Partito Comunista Internazionale

Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra

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(continua dal numero 97 – luglio 2024)

SARZANA

La gazzetta ufficiale del 7 aprile 1921 riportava il decreto, di pari data, n. 345, con il quale il re, su proposta del presidente del consiglio Giovanni Giolitti, scioglieva la Camera dei Deputati indicendo nuove elezioni per il 15 maggio successivo. Giolitti aveva giustificato la decisione affermando che la Camera uscita dalle votazioni del 1919 non rappresentava più la volontà del paese [questo è un ritornello che abbiamo sentito ripetere molte volte] e richiamandosi alla necessità di tenere le elezioni nei territori recentemente annessi: Venezia Giulia e Tridentina, e Zara, oltre a quelli passati all’Italia a seguito del trattato di Rapallo.

In vista del nuovo appuntamento elettorale, il 7 aprile il fascismo entrava a far parte dei “Blocchi Nazionali” liberali capeggiati da quel Giovanni Giolitti tanto corteggiato dal socialismo riformista. Non è certo un caso che il simbolo elettorale di questi “blocchi” (composti da liberali di ogni sfumatura, nazionalisti e fascisti) fosse un fascio. In questo modo all’azione terroristica fascista veniva attribuita piena veste legale, anche se, di fatto, illegale non era mai stata. E la riprova di questa legalità è data dal fatto che tutto questo avvenne parallelamente ad un aumento esponenziale delle violenze terroristiche dello squadrismo. Gli assassinii, i bandi, le bastonature, lo scioglimento violento delle amministrazioni social-comuniste, la devastazione di camere del lavoro, cooperative e circoli proletari divennero pratica quotidiana da un capo all’altro della penisola.

Nelle elezioni del 15 maggio, per ridimensionare la rappresentanza parlamentare socialista, si ricorse a tutti i mezzi che andavano dalla violenza fisica o minacciata per impedire di recarsi ai seggi elettorali, peraltro metodi già ampiamente praticati dai mazzieri del democratico Giolitti, alla imposizione di consegnare al seggio la scheda dei “Blocchi nazionali”, fino alla distribuzione ai proletari di false schede socialiste contraffatte. [A questo proposito dobbiamo fare una precisazione: il tipo di scheda elettorale quale tutt’oggi viene usato venne istituito in occasione delle elezioni del 1924, passate alla storia come truffaldine a seguito della legge Acerbo. In precedenza le organizzazioni politiche provvedevano a stampare in proprio le schede con il simbolo del partito e le distribuivano ai propri elettori, iscritti e simpatizzanti. L’elettore giunto al seggio riceveva la “busta di Stato”, entrava nella cabina ed introduceva nella busta la scheda che si era portato da casa, chiudeva la busta e la riconsegnava al presidente del seggio. Quindi la distribuzione di schede “alterate”, provocava la invalidità del voto.] Nell’“Avanti!” del 13 maggio 1921 leggiamo infatti: «Avvertiamo tutti i compagni, tutti i simpatizzanti […] che vi è in circolazione una scheda falsificata che porta il nostro stesso simbolo […]». 

Però malgrado il dispiegato terrore fascista, i brogli e le varie “pastette” messe in atto, il partito socialista, che aveva improntato tutta la sua attività nella azione democratico-elettoralista, risultò ancora una volta quello più votato con oltre 1.600.000 preferenze, conquistando 123 seggi e distanziando il Partito Popolare (secondo arrivato) di circa 300.000 voti e di 15 parlamentari eletti. 

Nell’entusiasmo dell’orgia cartacea il giornale socialdemocratico titolava:

«Ancora una volta il socialismo ha vinto! Magnifiche affermazioni socialiste in tutta Italia» (“Avanti!” – 17/05/1921)

«I proletari d’Italia hanno seppellito con una valanga di schede rosse la reazione fascista» (“Avanti!” – 18/05/1921)

«La riaffermazione socialista del proletariato italiano si delinea sicura e superba» (“Avanti!” – 20/05/1921)

Ma sotto i titoli trionfanti di prima pagina il quotidiano socialista riportava giornalmente elenchi di proletari uccisi dalle squadre fasciste, di case del popolo e camere del lavoro devastate e date alle fiamme, in barba alla valanga di schede rosse che avrebbero dovuto seppellire la reazione fascista.

Allora ai socialisti non restava altro che accusare i comunisti di avere causato l’indebolimento del partito proletario provocando la scissione per una «stupida bega […] una cosa così artificiale, una creazione così capricciosa che le masse operaie non solo non l’hanno capita, ma hanno capito, per contro, che tutte le parole grosse, tutte le male offese che i vostri oratori abbondantemente scagliavano contro di noi, erano il pretesto, quasi la maschera, sotto cui nascondevasi la mancanza di alcuna solida ragione di principio che giustificasse la caina contesa.» (“Avanti!” – 20/05/1921)

A Giolitti successe Ivanoe Bonomi, che costituì un governo di coalizione tra liberali, popolari e socialisti riformisti [Ossia gli espulsi del 1912 che avevano dato vita al PSRI – N.d.r.].

Come abbiamo detto, la reazione fascista non solo non venne fermata, anzi assunse nuovo vigore da cui scaturirono ancor più violente ondate di terrore. Come quella scatenata nella Lunigiana ad opera dello squadrismo toscano. Gli avvenimenti che ne seguirono «richiamarono su questa regione ribelle ed indomita l’attenzione viva di tutto il proletariato italiano, le brame reazionarie della guardia bianca, la decisa volontà di riscossa delle masse calpestate dall’irruenza reazionaria» (Il Comunista – 19/07/1921)

Fu questo il teatro in cui si svolsero, tra il giugno ed il luglio 1921, quelle azioni terroristiche che culminarono con l’assalto fascista alla città di Sarzana.

A Sarzana, nel gennaio/febbraio era stata fondata la sezione dell’“Associazione nazionale di rinnovamento” i cui aderenti in seguito passeranno al fascismo. Esisteva pure un piccolo nucleo di fascisti, creato di soppiatto e praticamente clandestino fino ai primi di giugno, ma che non aveva mancato di invocare l’intervento dei camerati massesi e carrarini. Di conseguenza, da tempo correva voce di una prossima, grande spedizione punitiva tesa a liberare la città dalla “teppaglia rossa”, infatti già diversi paesi vicini erano caduti in balia delle orde fasciste dove quotidianamente sovversivi e semplici proletari trovavano la morte. Il proletariato di Sarzana non poteva non notare lo spostamento di colonne fasciste che numerose e ben armate effettuavano le loro “gite di propaganda” nell’Alta Garfagnana.

Due erano i termini con i quali i fascisti definivano le loro scorrerie; quello più comunemente usato era la “spedizione punitiva” per vendicare la morte, il ferimento, la semplice ingiuria ai danni di qualche fascista, oppure solo una affermazione del tipo “qui i fascisti non verranno mai”. Quando nessuna ragione plausibile poteva essere invocata a giustificazione delle loro scorrerie terroristiche, allora si parlava di “gita di propaganda”.

Sarzana, oggetto di sistematiche provocazioni, veniva metodicamente circondata dalle guardie bianche, tanto che lo scatenarsi della violenza nemica era da attendersi da un momento all’altro. Le prime avvisaglie dell’attacco si ebbero la notte del 12 giugno quando, alle 2 di notte, una ventina  di fascisti carrarini sfondarono la porta e saccheggiarono la cooperativo socialista. Tutto ciò non allarmò minimamente la forza pubblica tant’è che gli autori dell’atto vandalico poterono indisturbati andarsene a dormire ospitati dai camerati locali, ed il mattino successivo operare, per le vie della città, atti di violenza ed intimidazione nei confronti della popolazione. Questo con la presenza protettiva di una pattuglia di carabinieri.

