Partito Comunista Internazionale

Il Marxismo e la Questione Militare

Categorie: Military Question, Party History, USSR

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(continua dal numero 97 – luglio 2024)

FRONTE CAUCASICO: LA SECONDA CAMPAGNA DEL KUBAN

Prima fase (primavera-estate 1918)

La fine della prima campagna militare nello sterminato territorio del Kuban aveva lasciato una situazione incerta e instabile in entrambi gli schieramenti. I tre comandanti delle maggiori forze controrivoluzionarie cosacche in quell’area: Alekseev, Kaledin e Kornilov, riuniti in un triunvirato allo scopo di realizzare un minimo coordinamento adottarono una iniziale strategia difensiva in attesa del momento propizio per un’offensiva generale sostenuta dalle forze austro-tedesche.

Per l’assenza di importanti vittorie strategiche ma solo continue ritirate, per il rifiuto dei reduci rientranti dal fronte di arruolarsi nelle loro fila, preferendo prevalentemente arruolarsi nell’Armata Rossa convinti dalla grande propaganda bolscevica, i gruppi cosacchi iniziarono a disperdersi e i nuovi arruolati molto spesso si rifiutavano di combattere..

Pur con significative perdite a fine febbraio le colonne bolsceviche conquistarono gli importanti centri di Rostov e Novočerkassk. L’Armata dei Volontari (A.V.), sotto il comando di Kornilov, per sottrarsi alle preponderanti forze rosse decise di dirigersi verso Ekaterinodar, al limite delle steppe del Kuban, la cui Rada aveva da poco proclamato una repubblica cosacca.

Ekaterinodar invece fu conquistata dalle truppe bolsceviche e (come abbiamo già esposto in un predente rapporto) la manovra imposta dalla nuova situazione, poi chiamata la “Marcia sul Ghiaccio” si risolse in una disfatta dell’Armata dei Volontari le cui forze residue si dispersero, ma non scomparvero, in quegli immensi territori. Inoltre persero due validi comandanti: Kaledin si suicidò e Kornilov morì a seguito di un preciso bombardamento rosso del suo quartier generale nel tentativo di riconquistare Ekaterinodar; Denikin lo sostituì al comando dell’A.V.

Frattanto nel settore caucasico la situazione si complicava per le sorti della rivoluzione quando a seguito dell’Operazione Faustschlag le armate tedesche in soli 11 giorni occuparono tutto il sud dell’Ucraina fino alle coste del Mar Nero: dal porto di Odessa, tutto il Donbass, tutta la Crimea, i porti di Mariupol e Taganrog sul Mar d’Azov e giunsero fino a Rostov sul Don che occuparono facilmente senza incontrare una adeguata resistenza.

Di più, all’interno degli immensi territori cosacchi lungo il Don si era consolidato il potere dell’atamano Krasnov che aveva ottenuto dal Krug, l’assemblea cosacca, i pieni poteri e l’appoggio dei cosacchi.  Krasnov si era formato nelle accademie militari zariste fino al grado di tenentegenerale della guardia imperiale e aveva sostenuto il governo provvisorio contro la Rivoluzione d’Ottobre. Nella regione del Don già dalla fine del 1917 incominciò ad organizzare la lotta armata contro i bolscevichi.

Con l’aiuto economico e militare dei tedeschi il 17 aprile 1918 conquistò la Repubblica sovietica del Don, nell’attuale sud-est dell’Ucraina, e incrementandola con altri territori cosacchi, fondò la Repubblica del Don con capitale Novočerkassk. Questa si estendeva per circa 165mila km2, circa oltre la metà dell’Italia, con una popolazione di 3,8 milioni di abitanti di cui il 55% (2,1 milioni) erano cosacchi mentre i restanti erano operai e contadini provenienti da altre parti della Russia e mal sopportati dai cosacchi.

Facendo leva sul nazionalismo indipendentista cosacco e sui sentimenti controrivoluzionari della  maggior parte di loro, oltre ai cospicui fondi tedeschi, in breve riuscì ad organizzare 40mila unità ben armate con lo scopo primario di riunificare tutti i territori storicamente abitati dai cosacchi lungo il corso dal Don. Non si espresse mai chiaramente sulle eventuali sorti del regime sovietico.

Accanto alle forze indipendentiste cosacche c’era quanto rimaneva dell’Armata dei Volontari, guidata da Denikin, i cui componenti avevano differenti prospettive per una futura Russia repubblicana o monarchica ma sicuramente indipendente non bolscevica e non alleata con la Germania. Questi per evitare pericolose tensioni interne alla sua piccola e disciplinata formazione, evitò di prendere precise posizioni sul futuro assetto istituzionale della nuova Russia libera e indipendente affermando di rispettare quanto sarebbe stato scelto.

Le profonde divergenze politiche e l’evidente diffidenza tra i due comandanti erano tali che la riunione indetta il 28 maggio 1918 per stabilire un piano strategico coordinato si risolse in un nulla di fatto; furono solo accantonate. Di unificante rimaneva un non meglio precisato obiettivo di una crociata antibolscevica in una Russia unificata o federativa. Interpretando in modo ipocrita il principio dell’autodeterminazione dei popoli oppressi dallo zarismo, Krasnov pensava di poter far coesistere una reazionaria repubblica cosacca accanto a quella rivoluzionaria bolscevica, pur muovendole contro il suo esercito.

Dal punto di vista strategico i cosacchi di Krasnov godevano di un’ottima situazione con il fianco sinistro ben protetto dalle nuove frontiere tedesche che consentivano rapidi rifornimenti, mentre le loro spalle del fianco destro erano protette dalle ridotte ma ben disciplinate forze dell’A. V.

