cioè depurati dall’effetto dell’inflazione, rispetto al 2023; la crescita più alta dalla fine della Guerra Fredda. In valore assoluto, la cifra ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari. Naturalmente le spese più alte si verificano dove già si sviluppano conflitti, o dove le dinamiche politiche spingono per lo scoppio di nuovi conflitti. SIPRI (si tratta di spese per l’anno trascorso, sicuramente in difetto rispetto all’anno corrente), stila una eloquente classifica di questi Stati, classifica che vede naturalmente in prima posizione gli Stati Uniti d’America con 997 miliardi di dollari che è pari al 37% della spesa globale e superiore alla metà di quella di tutti i paesi NATO calcolata assieme.
L’impero, che si è assunto il compito di architrave dell’ordine mondiale capitalistico, ha un livello di spesa che è giustificato non solo dalla produzione di armamenti, dallo studio e finanziamento di nuove armi, ma anche dal mantenimento di un elefantiaco apparato di basi militari sparse per tutto il mondo, di imponenti flotte a guardia dei mari; una struttura i cui costi di mantenimento sono sempre crescenti, anche per un naturale processo di inflazione che da anni interessa il mondo. È il costo del predominio mondiale, e degli sforzi per mantenerlo operativo. Questo predominio militare è d’altro canto essenziale per garantire il predominio finanziario della moneta statunitense, che è stata la moneta universale del capitalismo, ed ha consentito agli Stati Uniti di scaricare il proprio debito statale su tutto il resto del mondo.
Debito inesigibile e potenza terrestre, aerea e marittima che lo garantisce e lo difende, sono i due pilastri su cui si fonda il più potente imperialismo del mondo. Al quale, per ottanta e più anni, nessun’altro Stato ha avuto la forza di opporsi. Con questi due formidabili strumenti gli USA hanno trionfato per tutto il secondo dopoguerra, imponendo al mondo la loro disciplina e liquidando l’altro imperialismo europeo-asiatico che è imploso all’inizio degli anni ’90 con il collasso della URSS.
Questa graduatoria di morte vede in modo perfettamente sequenziale la Cina, che comunque è ben lungi, con 314 miliardi di dollari, dal livello di spesa americano. La Cina è l’imperialismo avanzante, il vero nemico del predominio USA; ma in questa sorta di gara demente a chi è più armato, i dati della spesa militare la danno ancora il ritardo. Ovviamente la “classifica” SIPRI non fornisce alcuna indicazione su come evolverà il futuro degli armamenti, se non per il fatto che per gli USA l’incremento nel 2024 rispetto ai volumi del 2023 è del 5,7 %, mentre per la Cina è del 7%. Questo fa pensare ad una accelerazione delle spese, per raggiungere una sorta di “volume critico” che la metta in diretta concorrenza con gli USA in un ragionevole equilibrio di forza militare. Raggiunto il quale lo scontro sarebbe davvero molto vicino. Da mettere in conto però per quanto ancora gli Stati Uniti riusciranno a mantenere questo immane livello di spesa che consente loro la primazia sul campo militare. Ma questa è altra storia.
Buona terza la Russia, con 149 miliardi, sempre nello stesso anno: da notare però che questa cifra segna un incremento notevole nel 2024 rispetto al 2023, del 38%. Il frutto avvelenato della guerra in Ucraina. Se poi questo andamento di crescita sia possibile da mantenere, e per quanto, ovviamente il rapporto non può dirlo; anche in questo caso è necessario far ricorso ad altri dati economici.
SIPRI indica che la spesa nel 2024 è stata del 38% superiore a quella dell’anno precedente e pari al 7,1 del PIL. Su questo super indice dell’economia, che il mondo borghese spaccia come una certezza, una sorta di “verbum caro”, una verità assoluta, nutriamo più di un dubbio. I criteri di calcolo, anche se nessuno lo dice, variano da Stato a Stato, ed oscillano sensibilmente a seconda di quali parametri economici siano presi in considerazione nei calcoli. Su questi punti gli istituti nazionali di statistica calano un velo pudibondo e giocano con sapienza per “aggiustarlo” secondo le necessità. Peggio ancora per depurarlo dalle variazioni indotte nei prezzi dall’inflazione. Come sono stati calcolati i dati della Russia però non lo sappiamo.
Comunque, tra Cina e Russia la somma bruta (ammesso che questa sia una operazione ragionevole) dei due livelli di spesa è inferiore alla metà di quanto hanno speso gli Stati Uniti. E questo dà, per ora, un indice ragionevole delle condizioni militari, almeno relativamente all’anno appena trascorso.