Nella medesima mattina giungeva in città un altro camion di fascisti i quali, dopo essere scesi a dare man forte ai commilitoni arrivati il giorno prima, ripartirono alla volta di Pontremoli dove, nel corso della loro devastazione, uccisero un ferroviere. Galvanizzati dal sangue versato a Pontremoli, al ritorno «passando per Sarzana in un camion ed in una lussuosa automobile su cui viaggiava anche una loro “eroina”, bastonavano a sangue dei repubblicani, violentavano un compagno e rinnovavano gesta gloriose di imposizioni teppistiche. La forza pubblica, come al solito, se pure non proteggeva apertamente i delinquenti, contemplava le loro prodezze senza muovere dito. Sparando per tutte le vie, urlando, inseguendo compagni e operai, uccidevano il cittadino Luigi Gastardelli, padre di uno dei nostri migliori compagni. Suo figlio, con cui si trovava, veniva arrestato, ed ora è rinchiuso in carcere.» (Ordine Nuovo – 16/06/1921)

Dopo l’omicidio risalirono sul loro camion e tranquillamente ripresero la strada del ritorno. I carabinieri non avevano modo di opporsi agli aggressori essendo impegnati ad arrestare gli aggrediti.

Da parte sua il Fascio sarzanese, temendo ritorsioni violente da parte del proletariato si affrettò a pubblicare un ordine del giorno, ed a recapitarlo alle sezioni comunista e socialista, in cui si dichiarava «nel modo più categorico e assoluto che nessun fascista sarzanese ha preso parte, né diretta, né indiretta, a tali azioni criminose. [.. e ..] dichiara di sciogliersi preferendo una onorata morte appena nato all’accusa di partecipazioni ad eccidii inconsulti, ad inutili e dannose provocazioni».

Nell’“Avanti!” si legge che «un’ora dopo che questo ordine del giorno ci era stato consegnato, lo stesso presidente del fascio sarzanese, avv. Tancredi Revello, sparava dalla finestra della sua abitazione due colpi di fucile […] e feriva due giovani operai abbastanza gravemente, e leggermente parecchi altri, tra cui una donna.» (Avanti! – 15/06/1921)

L’ “Ordine Nuovo” continuava: «Il proletariato è esasperatissimo. Domani si avranno gli imponenti funerali della vittima. […] Le maestranze degli stabilimenti locali e quelle che si recano alla Spezia, hanno attuato lo sciopero di protesta di ventiquattr’ore. Si prevedono nuove rappresaglie fasciste.» (16/06/1921)

Si ebbe una tregua della durata di circa un mese prima che riprendesse a dispiegarsi il terrore fascista. 

L’“Avanti!” del 19 luglio 1921 scriveva: «Alle 16,30 un centinaio di fascisti di Carrara, giunti a Fivizzano con dei camions e scesi dalle macchine, si misero a girare per il paese. Essi vennero affrontati dai comunisti. Ne avvenne uno scontro violento, nel quale rimasero uccisi certi Rossi Luigi di anni 32 e Garfanini Primo di anni 25, comunisti, e feriti sette comunisti. La cooperativa comunista venne invasa dai fascisti e completamente devastata. I fascisti ripresero immediatamente il loro viaggio verso Santo Stefano. Ma li attendeva una imboscata organizzata da un gruppo di comunisti, e in questa imboscata sono rimasti feriti diversi fascisti carraresi e uccisi il comunista Ferruccio Spadaccini, di anni 30 e Edoardo Vannucci, di anni 41. Altri proiettili ferirono diverse persone. I fascisti, risaliti sui loro camions, si allontanarono avviandosi a Monzone. Giunti a Monzone e penetrati in alcune case hanno ucciso due poveri operai ed hanno colpito a morte un giovanotto mentre prendeva il bagno nel fiume Lucido. […] Nella laboriosa valle del Lucido ieri è stato un rintronar continuo di colpi, mentre continuava la caccia selvaggia per i dirupi dei monti contro la gente che fuggiva terrorizzata. Dopo questi tragici episodi, nei quali caddero due morti e circa 15 feriti dei quali 3 gravi, i fascisti eseguirono opera di saccheggio in alcune case e alla cooperativa dove rubarono anche 3.000 lire. Dopo le gesta compiute a Monzone scesero ad Aulla dove si fermarono qualche tempo. Nel pomeriggio passando da Santo Stefano Magra irruppero in alcune case e violando domicili privati, armata mano e coi moschetti a tracolla, trucidarono senza motivo un contadino e ferendone altri sette fra i quali cinque bambini in tenera età. Un ferito è morto stanotte.  E’ da notare che benché i fascisti sono partiti da Carrara nel mattino […] il prefetto di Massa e le le autorità nulla fecero per impedire gli eccessi del pomeriggio.» (“I fascisti di Carrara seminano la strage nelle valli del Lucido e della Magra – 10 morti e 25 feriti”

È da notare come in questa descrizione degli atti vandalici e terroristici compiuti dalle camicie nere, l’Avanti! evidenzi costantemente che gli unici ad opporre resistenza alle violenze fasciste fossero sempre stati dei comunisti, implicitamente dimostrando la loro astensione da ogni forma di violenza. Non dimentichiamo che mentre il fascismo seminava morte e terrore, i non violenti del partito socialista, proprio in quei giorni mettevano a punto il famigerato “patto di pacificazione” con gli assassini del proletariato.

Comunque, per gli eroi fascisti, la giornata non si chiuse così baldanzosamente come l’avevano iniziata.

Riprendiamo la lettura dell’“Avanti!” sui tragici avvenimenti del 18 luglio: «I fatti sono raccapriccianti. Non barbari, ma le belve sarebbero state più umane. Intanto la vicina Sarzana veniva informata di quanto le bande commettevano di truce. Per mezzo del telefono, essa chiese rinforzi ai compagni di Spezia onde affrontare i malviventi. Partirono immediatamente circa 50 “arditi del popolo” col desiderio vivissimo di misurarsi con i fascisti in aperto combattimento. Intanto a Santo Stefano un camion fascista, dovuto abbandonare per guasto, veniva dall’ira della folla incendiato. In prossimità di Sarzana, i fascisti vennero affrontati congiuntamente dagli “arditi del popolo”, bene armati, i quali li costrinsero a sbandarsi per la campagna. La battaglia fu violentissima, micidiale. Il popolo sarzanese, armato di fucili, di roncole, forche ed altri oggetti, riuscì con gli arditi a mettere in fuga i barbari adorni del tricolore. […] In questo ultimo, violento scontro, vennero uccisi due fascisti e sette altri feriti d’arma da fuoco. Sedici invece vennero arrestati.» (20/07/1921) 

Di questi, 13 vennero rilasciati il mattino seguente, solo 3 furono trattenuti in carcere. Come vedremo meglio in seguito gli arresti vennero fatti al solo scopo di salvare i fascisti dall’ira popolare che, altrimenti, avrebbe certamente proceduto al linciaggio. 

«La giornata si chiuse, com’è noto, con un bilancio di sette morti e numerosi feriti.» (La Stampa – 22/07/1921)

Tra gli arrestati vi era pure Renato Ricci, fondatore del fascio di Carrara. Alla notizia del suo arresto si mobilitarono gli squadristi liguri e toscani che si prefissarono la liberazione dei camerati e l’occupazione di Sarzana per ristabilire l’onore delle camicie nere dopo la lezione che avevano avuta.

Naturalmente il “Corriere della Sera” giustificava queste spedizioni punitive con il fatto che «innumerevoli furono le aggressioni di fascisti presi isolatamente, malmenati e feriti. […] Fatti segno a nutrita sassaiola e poi a colpi di rivoltella e fucile. […] Sovversivi appostati dietro le siepi, donde si sparava al passaggio dei fascisti. […] Rappresaglie comuniste fra le quali l’esplosione di un tubo di dinamite presso l’abitazione del direttore della ditta Walder.» (22/07/1921)

Naturalmente tutte le forze di polizia erano al corrente che si preparava una spedizione punitiva con un dispiegamento di forze enorme; circa 600 camicie nere, provenienti da tutta la Toscana, poterono tranquillamente concentrarsi alla stazione di Avenza e partire alla volta di Sarzana.  

Nella relazione del 22/07/1921 del direttorio fascista Sanminiatese si legge:

«Mercoledì notte, una colonna Fascista, mossasi da Marina di Carrara alle ore 1,30 circa, costeggiando dapprima il mare, indi marciando attraverso sentieri campestri, ed in ultimo ai lati della ferrovia, giungeva alle 5 del mattino in prossimità di Sarzana. Obiettivo e movente, una dimostrazione di Italianità e di forza nella città che ci aveva provocato nei modi ormai noti, negli ultimi giorni.»