Queste furono rifinanziate dal “Centro Nazionale”, una organizzazione segreta antibolscevica di Mosca con 10 milioni di rubli cui se ne aggiunsero altri 6 da Krasnov per l’acquisto di armi dai suoi cosacchi nonostante i tedeschi non tollerassero questo passaggio di loro fondi e armi a Denikin, dichiaratamente antitedesco.  La A.V. raggiunse così un organico di 9mila uomini, 21 cannoni e un treno “corazzato” in legno. Furono organizzati in 3 divisioni di fanteria di 3mila uomini ciascuna, una di cavalleria e una brigata di cavalleria indipendente di cosacchi del Kuban. Erano unità dotate di grande mobilità dovuta alla loro precedente formazione militare ed esperienza sul campo.

L’Armata Rossa, costituita solo da alcuni mesi sotto l’efficiente lavoro organizzativo di Trotzky, nel Kuban disponeva di un imprecisato numero di effettivi compreso tra 80mila e 100mila, per lo più nuove reclute volontarie e prive di reale esperienza al combattimento. Questi erano divisi in un variegato numero di gruppi, unità minori e guarnigioni territoriali; questo spiega perché gli stessi comandanti russi non fossero al momento in grado di conoscere l’esatta composizione delle loro forze. La confusione veniva aumentata dalla reale difficoltà di comunicazione tra le varie unità ed il centro del comando, rendendo molto più complessa ogni rapida variazione dei piani di battaglia in corso. I raggruppamenti maggiori erano quelli affidati al comando di Sorokin, di circa 30-40mila unità stanziati a Batajsk di poco a sud di Rostov occupata dai tedeschi, che  doveva anche controllare le formazioni cosacche del Don di quel settore. Sotto il comando di Kalnin vi erano circa 30mila effettivi lungo l’asse ferroviario tra Torgovaja e Tichoreckaja. L’Armata di Taman di circa 25mila uomini era impegnata a controllare lo stretto di Kerk che separa il Mar Nero dal Mar d’Azov e contrastare i tedeschi stanziati in Crimea sulle sponde opposte dello stretto.  Una quarta formazione di circa 12mila unità dirette da Dumenko si trovava in  una posizione più isolata presso l’insieme dei grandi villaggi cosacchi di Velikoknyazheskaya, oggi Proletarsk, sul fiume Manič. In più ogni città di una certa importanza aveva una guarnigione dedicata alla sua difesa. La stessa storiografia sovietica segnala che erano truppe mal coordinate, mal equipaggiate e mal armate.

W.H. Chamberlin così riporta: «Ma le forze rosse del Caucaso settentrionale, sebbene così numerose, per lo meno secondo l’ordine di grandezza della guerra civile russa (alla vigilia della disfatta finale assommavano a circa 150mila), rappresentavano però, com’ebbe a dire una volta Trotsky, “un’orda pletorica piuttosto che un esercito”. Esse erano un aggregato incomposto di bande armate, che talvolta venivano alle mani tra loro, e avanzavano e retrocedevano senza fare quasi nessun conto degli ordini del comando centrale. Le autorità sovietiche del Caucaso settentrionale non riuscivano affatto a imporre una linea di condotta ai militari dilettanti che comandavano quell’esercito variopinto. Questa incapacità fu poi la causa più immediata della caduta del loro regime». (Storia della Rivoluzione russa. Vol II pag. 189). Risulta quindi più chiara la lapidaria sintesi: «L’esercito rosso del Caucaso settentrionale mancava quasi completamente di capi sperimentati».

Fig. 1 Fronte Kuban

23 giugno 1918: parte la seconda campagna del Kuban della A.V. con l’attacco sull’importante snodo ferroviario Torgovaja per proseguire alla riconquista di Ekaterinodar. Il piano di battaglia di Denikin consisteva nel lanciare le sue tre divisioni di fanteria dirigendo una da ovest, l’altra da sud e la terza da est  mentre la sua cavalleria era  posizionata sul lato nord.  La A.V. ebbe facile successo sulle locali forze dell’Armata Rossa che ripiegarono precipitosamente verso nord  dove si scontrarono con la cavalleria bianca del generale Markov che li sconfisse completamente. Markov, da Denikin considerato il suo migliore collaboratore, morì in quel combattimento.   

28 giugno: dopo questa prima vittoria, Denikin invece di puntare verso Ekaterinodar, a sud-ovest, diresse le sue truppe verso nord su Velikoknyazheskaya dove la sua cavalleria bianca sconfisse duramente quella rossa di Dumenko disperdendo il presidio della città e costringendo il grosso delle forze di Dumenko a ritirarsi a nord verso Caricyn. L’inatteso cambio di direzione delle truppe di Denikin fu interpretato dal comando bolscevico come l’intenzione dell’A.V. di attaccare la ben più importante Caricyn (secondo le varie traslitterazioni e successivi cambi di nome, la città è indicata come Tsaritsyn, Stalingrado, ora Volgograd).

L’Armata Rossa disponeva di errate sovrastimate valutazioni sulla reale consistenza delle forze bianche in quella operazione per cui Stalin (in virtù della recente nomina del 31 maggio come «dirigente generale degli approvvigionamenti nel sud della Russia investito di poteri straordinari […] gli stati maggiori e i comandanti di reparto […] sono tenuti ad eseguire le disposizioni del compagno Stalin»  – O.C. Vol. 27 pag.385), deviò 6 reggimenti diretti a Bakù per la difesa di Caricyn.

6 luglio: Denikin, sempre usufruendo delle linee ferroviarie, invece diresse le sue forze a sud nel Kuban in direzione di Ekaterinodar ottenendo un’altra vittoria a Belaja Glina mediante un articolato attacco notturno costato però perdite consistenti.

Il comandante bolscevico Kalnin per contrastare l’avvicinamento di Denikin su Ekaterinodar e  per  sconfiggerlo definitivamente, predispose la difesa di Tichoreckaja richiamando tutte le forze bolsceviche disponibili nell’area, in particolare quelle di Sorokin da Batajsk. Questi invece di accorrere immediatamente decise di attaccare con ostinazione le forze di cavalleria dell’A.V. che Denikin aveva lasciato a protezione delle sue retrovie. Sorokin con questa decisione perse tempo prezioso e  molti soldati.