Seguono Germania, che ha avuto un incremento notevole, del 28%, segno evidentissimo di un riarmo molto sostenuto, di 88,5 miliardi di dollari, poi India, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Francia, Ucraina, Giappone, Italia, Polonia.
Il dato che emerge con forza irresistibile è che tutto il mondo percorre una strada di forsennato riarmo. Su come sostenerlo, ogni espediente va bene. Riduzione altrettanto feroce delle spese sociali: istruzione, sanità, solidarietà per gli strati più deboli; aumento feroce del carico fiscale e infine “debito”, emissione di titoli di Stato per rastrellare quanto più possibile dal settore privato e dal risparmio.
Questo riarmo mondiale è la cifra significativa della fase terminale del ciclo iniziato con la ripresa capitalistica dopo la seconda guerra mondiale, e se si prendono alla lettera i dati evidenziati dai rapporti SIPRI, e si traccia una improbabile curva di convergenza delle spese militari verso un livello di parità, all’evento finale potrebbero mancare ancora anni. Dieci? Quindici? Sarebbero valori ragionevoli, se non intervenissero altre considerazioni, non militari, ma economiche e finanziarie a rendere probabilmente più breve questo intervallo.
Se abbiamo fatto una panoramica abbastanza generale sulle spese belliche, grazie alla relazione del SIPRI, il paradigma di riferimento della crescita abnorme ed incontrollata del debito è costituito da quello degli Stati Uniti, anche se si tratta comunque di un processo tipico del capitalismo ultra sviluppato, fradicio, che aspetta solo il bagno rigeneratore della guerra per intraprendere un nuovo ciclo sulle rovine del precedente.
Più o meno tutti gli Stati, anche i “più virtuosi”, come amano definirsi quelli col debito più basso in relazione al loro PIL, sono coinvolti nel girone infernale del debito, ma gli USA sono al vertice della potenza militare e finanziaria, le spese per mantenerla sono enormi, e la necessità di attrarre capitali per finanziarsi produce necessariamente una crescita inarrestabile; gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior beneficiario netto di capitali dall’estero. Sono passati, in dieci anni, da un deficit verso il resto del mondo di 7 trilioni (mille miliardi), a poco più di 20 trilioni. Ovviamente non esiste modo alcuno non solo di saldare, ma neppure di ridurre in modo significativo queste cifre stratosferiche; che, come abbiamo già detto, non potranno mai essere rimborsate.
D’altro canto la base industriale dell’America si sta erodendo progressivamente; i dati ufficiali mostrano che la componente del manifatturiero del PIL è passata, in questo anno, dal 15% a meno del 10%. E questo spiega tutte le iniziative da parte dell’attuale Amministrazione di “riportare” in terra d’America tutte le attività produttive delocalizzate, e l’attività industriale manifatturiera di aziende che con incentivi di tassazione delocalizzino negli States. E per continuare, tutti gli aiuti allo Stato ucraino dovranno essere saldati in materie prime; che secondo un accordo “segreto”, che poi tanto segreto non è stato, dovranno anche essere esentasse per il colonialismo americano. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario legato alla produzione ed all’import, la prima iniziativa strombazzata al mondo è stata quella dei dazi forsennati. Probabilmente un “ballon d’essai” per mettere alla prova alleati e concorrenti, ma visto che i “numeri” si sono ora fortemente ridimensionati, forse una presa di coscienza della estrema pericolosità della manovra.
Non paga, l’Amministrazione ha pure deciso di mettere in opera un meccanismo di moneta virtuale del tipo “stable coin”, agganciata al dollaro e convertibile, che è sostanzialmente un sistema per attrarre capitali in modo indiretto, una sorta di carta di credito con la quale si investe in titoli di Stato americani e con la quale si possono effettuare pagamenti ovunque.
Il debito è comunque troppo grande per essere influenzato da tutte queste manovrine di piccolo cabotaggio. Malgrado tutto il dollaro è, per ora, il perno del sistema dei pagamenti nel mondo e la sua egemonia non può essere messa in discussione, e sarà difesa con ogni mezzo, pena il crollo del sistema finanziario mondiale, con esiti apocalittici; naturalmente per il capitalismo mondiale! Quindi, prima che questo accada, per il mondo borghese meglio la guerra che azzererà tutte le partite in sospeso.
Sulla base di queste considerazioni l’evento bellico appare un po’ più vicino che dall’osservazione delle spese per il riarmo. Ed appare altrettanto chiaro che senza un movimento sociale mondiale e potente che lo arresti, non ci sono giaculatorie di preti, esortazioni di anime belle alla pace tra gli uomini, razionalità di governanti che possano fermarlo. La Rivoluzione sociale è l’unica possibile soluzione per evitare la guerra e terminare per sempre i cicli mortali del capitalismo.