Ma il proletariato vigilava, non dormiva ed era pronto ad accettare battaglia. Nella stessa relazione fascista infatti sta scritto: «Particolare degno di nota: durante la marcia sebbene non si fosse osservata traccia di arditi del popolo, ogni casolare mostrava i lumi accesi nel suo interno.»

Dunque la colonna fascista giungeva a Sarzana alle 5 del mattino. L’intenzione era di cogliere il paese nel sonno e mettere in atto la loro incursione prima che la popolazione avesse potuto organizzare una qualche difesa; comunque si trattò di un calcolo sbagliato perché la città si trovava in stato di allarme. Infatti «Nel campo avversario – scriveva “La Stampa” – si preparava frettolosamente la controffensiva: formazione di nuclei di arditi del popolo, popolari rioni che si armavano e si premunivano per respingere i fascisti, contro i quali si faceva una vasta propaganda dagli anarchici, dai repubblicani e dai comunisti, che in quasi tutta la regione hanno l’assoluto predominio sugli altri partiti.» (22/07/1921)

Alcuni ferrovieri avevano avvisato dei movimenti della colonna fascista.

Quando i fascisti arrivarono alla stazione di Sarzana trovarono, a sbarrargli la strada, una pattuglia composta da [si faccia attenzione ai numeri! – N.d.r.] nove carabinieri, quattro soldati, due funzionari di polizia ed il capitano dei carabinieri Guido Jugens.

Dopo avere gridato, all’indirizzo dei militari, “Viva l’Italia, viva il re”, Amerigo Dumini, che comandava la spedizione, si avvicinò al capitano dei carabinieri per dettare le sue ingiunzioni: la immediata liberazione di Renato Ricci e degli altri squadristi arrestati; la consegna del tenente Nicodemi, responsabile dell’arresto dei prigionieri; libero accesso per l’occupazione della città.

Da parte sua il capitano dei carabinieri assicurò che i prigionieri fascisti sarebbero stati liberati, ma che non poteva accettare la richiesta della consegna del tenente Nicodemi. Riguardo all’occupazione i fascisti venivano sconsigliati dal tentarla, informandoli del pericolo che avrebbero corso se si fossero avventurati all’interno  del paese, perché la popolazione era in piena allerta.

A quel punto successe che, nell’eccitazione, da parte fascista venne sparato uno o più colpi di fucile ed un caporale dei carabinieri veniva colpito a morte. Istintivamente i carabinieri risposero al fuoco. Questo determinò il parapiglia tra i seicento eroi in camicia nera. Mentre una metà dei fascisti rimase sul piazzale della stazione senza sapere bene cosa fare, altri si diedero alla fuga disperdendosi nelle campagne mentre da parte dei contadini armati iniziò la caccia ai fuggiaschi e, quanti vennero intercettati furono uccisi. Ed il “Corriere della Sera” del 22 luglio titolava: “Selvagge aggressioni comuniste”; “Raccapriccianti episodi di caccia al fascista”.

Anche quelli che si erano asserragliati all’interno della stazione avrebbero di certo fatto una brutta fine se non fossero stati presi in carico e tratti in salvo dalle forze dell’ordine che, dopo avere rimesso in libertà Ricci e gli altri arrestati, approntarono un treno speciale per Massa di modo che potessero tornarsene sani e salvi in Toscana. 

All’inizio era stato pensato di farli salire sul treno «che doveva arrivare dalla Spezia, ma il personale di detto treno, giunto alla stazione precedente Sarzana, appreso quello che era successo, non intendeva proseguire. Furono i fascisti del luogo che presero posto sulla macchina, e riuscirono, bene o male, a manovrarla fino a Sarzana.» (La Stampa – 22/07/1921)

Ma sentiamo cosa ebbe a scrivere l’ispettore di P.S., Trani, incaricato di inchiesta governativa: «Si provvide alla partenza dei fascisti senza averli prima identificati e disarmati, ed i fascisti dai vagoni, appena il treno fu in partenza aprirono il fuoco contro le abitazioni e contro le persone, e ferirono gravemente un casellante [che poi morì – N.d.r.] e un contadino; le case cantoniere portano evidenti tracce dell’azione delittuosa. I contadini, che erano in armi, visto il pericolo al quale erano sottoposti, per i colpi numerosissimi che partivano dai vagoni del treno che trasportava i fascisti, presero a sparare contro il treno stesso, e così rimase ferito e ne morì subito un fascista di Carrara che aveva preso posto vicino al macchinista.» Si trattava di uno studente ventenne, ma che già poteva vantare un nutrito curriculum di azioni delittuose: Pisa, Empoli, Prato, Firenze, Livorno, Carrara.

Il giorno dell’assalto a Sarzana i fascisti lasciarono sul terreno un quindicina di morti e circa cinquanta feriti.

Riprendiamo la lettura del giornale di quel partito che protestava contro la sua espulsione dall’Internazionale Comunista: «Nella notte nessun incidente grave si è verificato. Nelle campagne si segnalano gruppi di comunisti armati e la forza procede negli arresti, che sono numerosi. […] La stazione di Luni è stata presidiata da carabinieri e squadre di vigilanza percorrono le linee, la campagna dove sono comunisti, perlustrandole con estrema cura e traendo in arresto ogni individuo armato. La campagna viene rastrellata da carabinieri a cavallo, siccome è specialmente nella campagna che si aggirano i comunisti armati» (“Avanti!” – 23/07/1921).

Si vede bene come i socialisti si dissociassero nel modo più netto da qualsiasi uso della violenza, anche semplicemente da quella per legittima difesa e come questi traditori implicitamente parteggiassero per le forze dell’ordine che ripulivano la campagna dai sovversivi. Il giornale socialista parla esplicitamente di “rastrellamenti”. Vediamo ora cosa diceva al riguardo il ricordato l’ispettore di P.S. Trani: «Il rastrellamento se era possibile nei campi [di battaglia – N.d.r.]  dopo avvenuti i combattimenti, in quanto i soldati nemici portavano uniformi e parlavano linguaggio straniero, non è possibile efficacemente tentarlo in terra italiana, ove non deve essere tentato altro servizio che quello che prende di mira coloro che si rendono responsabili di reato.» (Riportato in: M. Franzinelli – Squadristi)

Dunque i compagni socialisti sapevano bene che i cosiddetti “rastrellamenti” altro non erano che repressione indiscriminata sulla popolazione civile.

In contrapposizione al pacifismo a senso unico del PSI, i comunisti orgogliosamente scrivevamo sull’organo centrale di partito: «La violenza che d’ora in poi sarà compiuta dalle masse verrà definita “violenza comunista”. E non sappiamo che cosa i “capi” del PSI diranno contro quei loro compagni lavoratori che solo un sentimento di nostalgia e di rozza tradizione tenne legati al vecchio ceppo socialista, ma che sono assai spesso con noi nella mischia! […] Che i comunisti siano perseguitati e colpiti è un fatto di logica ferrea e stringente, per fascisti e socialisti. […] E noi piccolo e neonato partito, diventeremo il partito che ha tutte le possibilità di attacco e di aggressione. Ogni atto violento sarà imputato a noi. Ringraziamo fin d’ora i nostri nemici che costringeranno il vero proletariato rivoluzionario ad unirsi sotto le nostre bandiere» (Il Comunista – 31/07/1921).

L’ispettore «Trani minacciato di morte dai fascisti […] fu scaricato dal governo Bonomi che preferì un funzionario più accomodante. […] La vigilanza della Lunigiana fu assegnata al viceprefetto di Genova, Rossi, apertamente simpatizzante per gli squadristi; commissariato di P.S. e tenenza dei carabinieri furono affidati a esponenti filofascisti; col commissariamento dell’amministrazione comunale di Sarzana […] s’installò un delegato prefettizio ligio ai “partiti d’ordine” (ovvero al fascismo).» (M. Franzinelli – Squadristi)

Togliatti, nel suo rapporto per il IV congresso dell’I.C. ricordava che «i funzionari che fecero sparare sui fascisti sono ancora oggi [novembre 1922, dopo un anno e mezzo – N.d.r.] in carcere in attesa di giudizio, e sono state proibite le sottoscrizioni che i colleghi volevano fare per alleviare la miseria delle loro famiglie.» (Rinascita, 8 dicembre 1962).