Denikin, intuiti i piani di Kalnin e la disorganizzazione della locale Armata Rossa, stabilì di utilizzare anche in questa occasione la collaudata manovra avvolgente da tre direzioni e  affidò alla divisione a cavallo il compito di interporsi tra le forze di Kalnin e Sorokin, impedendone il congiungimento.

13 luglio: un primo contatto tra i due fronti presso Ilynskaja durante il posizionamento delle truppe è favorevole alla A.V. grazie alla velocità di manovra.

14 luglio: le forze di Denikin per questa battaglia importante sono dispiegate su un fronte di 75  km. La colonna centrale seguendo il corso della ferrovia attacca frontalmente Tichoreckaja, mentre le altre due colonne aggirano le posizioni avversarie trincerate per prenderle ai fianchi. La cavalleria, facendo un ampio giro doveva attaccare alle spalle la città, tagliando ogni comunicazione tra Kalnin e la capitale Ekaterinodar. Le difese statiche impostate da Kalnin  non ressero all’impatto e dovettero ritirarsi disordinatamente abbandonando enormi quantità di materiale bellico. Nulla poté Sorokin, giunto a cose fatte per la sua indisciplina. Anche qui, ai prigionieri venne posta la scelta tra la fucilazione immediata o l’arruolamento nella Armata, che di volontario ora aveva ben poco oltre il nome, poiché la maggior parte dei suoi 20mila uomini era composta da ex-prigionieri.

Così W.H. Chamberlin: «La relazione ufficiale sovietica valuta nei seguenti termini questa battaglia: La presa di Tichoreckaja ebbe importanti risultati strategici. La capacità bellica dei 30mila uomini di truppa del Kalnin, debole fin dall’inizio, fu del tutto scossa; un importante centro ferroviario passò nelle mani dell’Esercito volontario e gli permise di sviluppare le sue operazioni in tre direzioni; le comunicazioni dell’Esercito volontario con l’interno furono rafforzate, i distaccamenti di truppe sovietiche sparsi nel paese furono definitivamente separati tra loro.»  (Storia della Rivoluzione russa. Vol. II pag. 190)

Il comando delle forze sovietiche fu affidato a Sorokin che infine, resosi conto della mutata situazione strategica, decise di sganciarsi dai cosacchi del Don e dai tedeschi per portare soccorso a Ekaterinodar.

Nel Quartier generale dei bianchi riemerse il disaccordo strategico tra il generale Alexeev e Denikin  il quale intendeva proseguire rapidamente per la riconquista di Ekaterinodar da cui ripartire per liberare tutta la Russia dai bolscevichi, mentre Alexeev, intendeva spostarsi sul fronte est del Volga, che grazie anche ai contributi della legione ceca era diventato il settore principale della guerra civile, cui intendeva dare un importante supporto per annientare il fronte orientale bolscevico.

Il piano di Denikin per la conquista di Ekaterinodar prevedeva di riunire i vari gruppi della A.V. presenti nel territorio per organizzarli in un blocco centrale destinato all’assedio della città, più un gruppo per contrastare le forze di Sorokin e quelle del presidio di Armavir. In questo modo le sue forze si distribuirono lungo un fronte di ben 245 km. Intendeva annientare in un colpo solo i gruppi minori dell’Armata Rossa, per poi concentrare tutte le sue forze per l’assalto finale su Ekaterinodar. Un piano audace e ambizioso che si basava sulla verificata incapacità degli avversari di coordinarsi per una manovra congiunta contro le sue formazioni più isolate e invalidare tutta l’operazione.

16 luglio: inizia l’offensiva dei bianchi che incontra una forte resistenza a Kuščevka dalle forze di Sorokin, il quale temendo di rimanere intrappolato tra i cosacchi e Denikin e sotto la pressione dei tedeschi di Rostov, decise di abbandonare la città e dirigere a sud-ovest verso Timashevsko.

23 luglio: Denikin occupa Kuščevka e fa saltare i ponti a nord della città per impedire un eventuale arrivo delle truppe tedesche. L’offensiva di Denikin sembra funzionare perché il fronte principale centrale giunge a circa 40 km da Ekaterinodar mentre le colonne laterali conquistano Kavkazskaja e a fatica Armavir mediante formazioni cosacche locali.

27 luglio: anche sul fianco meridionale il piano di Denikin procedeva bene perché Armavir fu conquistata al primo assalto. In pochi giorni i sovietici riuscirono a radunare sufficienti forze locali per riprendere la città che ricadde a favore dei bianchi per l’inaspettato e improvviso aiuto dei cosacchi del colonnello Skuro, un brutale antibolscevico locale che controllava una zona a sud di Armavir. Le truppe della A.V. ormai certe della vittoria, iniziarono a concentrarsi su Ekaterinodar.

La contromossa di Sorokin, approvata da Mosca, prevedeva l’aggiramento del nemico portando le sue truppe alle spalle del centro avversario per separarlo dal fianco settentrionale. La migliore colonna dell’Armata di Taman formata da veterani che avevano combattuto i turchi, da operai provenienti da Novorossisk e da marinai del Mar Nero le cui navi erano state affondate, fu mandata contro il fianco destro avversario. Sorokin, non scese a sud a proteggere la capitale, ma diresse velocemente  su Korenovskaja giungendo esattamente al centro dello schieramento della A.V., isolandolo nettamente dal quartier generale posto presso Tichoreckaja dove si trovava Denikin.

Ne seguì una battaglia durata diversi giorni in cui entrambi gli schieramenti erano consci che il suo esito avrebbe segnato il destino del Kuban. Denikin disponeva di truppe scelte, Sorokin disponeva di una superiorità numerica e del fattore sorpresa. Seguirono furiosi attacchi e contrattacchi lungo tutto il fronte con perdite in alcuni settori della A.V. del 30% degli effettivi, mentre iniziavano a scarseggiare le munizione e  aumentava la stanchezza.