I fatti di Sarzana suscitarono nel paese grande clamore, commenti disparati, articoli di giornale e notizie fantasiose; comunque tutto il ventaglio politico borghese si schierò apertamente dalla parte dei poveri ragazzi fascisti trucidati dalle belve comuniste. Sarebbe troppo lungo riportare tutte quante le prese di posizione della stampa e della politica borghese, ricorderemo solo che anche la tonacaccia nera di don Sturzo non mancò di unirsi al branco della belluina borghesia e, con un commovente telegramma, si rivolgeva ai fascisti esprimendo loro «nel dolore i sensi di solidarietà del partito».

Il giorno successivo all’eccidio di Sarzana, «una quindicina di squadristi denominatisi “Plotone d’esecuzione” effettuarono una sanguinosa ritorsione in località Fossola: presentatisi “con un elenco di nomi di persone da giustiziare, […] uccisero due operai e ne ferirono gravemente un terzo e poi in un altro luogo ne ferirono un quarto. La vendetta si completò il 26 luglio in località Bergiola con l’uccisione di altri tre cittadini. Lo stesso giorno si stipulò a Carrara un accordo di pacificazione sociale fra il fascio cittadino ed i delegati degli altri partiti (esclusi comunisti e anarchici).» (M. Franzinelli – Squadristi)

Mentre i traditori del proletariato effettuavano “patti di pacificazione” locali, i dirigenti dei partiti, socialisti, fascisti e CGL si preparavano a varare quello nazionale. Il giorno successivo ai fatti di Sarzana Mussolini prendeva atto delle «buone intenzioni espresse dalla Direzione del partito socialista e dalla Confederazione Generale del Lavoro» ed affermava che «pur deplorando i fatti avvenuti non si dovevano sospendere le trattative di pace.» (“La Stampa” – 23/07/1921)

Se c’è della verità nel motto «i nemici dei miei nemici sono miei amici», si può comprendere come tra fascisti e socialisti potesse esistere intesa nella lotta anticomunista. Esempi ne sono i patti di “pacificazione” stipulati sia a livello centrale che locale, la delazione (abbiamo riportato l’esempio del deputato Ellero) e magari pure la richiesta di interventi diretti … 

Ne “L’Avvenire”, settimanale comunista della provincia di Pistoia, si poteva leggere questo trafiletto: «Per la terza ed ultima volta domandiamo ai dirigenti la massima organizzazione sindacale se è vero che hanno sollecitato l’intervento dei Fasci di Combattimento per impedire le riunioni comuniste alla Camera del Lavoro, come ebbe ad affermare il comandante la terza centuria fascista domenica scorsa» (16/07/1921)

Infatti nell’“Ordine Nuovo” di tre giorni prima si legge questa breve corrispondenza da Firenze:

«Vi ho informati come già diverse volte ormai si sia ripetuto da parte dei fascisti fiorentini il tentativo di impedire adunanze comuniste, politiche e sindacali. E vi abbiamo anche accennato ad una vaga voce che circolava negli ambienti cittadini, voce che attribuiva agli inviti dei socialisti che governano la Camera del Lavoro l’intervento fascista contro di noi. Consigliammo anzi, da queste colonne, i socialisti a smentire recisamente quella che ci sembra una assurda, atroce calunnia; ed uguale invito fu fatto personalmente al sottopancia camerale Ciapini dai compagni del Comitato sindacale. La smentita, naturale ed attesa, non venne e non è venuta finora. Abbiamo invece raccolto una precisa, specificata accusa che verrebbe a confermare la voce che ormai prende consistenza tra le masse operaie fiorentine. I dirigenti della Camera del Lavoro avrebbero domandato l’intervento dei fascisti per impedire le riunioni comuniste. Così precisamente ha affermato il signor Bellegatti, comandante la terza centuria del Fascio di Firenze. […] L’accusa, formulata recisamente dal capo-centuria fascista, mette i labouristi della Camera del Lavoro con le spalle al muro. Essi non possono passare sotto silenzio la denuncia che li colpisce direttamente. Il loro silenzio sarebbe una conferma chiara. […]»

Ed in silenzio rimasero i dirigenti della Camera del Lavoro.

ROCCASTRADA

Roccastrada, in provincia di Grosseto, era il capoluogo di un importante comune agricolo, la maggioranza dei suoi abitanti erano piccoli fittavoli: tuttavia non mancavano organizzazioni proletarie quali la lega dei braccianti e boscaioli, la lega dei muratori e quella dei contadini. Esisteva pure una moderna e fiorente cooperativa agricola, se pensiamo che già un secolo fa era proprietaria di due trattori, aratri, seminatrici, trebbiatrici, nonché allevamenti di buoi, vacche e cavalli. Era uno dei fiori all’occhiello del socialismo riformista. La prova provata che al socialismo si poteva arrivare per via pacifica …

Anche al sindaco di Roccastrada a metà aprile 1921 era arrivata la “circolare” del fascio fiorentino inviata alle amministrazioni comunali social-comuniste:

«Firenze, 6 aprile 1921

Al Sindaco del comune di ………….., prov. di ……….

Dato che l’Italia deve essere degli  italiani e non può, quindi, essere amministrata da individui come voi, facendomi interprete dei vostri amministrati e dei cittadini di qua, vi consiglio di dare, entro domenica 17 aprile, le dimissioni da Sindaco, assumendovi voi, in caso contrario, ogni responsabilità di cose e di persone. E se ricorrete alle autorità per questo mio pio, gentile ed umano consiglio, il termine suddetto sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna.

Dino Perrone Compagni»

La “circolare” era identica a quella indirizzata al Sindaco di Foiano, ed abbiamo visto quale fu il risultato del “pio, gentile, ed umano consiglio”. Però passarono più di due mesi senza che i fascisti si facessero vivi. «Ma ecco che il primo luglio verso le ore 16 due camions giunsero terrorizzando con urli e revolverate le donne e i bambini, e recandosi ad incendiare le sedi dei circoli socialisti e comunisti, delle leghe, della cooperativa, a devastare la casa del Sindaco ed incendiare completamente quella del capolega Poggiali; poi ripartirono … per tempo essendo il paese a quell’ora ancora spopolato di lavoratori perché occupati nella campagna». (Avanti! – 26/07/1924)

Nei giorni successivi, mentre il sindaco di Roccastrada era a colloquio con il prefetto di Grosseto, venne sequestrato dal capo degli squadristi, Dino Castellani e, direttamente dall’ufficio del prefetto, condotto a forza alla sede del fascio. Lì ricevette il bando dal comune di Roccastrada che, sotto minaccia, fu costretto a sottoscrivere. 

Ma questo non era che l’inizio. 

Nel “Corriere della Sera”, giornale notoriamente “imparziale” ed “obiettivo”, leggiamo: «Ieri mattina, circa alle 2, due autocarri di fascisti mossero da Grosseto, al comando di Dino Castellani, alla volta di Rocca di Strada, Sasso Fortino e Rocca Tederisi [Roccatederighi – N.d.r.], paesi distanti da Grosseto circa 30 o 40 chilom. I fascisti avevano organizzato la spedizione a scopo di propaganda. Il viaggio procedé regolarmente. Verso le ore 5 gli autocarri giunsero a Rocca di Strada. I fascisti discesero dalle vetture e, incolonnati, attraversarono il paese reclamando l’esposizione delle bandiere nazionali. La popolazione aderì e tutte le finestre si copersero di bandiere [Buffoni! Come se ogni famiglia di lavoratori avesse avuta pronta nel cassetto la bandiera tricolore! – N.d.r.]. La spedizione si trattenne in Rocca di Strada circa un’ora e mezzo. Regnò la massima calma e non si verificarono incidenti.