29 luglio: i due comandanti locali bianchi decisero di lasciare un minimo di forze contro i bolscevichi di Ekaterinodar e provare a sfondare lo schieramento di Sorokin attaccandolo alle spalle su Korenovskaja. Si ebbero furiosi combattimenti anche con assalti alla baionetta finché, nonostante la superiorità numerica, non sufficiente a contrastare la maggiore esperienza ed efficienza della A.V., Sorokin dovette  abbandonare Korenovskaja e ritirarsi verso sud-ovest dove riorganizzò le sue truppe per riprendere la città.

31 luglio: riprendono gli attacchi su Korenovskaja ma dopo una settimana di infruttuosi tentativi, il fallimento dell’attacco rosso fu evidente, in netto e clamoroso contrasto con la sua precedente improvvida segnalazione al comando dell’Armata Rossa di aver appena sconfitto l’esercito della A.V.

7 agosto: Sorokin ordinò la sospensione di ogni attacco e il ritiro a sud oltre il fiume Kuban lasciando le sue varie colonne a  resistere da sole alla A.V. Ogni combattimento cessò il 14 agosto  concludendo la battaglia di Korenovskaja.

15 agosto: le truppe di Denikin entrano a Ekaterinodar concludendo la prima parte della campagna del Kuban occidentale ormai saldamente sotto il controllo dei controrivoluzionari.

La vittoria militare di Denikin acuì le divergenze tra la A.V. e i cosacchi del Don che ora reclamavano la completa autonomia del territorio appena conquistato e specialmente la separazione dell’esercito nazionale cosacco da quello della A.V.

Denikin non intendeva affatto dividere le sue già ridotte forze in due eserciti indipendenti col risultato di indebolirli entrambi, che comunque necessitavano di reciproco sostegno e soprattutto di un comando unico e organizzato. Di più la separazione militare avrebbe sicuramente portato prima o poi ad uno Stato cosacco indipendente, situazione contraria alla sua visione di una Russia unita.

Denikin per mantenere l’appoggio dei cosacchi giunse al compromesso di organizzare un’armata costituita da unità autoctone comandate da ufficiali cosacchi all’interno delle sue forze armate. Sorsero subito seri problemi di organizzazione e gestione amministrativa dei territori poiché mancava quasi completamente adeguato personale civile per cui inizialmente sopperì personale militare per niente preparato col risultato di sottrarre effettivi alle forze combattenti.

Non sapendo fare di meglio reintrodussero le leggi in vigore prima della Rivoluzione d’Ottobre, generando confusione e anarchia che ricadde sulla popolazione.

In  questa situazione l’Armata Rossa del Caucaso, ormai considerata l’Armata più critica delle forze bolsceviche, tanto da essere spesso menzionata da Trotsky come un  «terribile esempio dei malefici effetti della mancanza di disciplina» doveva assolutamente riorganizzarsi per tentare di ribaltare la sfavorevole situazione, approfittando anche del malcontento velocemente diffuso tra gli strati più poveri della popolazione.

Dopo questi significativi insuccessi le maggiori formazioni dell’Armata Rossa del Caucaso settentrionale erano ancora consistenti anche se distribuite in diversi gruppi indipendenti: i 15-20mila soldati sotto Sorokin si stavano ritirando verso Armavir, dove la formazione locale contava su 6-7mila armati. Nella vicina Stravropol c’erano 9-10mila combattenti, infine l’armata di Taman si trovava a sud di Ekaterinodar.

Seconda fase (autunno 1918)

I nuovi piani di Denikin dopo la conquista di Ekaterinodar prevedevano, per la sua Armata dei Volontari (A.V.), di oltrepassare la linea del fronte del fiume Kuban  e proseguire verso ovest in direzione di Stavropol, importante centro al limite della Steppa dei Calmucchi avendo ormai il controllo del Kuban occidentale. Per consolidare le posizioni dei controrivoluzionari nel Caucaso  non doveva assolutamente interrompersi il sostegno economico delle associazioni segrete antibolsceviche che già avevano finanziato in modo sostanziale la riorganizzazione della A.V.

Denikin era convinto di poter gestire l’unità del suo schieramento dalle spinte autonomiste dei gruppi cosacchi e contava molto sull’evidente crisi dell’Armata rossa del Caucaso, più volte sconfitta. Questa pur superiore di numero era frammentata in diverse unità, scoordinate  e indisciplinate le quali soprattutto erano nell’impossibilità di ricevere aiuti dal centro perché erano state interrotte tutte le linee di comunicazione dal nord.  

A peggiorare la situazione dell’Armata rossa del Caucaso, si aggiungeva anche la pessima considerazione del centro moscovita che la considerava una forza inaffidabile dovuta anche alle esaltanti assicurazioni di netta vittoria del suo comandante Sorokin a cui invece erano seguite  pesanti sconfitte e la conseguente crescente demoralizzazione nelle sue truppe.

Per quel settore della guerra civile a Mosca si ebbe maggior preoccupazione per il nuovo fronte di Caricyn contro i cosacchi del Don e quello per il controllo dei territori  sul Volga contro l’Armata cecoslovacca per cui il fronte del Kuban venne considerato di secondaria importanza.

Tuttavia alla fine dell’estate l’Armata rossa del Kuban disponeva ancora di circa 75mila combattenti.

Le unità al comando di Sorokin erano stimate in circa 20mila e si stavano ritirando verso Armavir nel Kuban orientale; l’Armata di Taman, la forza più compatta ed affidabile, disponeva di 25mila effettivi che col neo eletto comandante Matveev, un marinaio della flotta del Mar Nero,  si trovava a sud di Ekaterinodar; una forza di circa 7mila combattenti era stanziata a sud di Armavir ed infine altri circa10mila effettivi erano concentrati intorno a Stavropol. (fig. 2)

In questa situazione soltanto l’Armata di Taman, l’unità più esperta e combattiva nella regione, fu considerata in grado di ricompattare le forze bolsceviche per riprendere l’iniziativa militare e risollevare il morale di tutta l’Armata del Kuban.

Il piano elaborato dal comandante Matveev prevedeva di congiungere la sua Armata alla depressa Armata di Sorokin con una lunga marcia verso sud lungo la costa del Mar Nero nel tentativo di raggiungere Armavir. A questi combattenti con ridotte riserve di munizioni e cibo si unirono nella marcia circa 25mila sfollati, per lo più senza cibo e scarpe, che temevano le feroci rappresaglie dei bianchi che dilagavano nella regione.

Denikin subito intuì il grave pericolo per la sua A.V. dall’eventuale congiungimento delle due armate rosse; per contrastarlo inviò alcuni suoi reggimenti ad inseguire Matveev e la divisione di cavalleria di Pokrovskij a Belorečenskaja, nel distretto di Majkop allo scopo di tenere separate le due armate nemiche.  Durante questa manovra Pokrovskij e i suoi 3mila cosacchi si distinsero per una feroce e immotivata repressione di 2mila operai del distretto assassinati per il solo fatto di essere proletari e automaticamente bolscevichi.

Fig. 2

Mentre Pokrovskij coi suoi cosacchi si attardavano in questa infame e vigliacca strage si trovarono schiacciati in forte minoranza numerica tra l’Armata di Taman e quella di Sorokin.

11 settembre 1918: nella notte la fanteria di Matveev sferrò un attacco frontale alla postazione di Pokrovskij mentre la cavalleria dell’Armata del Taman compiendo un ampio giro la prese alle spalle gettando lo scompiglio nelle fila della Divisione bianca. Nei giorni seguenti, ricevuti rinforzi da Denikin, i cosacchi di Pokrovskij tentarono un contrattacco ma furono respinti con notevoli perdite. In seguito a questa sconfitta si ritirarono a nord lasciando libero il passaggio all’Armata di Taman che, superata Majkop, poté proseguire in sicurezza verso Armavir.  

Per la mancanza di comunicazioni Sorokin non sapeva dell’arrivo dell’Armata di Taman per cui le avanguardie di Matveev furono scambiate per nemici e prese a fucilate. Malgrado tutti i patimenti affrontati, le forti perdite subite in combattimento, per fame e malattie, le due armate si unirono  risollevando il morale dell’intera forza sovietica che ora reclamava un’offensiva per riconquistare il Kuban.

20 settembre: i cosacchi bianchi del Kuban rientrati a Majkop scatenarono una feroce vendetta   uccidendo circa 4mila civili ritenuti bolscevichi, ritrovati successivamente in fosse comuni.

3 ottobre: le unità di Sorokin e di Matveev, vengono accorpate per formare la XI Armata posta sotto il comando di Sorokin, nonostante il precedente “ritardo” con cui arrivò per la difesa dell’ormai caduta Tichorekaja del 14 luglio. A lui viene affiancato il neo eletto Comitato militare rivoluzionario del fronte (RMSR) secondo  le indicazioni del processo di riorganizzazione dell’Esercito bolscevico elaborato da Trotsky nel settembre 1918. Ne facevano parte membri militari dell’esercito e membri politici eletti dai soldati dell’unità militare in azione, il quale aveva autonomia decisionale in tutte le questioni di carattere operativo – strategico.

Trotsky così ci illustra: «L’istituzione dei commissari ebbe un ruolo capitale nella creazione dell’apparato del comando militare. Essi erano composti di operai rivoluzionari, di comunisti e, al principio, anche di social-rivoluzionari di sinistra, (fino al luglio 1918). Il comando, dunque, era in qualche modo sdoppiato. Il comandante conservava la semplice direzione militare, il lavoro di educazione politica era concentrato nelle mani dei commissari. Ma il commissario era soprattutto il rappresentante diretto del  potere sovietico nell’armata. Senza intralciare il lavoro propriamente militare del comandante e senza diminuire in nessun caso l’autorità di quest’ultimo, il commissario doveva creare condizioni tali che questa autorità non potesse mai agire contro gli interessi della rivoluzione. La rivoluzione operaia sacrificò a questo compito i migliori dei suoi figli. Centinaia e migliaia di essi morirono al loro posto di commissari. Molti altri divennero, in seguito, capi rivoluzionari.» (Scritti militari .1  La rivoluzione armata  Introduzione  pag.30)

Il primo obiettivo militare fu di riorganizzare il fronte costituendo una solida base tra i fiumi Kuban e Laba da cui partire per la riconquista di Stavropol, necessaria base operativa per le future operazioni. (fig. 3)

La mossa successiva di Denikin prevedeva un accerchiamento delle forze bolsceviche,  trincerate a ferro di cavallo tra i fiumi Laba e Kuban, con un attacco avvolgente da tutti i lati con lo scopo di interrompere qualsiasi possibilità di approvvigionamenti di cibo e munizioni e annientare completamente la XI Armata. Da ovest la cavalleria del Kuban di Pokrovskij;  da nord-ovest la 1a Divisione di cavalleria di Vrangel, dal nord di Armavir sarebbe scesa la 3a Divisione di Drozdovskij, da nord-est la 3a Divisione di Borovskij ed infine da sud-est il colonnello Škuro ed i suoi lupi, una formazione di cosacchi controrivoluzionari particolarmente esperta in incursioni nelle linee nemiche e sabotaggi che godeva dell’appoggio della popolazione in quelle sperdute regioni caucasiche.