«Proseguendo nei loro obiettivi i fascisti ripartirono per Sasso Fortino. Sulla strada li attendeva un’imboscata […] da un campo di granoturco partivano al loro indirizzo alcuni colpi di fucile da parte di un gruppo di comunisti appiattati nel campo. Rimase immediatamente ucciso il fascista Ivo Saletti. Subito i fascisti […] si diedero, sparando coi fucili e le rivoltelle a inseguire gli assalitori che nel frattempo si erano sbandati per la campagna». (25/07/1921 – edizione del pomeriggio) 

Il giornale della grande borghesia industriale, relazionava sui morti e sugli incendi perpetrati dai fascisti, ma naturalmente come risposta alla proditoria imboscata comunista: i fascisti erano andati soltanto a fare una “gita di propaganda”.

Il fatto è che le cose si svolsero in maniera del tutto differente da quanto scritto dal Corriere della Sera … per scarsità di informazioni.

All’alba del 24 luglio (domenica) «giungevano in paese camions di fascisti che svegliarono la popolazione a colpi di moschetto e di rivoltella, la quale presa così nel sonno, spaventata si diede a fuggire. S’iniziò da parte dei fascisti l’invasione delle case. Alcune vennero incendiate e parecchie distrutte. I fuggiaschi erano inseguiti a colpi di moschetto […] Furono quattro ore e mezza di devastazioni vandaliche e selvagge. Finalmente il comandante della spedizione, Castellani,  ordina la partenza, ed i settanta e più eroi salirono sopra i camions e partirono per altri … lidi. Ma sono passati appena dieci minuti e i camions tornano in paese con un morto. E’ il fascista Saletti colpito da un colpo di fucile, probabilmente incidentalmente sfuggito da un moschetto degli energumeni. S’inventa allora la imboscata … comunista proprio ove non vi è alcun modo di nascondersi.» (Avanti!– 26/07/1924)

Quanto si scatenò sugli abitanti di Roccastrada è di una ferocia tale che ci rifiutiamo di descrivere, ci limiteremo a riprendere, molto parzialmente, la lettura del giornale socialista. 

«Vennero incendiate quindici case quasi completamente, mucchi di grano e pagliai. […] Rimasero sul terreno dieci morti. Si sono uccisi barbaramente tutti coloro che hanno avuto la sventura di trovarsi sulla via dei fascisti. […] Intanto vengono arrestati dieci paesani per indizio, perché si voleva e si vuole ancora far credere che la morte del fascista fosse avvenuta per agguato.» (Avanti! – 26/07/1924)

Fino a che durò la strage i carabinieri se ne stettero in silenzio chiusi in caserma. Ha scritto Nicla Capitini: «Carabinieri non se ne videro per il paese se non verso l’una, quando finalmente giunse da Siena un camion col capitano Ziccardi e una trentina di militi. Il comandante dei fascisti gli va incontro coi suoi. Lo saluta con fare cordiale e si presenta: un affabile colloquio da capitano a capitano. “Era l’ora che arrivasse! — dice. — Qui non siamo sicuri della vita, ci costringono a difenderci come si fosse in guerra!”. Mostra sul camion il caduto fascista: il giovane Ivo Saletti studente di Grosseto. “Noi — aggiunse il Castellani — dobbiamo subito rientrare in città. Senza di voi non ci fidiamo: esigiamo una scorta per evitare nuove imboscate”. Il capitano dei carabinieri non ha nulla da eccepire; mette a disposizione dei fascisti i suoi militi che accompagnano il glorioso drappello sino al rientro in Grosseto.» (La Maremma contro il nazifascismo)

La strage di Roccastrada avvenne la domenica del 24 luglio 1921. L’ “Avanti!” (edizione nazionale) del martedì 26 usciva con questi titoli a tutta pagina: «La delinquenza fa strage di operai nel grossetano. Dodici contadini assassinati nelle campagna. Case incendiate. Scene di selvaggia brutalità. Il lutto e lo sdegno dei lavoratori.» L’edizione romana, in prima pagina, riportava i seguenti titoli: «Domenica di sangue in Italia. Molti morti e feriti in seguito alle spedizioni punitive fasciste»; «Una spedizione a Monterotondo»; «Ancora eccidi a San Severo»; «Incursione fascista a Casale Marittimo»; «Un altro terribile eccidio presso Grosseto»; «Terribile episodio di ferocia fascista – Tre lavoratori freddamente assassinati a Carrara».

Basterebbe la lettura di questi pochi titoli di giornale per capire la situazione di terrore e di morte che si era abbattuta sopra il proletariato ed i lavoratori italiani, ma il Partito socialista aveva altro a cui pensare, ed il medesimo giorno l’ “Avanti!”, in prima pagina, annunciava con grande soddisfazione che il loro deputato Casalini aveva svolto (figuriamoci un po’!!) la funzione di Presidente della Camera: «Quando il compagno nostro sale al banco della Presidenza, i deputati presenti gli tributano un applauso caloroso. Dai tempi di Andrea Costa è la prima volta che una seduta della Camera è presieduta da un socialista». Queste erano le conquiste di cui il Partito socialista andava fiero! Ma la sua più grande conquista la portò a termine otto giorni più tardi, firmando il patto di pacificazione, con l’intento, dichiarato, di costituire un fronte unico nazionale anticomunista. 

Ma se il pacifismo predicato e professato dal partito socialista costituiva un patente tradimento fin dei minimi interessi della classe lavoratrice, non era certo preferibile il confusionismo anarchico. Vogliamo riportare una breve enunciazione di Malatesta che praticamente racchiude tutta l’impostazione (e la confusione mentale) anarchica su rivoluzione, violenza e dittatura. Scriveva Malatesta: «Non si veggono che due vie possibili per abbattere il regime attuale e sostituirvi un regime di giustizia e di libertà: la dittatura o la guerra civile, e poiché la dittatura, anche se instaurata colle migliori intenzioni, mena necessariamente alla costituzione di nuove classi privilegiate o di nuove tirannie, noi ci siamo sempre dichiarati francamente per la guerra civile. […] Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti.» (Umanità Nova – 08/09/1921)

Il rifiuto della dittatura da parte degli anarchici è cosa risaputa ed antica: tutte le dittature sono uguali perché liberticide, non esiste distinzione di classe, mentre la Libertà è una entità che aleggia al di sopra delle classi.

Si rifiuta la dittatura, ma si prospetta la guerra civile, come se anch’essa non fosse liberticida alquanto. Però Malatesta cerca di salvare capra e cavoli dicendo che “qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario.” Ce la possiamo immaginare noi una rivoluzione dove la violenza venga tenuta a freno, centellinata, perché non superi l’ambito dello strettamente necessario?

A questo punto non possiamo fare a meno di riportare il famoso commento di Engels: «Questi signori non hanno mai visto una rivoluzione? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni; mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno se non si fosse servita di questa autorità del popolo armato in faccia ai borghesi? Non si può, al contrario, rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente? Dunque, delle due cose l’una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell’un caso e nell’altro essi servono la reazione». 

Noi invece riporteremo da “Il Soviet” ben più edificanti dichiarazioni di quelle di Malatesta. Dopo aver ricordato come il proletariato, benché enorme maggioranza, venisse molte volte sopraffatto dai fascisti in virtù della strategia del nemico che si concentrava per sferrare i suoi improvvisi attacchi contro villaggi o rioni cittadini, evidenziava come in concomitanza delle elezioni politiche del maggio la situazione si fosse ribaltata. «Il 15 maggio è avvenuto senza preordinazione, un fatto stupefacente. Il fascismo in genere non ha potuto più applicare la tattica preferita, perché ha dovuto frazionarsi enormemente, per provvedere a garantire ogni sezione elettorale; e là dove ha voluto tentare il colpo di mano, ha trovato un proletariato mobilitato, presente e pronto a ricevere degnamente l’offensiva fascista.

«E che cosa è avvenuto? […] Il fascismo è uscito dalla prova del 15 e del 16 maggio sfiancato e battuto …  Il 17 maggio – come per incanto – sono spariti dai petti della gioventù fascista i distintivi tricolori che con tanto orgoglio ambulavano per le piazze d’Italia.»