 La situazione non era favorevole alla rivoluzione neppure nelle adiacenti regioni del Caucaso meridionale, perché i cosacchi del Terek, stanziati lungo l’omonimo fiume che dal Caucaso tra Cecenia e Daghestan sfocia nel Mar Caspio, si erano sollevati contro il potere sovietico.

Il piano di Denikin era troppo ambizioso per le limitate forze della A.V. e Sorokin avrebbe potuto rompere l’accerchiamento in ogni momento concentrando le sue forze numericamente superiori contro una determinata posizione nemica per poter raggiungere una città e garantirsi le scorte necessarie.

Fig. 3

Per tre settimane furono inutili gli attacchi dei bianchi nel tentativo di attraversare il fiume Laba da ovest e rompere le ben trincerate difese rosse, nonostante Denikin chiedesse “un attacco immediato a tutti i costi”. Sorokin, confortato da questa positiva risposta delle sue truppe, decise quindi di passare al contrattacco con il quale, nonostante forti perdite, riuscì a rompere la morsa scacciando i bianchi da Nevinnomyskaja, più a sud.

Purtroppo ai vertici del comando della XI Armata,  i mai sopiti contrasti sulla conduzione delle operazioni tra Sorokin e Matveev scoppiarono quando da Mosca giunsero precise direttive di muoversi immediatamente verso Caricyn per portare soccorso alla X Armata. Molto diverse e quasi opposte furono le soluzioni proposte: Matveev suggerì un trasferimento diretto verso nord utilizzando quanto più possibile le  linee ferroviarie tra Armavir, Tikhoretskaja, Caricyn. Sorokin invece intendeva attaccare ad est per assicurarsi il controllo di Stavropol per poi scendere a sud per impostare tutte le difese di Grozny e dei giacimenti petroliferi contro i cosacchi del Terek e successivamente puntare a nord verso Caricyn.

Sorokin infine, come comandante in capo, fece adottare il suo piano nonostante continuassero accesi i dissidi con Marteev, il quale nei giorni seguenti si rifiutò di eseguire i suoi ordini in merito. Per questa grave decisione, Sorokin convinse il Comitato militare rivoluzionario del fronte (RMSR) a farlo arrestare e fucilare immediatamente.

7 ottobre: il giorno stesso dell’esecuzione di Matveev, Sorokin ordinò alle sue truppe di iniziare l’operazione per la conquista di Stavropol. Queste si trovavano disposte a cuneo con il vertice nord su Armavir, verso sud il fianco ovest si sviluppava lungo il fiume Urui, mentre il lato est si allungava lungo il Kuban. Secondo l’articolata manovra prevista da Sorokin, i 25mila uomini della formazione di Taman, furono trasportati coi treni fino a Nevinnomyskaja e da lì, su quattro colonne, avrebbero dovuto avanzare verso Stavropol.  La difesa della città era affidata alla 3a Divisione di Drozdovskij alla quale si aggiunsero i rinforzi di Borovskij prontamente richiamati da Denikin.

Matveev non era il solo a non condividere la decisione di Sorokin come corretta risposta agli ordini di Mosca tanto è che Žoloba, il comandante della Divisione di Ferro (a seguito di nuovi arruolamenti da brigata si era trasformata in divisione), disattese gli ordini di Sorokin e si diresse con il percorso più rapido a difesa di Caricyn.

21 ottobre: quest’altra disobbedienza  scatenò la furia dell’evidente personalismo di Sorokin che cercava di imporsi come autorità indipendente al punto che si rivoltò contro lo stesso Comitato militare di cui fece arrestare e fucilare alcuni membri dopo averli falsamente accusati di alto tradimento a favore dei bianchi.

In questa situazione il Quartier generale di Sorokin cadde nel  caos più completo al punto di non essere più in grado di emettere ordini precisi, senza conoscere l’esatta ubicazione, consistenza delle sue unità e l’esito delle battaglie.

26 ottobre: Denikin approfittò senza indugi dell’immobilismo della XI Armata rossa e  dell’indebolimento del fianco occidentale dovuto agli spostamenti delle truppe di Taman per cui lanciò un attacco delle sue divisioni che erano ad ovest e a sud del fiume Urui.  La 1a divisione di Kasanovič attaccando dall’estrema  sinistra oltrepassò il fiume e occupò Armavir.

Per paura delle sicure rappresaglie delle forze indipendentiste  che intendevano costituire un governo cosacco nel Kuban, crebbe sensibilmente il numero dei volontari che intendevano arruolarsi nella XI Armata. Fu così che dalle 75mila di fine settembre, nel mese successivo le unità raggiunsero il numero di oltre 124mila. Non fu un gran guadagno perché l’aumento quantitativo non corrispose ad un aumento qualitativo, anzi per l’impossibilità di ricevere adeguati rifornimenti da nord ogni combattente poteva disporre di sole 20 cartucce. Disastrosa fu l’esperienza di auto-prodursi artigianalmente munizioni.

28 ottobre: dopo un intenso fuoco di copertura dell’artiglieria rossa partì l’attacco della fanteria di Taman alle trincee poste nella periferia meridionale di Stavropol che furono travolte costringendo la Divisione di Drozdovskij ad una rapida ritirata di trenta chilometri verso nord. I sopraggiunti rinforzi di Borovskij permisero a Denikin di fermare l’avanzata rossa e di stabilizzare il fronte. Ma la pesante sconfitta a Stavropol cancellò l’altezzoso senso di invincibilità e superiorità che fin dall’inizio della guerra civile lo Stato maggiore dell’Armata dei Volontari nutriva nei confronti delle truppe bolsceviche.

Il valore e la  disciplina della ex Armata di Taman, nonostante la condanna a morte del suo comandante ritenuta eccessiva, furono riconosciuti ricevendo l’Ordine della bandiera rossa.