Poi l’articolo continuava affermando che «il proletariato, con alla testa i comunisti, può sbaragliare le fila della guardia bianca borghese, se saprà attaccarle d’insieme, e non lasciarsi attaccare impreparato ed all’improvviso. […]

«Occorre avere una difensiva, ma occorre anche pensare  ad un’offensiva. In linea definitiva necessita tener presente:

«a) Il proletariato deve essere più armato che sia possibile. Ed essere specialmente armato di questa collettiva volontà: Quando arrivano i fascisti, delinquenti ed assassini, accoglierli come si accolgono gli assassini da strada maestra.

«b) Tutti gli operai, le operaie debbono di colpo disertare le officine, gli stabilimenti, le case e piombare addosso ai fascisti assassini.

«c) I comunisti debbono costituire i manipoli più pronti ed audaci che curino di dare l’allarme sollecito e di raccogliere le prime ondate di difesa per fronteggiare i fascisti.

«d) Non si deve avere pietà. Chi risparmia un assassino […] lascia all’assassino e all’incendiario la libertà di riprendersi e tornare ad assassinare ed incendiare. […]

«Non basta essere sulla difensiva. Occorre anche passare all’offensiva. […] Gente che parte con camions col deliberato freddo proposito di assassinare ed incendiare, di assassinare i primi operai e le prime donne o bambini che si parano loro davanti, […] vanno sterminati. […] occorre che il grido sia: “Dalli al fascista!” .

«Come la polizia va a cercare il brigante anche nel chiuso della foresta, così il proletariato deve rintracciare il fascista che ha già assassinato e che stava per assassinare di nuovo […].

«E ci pare acconcio di trarre e di concretare queste considerazioni proprio oggi, dopo che il proletariato, con le lezioni inferte al fascismo ha compreso la propria forza […]». (Il Soviet – 22/05/1921).

Ci dispiace per Malatesta e per tutti gli anarchici, ma i comunisti non diranno mai,  in materia di violenza, di non oltrepassare lo strettamente necessario. Anche perché lo strettamente necessario è la distruzione del nemico.

Un’altra risposta alla teoria malatestiana sull’“uso strettamente necessario” della violenza la possiamo ricavare dal “Il Comunista” del 27 maggio 1922:

«Vi è un elemento che non può essere messo in chiaro ed esaltato – di fronte ai lavoratori di tutta l’Italia – se non dal Partito che dal primo giorno in cui si è scatenato il turbine della guerra di classe […] ha proclamato la necessità di accettare la guerra e il dovere di combatterla con tutte le armi. Oggi, dopo che da due anni si combatte, è stupido e assurdo venire a discutere di provocazioni, di giustizia e di opportunità, stupido e assurdo pretendere di poter misurare il diritto ed il torto dei combattenti. Da un turbine di ferro e di fuoco è stata distrutta la bilancia della giustizia e nessun’altra legge ha oggi valore all’infuori di quella ferrea che è dettata dal bisogno di schiacciare il nemico armato.

«Gli operai e i contadini sono stati assaliti, perseguitati, tormentati, feriti e uccisi, al di fuori e al di sopra di ogni legge. Le donne, i bambini, i vecchi inermi sono stati travolti dal turbine cupo del ferro e del sangue.

«Nulla è stato rispettato, nulla è stato sacro. Guai al lavoratore che ancora crede sia necessaria una “provocazione” per giustificare la sua ira e la sua vendetta.

«Siamo tutti provocati. Siamo tutti in istato di difesa, siamo tutti combattenti e non crediamo che i colpi si diano a misura.

«L’agguato e l’imboscata sono giustificati e santi altrettanto quanto in legittima difesa.

«È bene che queste cose siano ricordate, a tutto il proletariato italiano, nel momento in cui si diffonde nelle sue file la speranza della riscossa. È bene che i lavoratori abbiano avuto il coraggio freddo e risoluto della lotta, è bene che essi si siano ricordati che la difesa ormai non si può più fare se non passando all’attacco.»

Questo veniva scritto dal nostro partito in riferimento alla cruenta battaglia svoltasi a Roma, nel quartiere San Lorenzo, il 24 maggio 1922.

ROMA

Novembre 1921. In questo mese si svolse la prima cruenta battaglia che il proletariato ed il popolo di Roma ingaggiarono contro quelle orde fasciste, calate da tutta Italia e intenzionate ad occupare a mano armata la capitale per ripulirla dalle organizzazioni sovversive ed imporre le loro legge. [Si veda anche “Comunismo” n. 87 del dicembre 2019]. Arrivati con treni speciali, squadre di fascisti, di “Sempre Pronti”, nazionalisti che, intonando canti di guerra e armati di rivoltelle, pugnali, mazze ferrate, scorrazzavano per la città provocando e compiendo violenze ai danni di persone e cose. In numero che superò i trentamila furono gli squadristi che raggiunsero la capitale viaggiando gratuitamente ed armati in treni speciali concessi dalla Direzione Generale della Ferrovie, e in Roma restarono per circa una settimana alloggiati e nutriti a carico del Ministero della Guerra.

Due erano stati gli avvenimenti che avevano determinato quella “invasione”: il terzo congresso nazionale fascista e la lugubre cerimonia della sepoltura del “Milite ignoto”.

Per quanto riguarda il Congresso fascista, nel citato numero di questa nostra rivista mettemmo in evidenza come gli Arditi del Popolo, tramite l’intermediazione del deputato socialista Trozzi, si sarebbero ufficialmente impegnati a non disturbare i lavori congressuali e l’adunata fascista se questi si fossero mantenuti nei limiti della legalità. Gli Arditi del Popolo, come del resto i socialisti e gli anarchici, ritenevano che i fascisti dovessero godere dei pieni diritti di riunione e manifestazione democratica. Su “Umanità Nova” del 16 novembre si legge: «Noi anarchici ci eravamo affrettati a sostenere anche per i fascisti […] ampia libertà di riunione e di manifestazione».

Riguardo al “milite ignoto” dovremo fare un discorso un po’ più ampio.

Già il governo Nitti aveva dichiarato giorno festivo il 4 novembre, a ricordo della vittoria italiana nella prima guerra mondiale..

Fu poi la volta del generale Giulio Douhet che, il 24 agosto 1920, sul settimanale “Il Dovere” lanciò la proposta di onorare  un soldato ignoto «simbolo della grandezza di tutti i soldati d’Italia, [anche a] risarcimento per l’ingiuria gratuita dei politicanti e dei giornalastri». Naturalmente quelli antipatriottici. 

Il 20 giugno 1921 il Ministro della guerra, Giulio Rodinò, presentò un disegno di legge per la sepoltura di un soldato ignoto. Il disegno di legge veniva accompagnato da una relazione in cui si diceva: «Le salme dei militari morti in guerra – che complessivamente assommano a circa 560.000 – sono per una metà quasi di individui non riconosciuti […] Sono legioni di umili eroi che la grande famiglia della patria […] vuole rivendicare a sé, perché sono i suoi figli diletti, i suoi poveri figli sperduti. […] Vi proponiamo perciò che in Roma sia data solenne sepoltura alla salma non identificata di un soldato caduto in combattimento per la Patria»

Il 4 agosto 1921 il nuovo ministro della guerra, Luigi Gasparotto, chiedeva che «la legge destinata a rendere onore di pianto e di gloria al soldato ignoto […] sia approvata in austero silenzio, senza abuso di parole, che, per quanto alte sarebbero impari alla grandezza del sacrificio compiuto». (Camera dei deputati – prima tornata del 4 agosto 1921)

E per mantenere “l’austero silenzio” il giorno successivo, al momento del voto si trovarono presenti soltanto in 234 dei 535 deputati. Come si vede è malattia vecchia l’assenteismo. Comunque la legge venne approvata a grandissima maggioranza dei presenti.

Approvata la legge il Ministro della Guerra nominò una commissione composta da sei militari decorati con la medaglia d’oro ai quali venne affidato il compito di recarsi nelle varie zone del fronte italiano, dove per tre anni e mezzo si era combattuto, e di recuperare i resti di undici soldati non identificati.

Sul nostro organo centrale di partito scrivevamo: «Ciò che accade oggi in Italia è repugnante. L’Italia sembra diventata la terra dei corvi immondi, che accorrono in frotte là dove è il maleodorante cadavere. I cimiteri di guerra semplici rudi e tragici sono stati sconvolti da rozze vanghe in cerca d’un ossame da  glorificare. Son ributtanti i particolari della scelta. I poveri morti vengono sorteggiati, come il premio d’una lotteria, o prescelti come una merce qualsiasi. […] C’è chi avrebbe voluto che al sorteggio partecipassero anche i soldati morti in Albania; e c’è chi si preoccupava dei cadaveri libici; e c’è chi tenta d’escogitare un mezzo per far sì che non sia assolutamente esclusa la possibilità che il cadavere glorificato sia quello d’un marinaio morto in combattimento.» (Il Comunista – 02/11/1921)

Ma una preoccupazione ancora maggiore si poneva agli organizzatori di questo ignobile rito: chi infatti avrebbe potuto esser certo che le ossa disseppellite non fossero quelle di uno degli innumerevoli soldati colpevoli di diserzione e poi  passati per le armi dai plotoni di esecuzione del regio esercito italiano?

Nella relazione redatta dalla commissione e presentata al ministro della guerra si legge: «In merito alla esclusione dei territori dell’Alto e Medio Isonzo dalla nostra ricerca, si è ritenuto doveroso evitare, sia pure per il solo sospetto, la pur minima ombra di dubbio che a rappresentare i nostri eroici caduti fosse una salma che ne avesse i requisiti».

Il problema che la Commissione si poneva era quello di evitare che tra le undici salme ve ne fosse qualcuna appartenente ad un fucilato. Infatti il tratto compreso tra il Medio e l’Alto Isonzo era il fronte degli ammutinamenti e delle decimazioni di massa. Certo, anche negli altri settori del fronte si erano verificati numerosi episodi di fucilazioni sommarie, ma i commissari sapevano bene quale alta percentuale di passati per le armi vi fosse tra quei tumuli di “ignoti”; infatti i soldati fucilati sommariamente venivano sepolti in fosse anonime e ufficialmente dichiarati “dispersi in combattimento”.

Anche per la scelta del cadavere da innalzare alla gloria d’Italia era stata costruita tutta una indecente coreografia. I resti di undici soldati ignoti vennero portati, il 28 ottobre,  nella basilica di Aquileia, e qui ad una povera madre di un soldato disperso (e forse vittima di decimazione) venne affidato il compito di scegliere quale dei resti cadaverici avrebbe dovuto rappresentare l’onore della patria. La bara del prescelto, posta su di un treno speciale, viaggiò verso la capitale ed il 4 novembre “ascese all’Altare della Patria”

Su quella immonda sceneggiata del Milite ignoto noi denunciammo come questo sconosciuto proletario venisse, per la seconda volta immolato agli interessi della borghesia italiana: quando inviato in una trincea venne condannato a morte, per una guerra non sua e quando, disseppellito fu portato attraverso l’Italia come un trofeo di vittoria.

Scrivemmo in quella occasione: «Il corpo del morto proletario, del grande assassinato dalla borghesia è stato sepolto in Roma nel monumento della regalità. Con la cerimonia del soldato ignoto la borghesia ha glorificato la sua vittoria. Vittoria contro chi? Non contro i nemici esterni, ma contro il suo eterno nemico, contro il popolo lavoratore. […] La cerimonia di Roma rappresenta innanzi tutto una parata di forze dello Stato e della borghesia italiana, la quale dopo un anno di reazione, dopo che le violenze fasciste e l’offensiva padronale contro i salari hanno diminuito per l’indecisione dei dirigenti socialisti lo spirito delle masse, tenta di riaffermare decisamente il predominio economico e politico dell’Italia. […] La borghesia italiana ha voluto fare con la cerimonia del soldato ignoto una grande adunata delle forze militari, burocratiche, capitalistiche, monarchiche. […] È stata una mobilitazione, una rivista sul fronte interno della reazione italiana ». (Il Comunista – 08/11/1921)

Precedentemente abbiamo evidenziato come nella loro tipica mentalità piccolo-borghese gli Arditi del popolo ritenevano che i fascisti dovessero godere dei pieni diritti di riunione e manifestazione democratica a patto che si mantenessero all’interno della legalità borghese, e non si accorgevano che il fascismo era nato proprio a difesa della minacciata “legalità borghese”. 

Quale delusione ebbero nel constatare che fascisti e nazionalisti iniziarono a compiere i loro atti terroristici ancor prima di scendere dai treni, sparando ed attentando alla vita dei ferrovieri, senza contare poi i soliti atti di violenza compiuti in città, soprattutto ai danni di proletari isolati.

Di fronte ai continui atti di violenza compiuti con evidente complicità delle autorità di pubblica sicurezza che avevano permesso il concentramento di tali masse ostentatamente armate, immediatamente da parte del Comitato di Difesa Proletaria venne proclamato lo sciopero generale a Roma e provincia. Inoltre il proletariato e buona parte della popolazione romana non restarono a guardare ma si ebbero quattro giorni di intensa guerriglia e di caccia al fascista. Nel frattempo il congresso fascista continuava i propri lavori a “porte chiuse” nel senso che i partecipanti furono costretti ad asserragliarsi all’interno del teatro Augusteo pure pernottandoci mentre le autorità si incaricarono di fornire il vettovagliamento.

Naturalmente sarebbe troppo lungo ripercorrere le varie azioni di guerriglia, di risposta proletaria, di aperto supporto delle forze dell’ordine alle provocazioni fasciste. Comunque ne “Il Comunista” del 15 novembre viene fatto un resoconto delle quattro giornate romane. Ma per avere un’idea degli avvenimenti sarebbero sufficienti i titoli del nostro quotidiano di quei giorni:

«Il Proletariato romano insorge unanime contro il fascismo – Dallo sciopero dei ferrovieri allo sciopero generale» (Il Comunista, 10/11/1921)

«Il popolo romano ha infranto il prestigio del fascismo – Il proletariato d’Italia deve saper passare dalla difesa all’attacco – Quattro giornate di vittoriosa resistenza» (Il Comunista, 15/11/1921)

Il nostro partito riconobbe che l’esempio della battaglia di Roma avrebbe potuto avere un grande impatto sulla ripresa della lotta di classe di tutto il proletariato italiano.

Leggiamo su “Il Comunista”: «In queste quattro giornate di sciopero e di rivolta spontanea, il merito […] spetta ai proletari e ai popolani di Roma, che hanno accettato una sfida e si sono generosamente gettati in una lotta di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze. Proletari e popolani di Roma, con lo slancio impetuoso che loro è proprio, con l’attacco e con la resistenza mirabile sono riusciti a recare al fascismo un’offesa di cui è probabile che esso non possa riaversi, se altri saprà procedere sulla via segnata.

«Il “prestigio” dei Fasci: ecco quello che i proletari di Roma hanno saputo spezzare, e nel fare ciò essi hanno operato non per sé solamente, ma per i compagni loro di tutta l’Italia: nel fare ciò essi sono usciti dal campo della irritazione e della reazione propria dei piccoli borghesi e hanno segnato, sul terreno della lotta di classe, una conquista.

«Questa conquista non deve andare perduta. Assurdo era pensare che un “Vespro”  antifascista potesse compiersi in una sola città e in quella che meno aveva provato fin’ora la ferocia dell’attacco e dell’oppressione. Ma all’esempio di Roma guardano gli operai e i contadini che per un anno hanno sofferto e covato nel cuore la vendetta e con animo di speranza – noi crediamo –  cercano anche essi le armi.

«E’ lunga ancora la via che deve condurre alla riscossa? Noi non sappiamo. Certamente essa sarà faticosa e grave, ma certo è pure che l’oppressione non sarà finita, fino a che dalla difesa non si sarà passato all’attacco e questo non avrà travolto tutte le posizioni del nemico.

«Per questo dai battaglioni proletari delle città industriali, dalle squadre dei contadini risorti alla vita e alla lotta l’esempio di Roma deve essere raccolto, trasformato ed elevato. Il grido di riscossa contro i fasci non può essere altro che il grido della guerra di classe.