Nonostante la vittoria il comando politico e militare della XI Armata cadde nel caos per le ripercussioni di quella decisione e per le successive purghe di quanti tentarono di opporsi all’evidente personalismo di Sorokin che cercava di imporsi come autorità indipendente. Fu così che la vittoriosa ex Armata di Taman rimase immobile a Stavropol senza ordini di attacco per sfruttare l’evidente momentanea difficoltà in cui era caduta la A.V.

Denikin non perse tempo per riprendere Stavropol; fece quindi avanzare da ovest la cavalleria del barone Vrangel, da sud-ovest la Divisione a cavallo di Pokrovskij, da sud Škuro e da nord le divisioni bianche di Drozdovskij e Borovskij che stavano recuperando il terreno perso dopo la recente ritirata .

Per la XI Armata la difesa ad oltranza di Stravopol, loro ultimo centro strategico, fu una questione di sopravvivenza perché, essendo tagliate le linee di rifornimento dal nord, restava soltanto la lontana Astrachan sul tratto finale del Volga, oltre la steppa dei Calmucchi.

Intanto la situazione divenne favorevole a Denikin per l’arrivo di nuove armi e munizioni dagli alleati. Le truppe rosse dopo mesi di battaglie pativano la mancanza di adeguati rifornimenti; inoltre senza uno stabile e organizzato comando militare non furono assolutamente in grado di marciare subito alla difesa di Caricyn. Da un punto di vista strategico la forzata sosta della XI Armata nel Kuban, sempre numericamente forte, impedì a Denikin di spostare le sue più esperte e organizzate truppe della A.V. in aiuto di Krasnov che in quel momento era al massimo sforzo nell’offensiva su Caricyn. Denikin per risolvere definitivamente la questione organizzò un’offensiva generale a partire dal 1° novembre per riconquistare Stavropol.

La già difficile situazione dei vertici della XI Armata si aggravò quando i membri sopravvissuti del Comitato militare dichiararono Sorokin un traditore, il quale cercò protezione tra la truppa di Stravopol che riteneva essergli fedele.

2 novembre: Sorokin caduto nelle mani degli  ex combattenti di Matveev fu subito fucilato.

I ripetuti attacchi da nord della cavalleria di Vrangel dei primi giorni furono respinti con consistenti perdite da entrambi i fronti nonostante i bianchi di Borovskij avessero raggiunto la periferia della città dove furono fermati dai contrattacchi rossi. L’offensiva in quel settore perse slancio.

5 novembre: da sud l’avanzata delle formazioni di Škuro e di Pokrovskij  su Nevinnomyskaja    fu agevole e conquistando la città, le truppe della XI Armata furono accerchiate.

11 novembre: Fed’ko, il nuovo comandante delle truppe del Caucaso del Nord organizzò una serie di contrattacchi durati tre giorni contro le truppe di Borovskij e di Drozdovskij, che sfinite da combattimenti ininterrotti, si ritirarono di venti chilometri aprendo una breccia nell’accerchiamento della città. Durante questi combattimenti il generale Drozdovskij fu gravemente ferito e morì nei giorni seguenti. Le truppe rosse cercarono di consolidare quella via di fuga verso nord ma furono duramente battute dal nuovo attacco della cavalleria di Vrangel.

15 novembre: Vrangel entra in Stavropol prontamente abbandonata dalla XI Armata che, nonostante le forti perdite subite, controllava ancora l’area a nord-est della città.

Per annientare definitivamente le truppe bolsceviche, Denikin lanciò le sue cavallerie ai fianchi dell’XI Armata mentre la fanteria attaccava frontalmente. Vana fu quella manovra perché le truppe rosse, onorando il riconoscimento ricevuto dell’ordine alla bandiera rossa, contrattaccarono inaspettatamente verso sud-est,  al punto di congiunzione tra la cavalleria di Škuro e la fanteria di Borovskij, rompendo il loro accerchiamento.

20 novembre: La XI Armata, dimezzata nei suoi effettivi, iniziò la sua lunga marcia verso est attraverso le desolate steppe che la separavano da Astrachan. La cavalleria bianca mandata al suo inseguimento dovette desistere perché rimase impantanata nel fango dovuto alle piogge autunnali.

Due furono le cause principali della sconfitta di quella valorosa armata: il completo isolamento in cui si venne a trovare con il conseguente mancato rifornimento di armi e materiale bellico e il caos in cui cadde l’intero comando per le insensate scelte di Sorokin di indebolire il fianco sinistro per la presa di Stavropol e i forti dissidi con i suoi comandanti che portarono all’esecuzione di Matveev, nonché quelli con il Comitato militare rivoluzionario (RMSR).

Anche le perdite della A.V. furono calcolate in 30mila tra morti e feriti, numero rilevante per le dimensioni di quella armata specialmente nei suoi vertici poiché ad ottobre morì di malattia il generale Alekseev, l’organizzatore della A.V. cui si aggiunse quella di Kornilov, Markov e Drozdovskij.

La XI Armata di Fed’ko, riuscita a sfuggire all’inseguimento della cavalleria bianca, raggiunse le città del basso Volga dove iniziò a riorganizzarsi, dovendo però superare prima gli attacchi della febbre spagnola e del tifo.

Da un punto di vista delle sorti della rivoluzione bolscevica questo fronte si riduce di importanza mentre diventa principale quello per la difesa di Caricyn a cui la XI Armata non riuscì a portare alcun sostegno.

Fine della campagna (gennaio-marzo 1919)

Denikin, destinò il grosso della A.V. stanziato intorno e a difesa di Stavropol che contava 25mila uomini e 75 cannoni, al consolidamento del controllo del nord del Caucaso per assicurarsi una solida base alle sue spalle. Dal dicembre 1918 diverse unità bianche furono inviate sul Don per sostenere i reparti in crisi dei cosacchi di Krasnov contro l’Armata rossa.