«E Roma non può essere stata altro che un punto di partenza» (Il Comunista, 15/11/1921).

Maggio1922: Erano trascorsi appena sei mesi quando, in Roma, vennero celebrate le esequie di un altro eroe di guerra. Questa volta non si trattò di un “ignoto soldato” ma di una medaglia d’oro al valor militare: Enrico Toti, il bersagliere mutilato, quello che in tutte le rappresentazioni iconografiche lo si ritrae mentre, colpito a morte, lancia la propria stampella contro il nemico.

La celebrazione patriottica del 24 maggio fu fatta coincidere con il trasporto di Enrico Toti, mutilato e volontario di guerra. Così facendo si sperava di inscenare una grandiosa dimostrazione del tipo “giornate radiose”. Comunque la festa patriottica, malgrado questa galvanizzazione, era praticamente passata tra l’indifferenza della popolazione. Il corteo, allo stesso tempo funebre e commemorativo, partendo dalla caserma dei bersaglieri in Trastevere si recava al cimitero monumentale di Campo Verano dopo avere attraversato tutta la città. Apriva il corteo un ingente numero di “autorità”, poi allievi di scuole pubbliche, polizia, carabinieri, guardia regia, associazioni patriottiche, nazionaliste e fasciste

I fascisti ritennero che questa fosse l’occasione buona per vendicare la bruciante sconfitta del novembre 1921, quindi armati di tutto punto, inquadrati militarmente, ostentando i loro truci gagliardetti vollero provocatoriamente attraversare il quartiere proletario di San Lorenzo.

Già nei giorni precedenti avevano dato luogo ad incidenti con aggressioni e bastonature nei confronti di operai e lavoratori isolati. L’ultimo e più clamoroso era stato quello dei quaranta fascisti, guidati dall’ex tenente Igliori, i quali aggredirono due camerieri del ristorante cooperativo.

Ma torniamo alla manifestazione in onore di Enrico Toti: il corteo attraversò, senza incontrare inconvenienti il popolare quartiere di Trastevere; i fascisti che marciavano inquadrati tra le guardie regie ed i carabinieri avevano ricevuto il “consiglio” di non fare azioni provocatorie e a tale avvertimento si attennero. Però appena i fascisti toccarono il centro si ebbero subito i primi incidenti, soprattutto in via Arenula  e tra piazza Venezia e via Nazionale. Il corteo, che si era svolto per un percorso lunghissimo, arrivò a San Lorenzo quando era già buio e già era stato dato per certo che a San Lorenzo ci sarebbe stata battaglia, infatti era stata in precedenza preparata una batteria di cannoni  da campagna ed almeno tre autoblinde. Scontri abbastanza duri si ebbero in via Tiburtina tra fascisti e proletari, ma i fascisti, protetti da guardie regie e carabinieri riuscirono a riordinarsi, mentre i loro caposquadra passavano la parola: “Non ora, al ritorno, al ritorno!”.

Arrivati a Campo Verano i fascisti tornano indietro mentre i loro caposquadra ripetevano: “Ordinati e compatti, ordinati e compatti!”. Giunti in Piazza Tiburtina si verifica il solito fattaccio che caratterizzava tutte le imprese fasciste compiute in grande stile. Ad un certo punto riecheggia un colpo di pistola; come da ordine prestabilito i fascisti estraggono le loro rivoltelle e al grido “A noi!” cominciano a sparare in tutte le direzioni.

«Gli operai che si trovano agli imbocchi delle vie laterali partecipano alla mischia. […] La polizia è impotente a dividere gli avversari ed a sgombrare la strada […] Segue un momento di calma relativa, ma ecco la zuffa riaccendersi più furibonda […] ha di nuovo inizio uno scambio vivissimo di arma da fuoco. 

«Cinque cavalli dello squadrone delle guardie regie buttano a terra i cavalieri e fuggono per via Marsala e poi per via Goito.

«A questo punto in via Tiburtina le detonazioni si susseguono alle detonazioni. La battaglia si prolunga e si fraziona in più punti. Si vedono guardie e giovani cadere […] In Piazza Tiburtina vengono stesi cordoni di truppa. Si vedono fascisti in fuga. Un plotone di militi a cavallo avanza al galoppo al comando di un tenente il cui cavallo cade a terra perché raggiunto da pallini di un fucile da caccia. […] Dalle strade e dalla case laterali si continua a sparare e da numerose finestre dei palazzi circostanti vengono esplosi colpi di rivoltella, senza interruzione.

«Funzionari ed agenti investigativi cercano scampo nei piccoli portoni, già rigurgitanti di fascisti, nazionalisti che vi hanno cercato scampo. […] Si ode in mezzo ai carabinieri una voce: “Date i moschetti ai fascisti!”. […] Tutti gli ufficiali dei carabinieri […] si posero al comando del colonnello Sagno il quale ordinò che tutto San Lorenzo fosse circondato da cordoni e fece intervenire le autoblindate. Ad un certo punto il signor colonnello esclama: “C’è una batteria da campagna pronta. Possiamo mandarla a prendere”. […]

«Intanto si continua a sparare a tutti gli angoli delle strade, da Campo Verano a piazza Tiburtina. Plotoni di guardie regie e carabinieri i quali aprono un fuoco tambureggiante contro le finestre di tutti i palazzi. I fascisti sono scomparsi, perché tutti concentrati e circondati da bersaglieri in un … angolo morto.

«Si ode il caratteristico rumore dei vetri infranti, e si odono anche urla di terrore.

«Pezzi di intonaco e di imposte cadono sulla strada. Tutte le luci delle case devono essere spente, perché il più piccolo bagliore vien preso di mira da centinaia di moschetti che tirano all’impazzata. Ormai tutti hanno perduto la testa, si spara per sparare. Le autoblindate falciano ed il muratore Franchi cade col petto squarciato. […]

«Finalmente a poco a poco i colpi si fanno più tardi e allora le autorità di polizia approfittano per inquadrare fra i bersaglieri i fascisti non fuggiti durante la mischia. Al vederli passare i nostri intonano “Bandiera rossa”» (Il Comunista, 27/05/1922).

Era quasi la mezzanotte quando terminarono le sparatorie, ed ecco che da parte delle forze dell’ordine vennero organizzati forti pattuglioni per perquisire le case e procedere agli arresti. In via dei Sardi, via degli Umbri, via dei Marrucini, via dei Volsci, centinaia furono gli appartamenti invasi da carabinieri e guardie regie dove si cercavano e si requisivano le armi ritrovate, e indiscriminatamente si arrestavano in massa uomini, donne e ragazzi che, percossi con il calcio dei fucili, venivano ammassati su camion e scortati dalla cavalleria fino alla questura centrale.

Immediatamente da parte dell’Alleanza del Lavoro e del Comitato di Difesa Proletaria venne proclamato lo sciopero generale esteso a tutte le categorie. Lo sciopero riuscì veramente compatto, quasi senza neanche il tempo di diffondere l’ordine, tutte quante le categorie disertarono il lavoro, un magnifico esempio di lotta di classe. Il nostro giornale del 27 maggio titolava:«Il proletariato di Roma difende con le armi la sua vita e la sua libertà. I fascisti cacciati dal quartiere S. Lorenzo – Cruenta battaglia di 4 ore – Tutti i lavoratori solidali con i combattenti».

E scriveva: «Di fronte al nemico livido di rabbia per aver trovato di fronte a sé una volontà precisa di resistenza e di lotta, ma di fronte anche al falso amico ipocrita e vile, che nel momento della battaglia si affanna per frenare l’impeto dal quale sente che presto o tardi egli pure sarà travolto, di fronte al fascista e al traditore, e davanti alle schiere proletarie che si ordinano per muovere alla riscossa, il Partito Comunista è fiero di lanciare ancora il suo grido di raccolta e di combattimento, ed è in pari tempo orgoglioso di constatare che i suoi militanti hanno saputo tenere con onore il proprio posto.

«Viva il proletariato rivoluzionario di Roma!

«Viva la lotta armata degli operai e dei contadini per la loro libertà!

«Viva la vittoria completa dei lavoratori sui nemici e sui traditori della loro classe!» (Il Comunista, 27/05/1922).