A contrastare le forze controrivoluzionarie vi erano le forze rosse che in tutto il Caucaso settentrionale contavano il ragguardevole numero di 150mila di cui soltanto 60mila erano effettivamente disponibili al combattimento. Di più, lontani e con scarse comunicazioni dal centro politico della rivoluzione, non potevano pienamente disporre dell’energia rivoluzionaria e organizzativa che giorno dopo giorno animava l’Armata rossa negli altri fronti di guerra. Queste erano affidate al comando del bolscevico ed esperto militare Svečnikov e al Consiglio di difesa del Caucaso del nord presieduto da Ordžonikidze,  un rivoluzionario di vecchia data ritornato dall’esilio in Siberia dopo l’Ottobre 1917.

La principale unità sovietica era la XI Armata ricostituita dopo l’abbandono di Stavropol con quanto restava dell’esercito di Sorokin, dell’Armata di Taman e rafforzata con volontari provenienti da Astrachan e dal Terek; contava 88mila uomini e 75 cannoni. Ora posta sotto il comando Kruze era schierata ad est di Stavropol su una linea di 250 km. Con questa disposizione erano impossibili rapide comunicazioni con Astrachan e il fronte di Caricyn, separate da 400 km di steppe desertiche.  Il fianco meridionale della XI Armata era protetto dalla XII Armata, stanziata ai piedi della catena del Caucaso, di circa 20mila uomini la quale non era in grado di intraprendere alcuna azione offensiva perché pesantemente colpita dal tifo e dalla mancanza di rifornimenti.

Allo scopo di impedire ulteriori trasferimenti di unità della A.V. per sostenere gli assalti dei cosacchi del Don su Caricyn dove le truppe bolsceviche erano in difficoltà e per allentare la pressione su quella parte di fronte, il comando strategico dell’Armata rossa del Caspio-Caucaso, organizzò una grande e complessa offensiva contro tutto il fronte nemico per recuperare le posizioni perdute nello scorso novembre. Per sopperire alle evidenti difficoltà logistiche e di comunicazioni, si faceva affidamento sulla decisa superiorità numerica nonostante questo fattore non avesse garantito il successo in precedenti simili situazioni contro la più esperta A.V..

28 dicembre 1918: L’attacco principale viene portato dalla XI Armata al centro dello schieramento della A.V. allo scopo di tagliare in due il fronte nemico per poi aggirarne l’ala settentrionale alle spalle e impedirgli ogni collegamento con Ekaterinodar e il Don. Altre unità avrebbero dovuto attaccare e aggirare lo schieramento meridionale con una manovra simile; altre ancora erano destinate alla riserva e alle retrovie. Gli scontri furono violenti e dispendiosi in termini di uomini e munizioni da ambo le parti costringendo la A.V. ad arretrare fin sotto Stavropol. La 3° divisione Taman dovette arrestare l’avanzata per riorganizzare le sue forze particolarmente provate; di più a causa di mancanza di collegamenti e la plausibile confusione creatasi, lasciarono un pericoloso varco nella loro linea creando così l’opportunità di un contrattacco nemico affidato alla cavalleria di Vrangel che disponeva di 6200 cavalieri e 20 cannoni.

3 gennaio 1919: il piano, illustrato da Vrangel la sera prima agli osservatori militari anglo-francesi, prevedeva di lasciare un minimo della cavalleria davanti alla 3° divisione di Taman mentre con i restanti reggimenti avrebbe aggirato le postazioni nemiche attraverso il varco lasciato aperto. L’attacco a sorpresa fu devastante costato anche mille prigionieri; nonostante l’arrivo di riserve e  numerosi atti di eroismo costrinse le forze sovietiche a ritirarsi disgregando lo schieramento iniziale  lasciando isolati altri gruppi d’attacco. Vrangel sfruttò immediatamente il vantaggio attaccando alle spalle altre divisioni sovietiche che nonostante decisi contrattacchi non furono in grado di reggere gli urti dei bianchi ed iniziarono a ritirarsi attraverso le steppe.  Anche nel settore meridionale la A.V. fermò l’Armata rossa recuperando il terreno perduto e la linea del fronte tornò ad essere quella dell’inizio del mese.

In seguito al fallimento dell’offensiva, fu nominato come nuovo comandante della XI Armata M.K. Levandosvskij di soli 29 anni, già distintosi col grado di capitano nella difesa della Rivoluzione d’ottobre. Si pose subito la questione sul da farsi perché circondati su tre lati dal nemico con alle spalle il Mar Caspio era impensabile in inverno raggiungere Astrachan per cui fu deciso di fortificarsi in posizioni più sicure, tenerle e riorganizzarsi per poi riprendere l’offensiva. Era soprattutto necessario  recuperare il morale poiché tra morti, feriti e prigionieri la XI Armata aveva perso 40mila combattenti.  

Un gruppo di 10mila combattenti fu destinato a nord presso Svjatoj Krest, un secondo di circa 25mila uomini fu inviato a trincerarsi  su un linea tra Pjatigorsk e Kislovodosk.

18 gennaio: un deciso attacco dei bianchi su Svjatoj Krest obbligò i rossi ad abbandonare il villaggio e la maggior parte delle scorte.  Levandosvskij ordinò ai superstiti la ritirata oltre il fiume Manyč lontano dalla zona delle operazioni.

Vrangel organizzò un attacco su più direttrici contro le truppe sovietiche che si stavano trincerando  sulla linea tra Pjatigorsk e Kislovodosk le quali nonostante i contrattacchi della loro cavalleria, non poterono far altro che ritirarsi verso il Caspio su percorsi lunghi e pericolosi.

Alla fine di gennaio nel Caucaso non esisteva più un fronte sovietico unico ma solo spezzoni isolati di quella che era stata la valorosa XI Armata.

 Al Quartier generale della XI Armata sito a Georgievsk si decise infine di ripiegare sulle montagne del Caucaso verso le sorgenti del Terek contando sull’appoggio dei bolscevichi locali.

Questa ritirata fu ostacolata dalla pressione della cavalleria di Vrangel che riuscì a spezzare la rimanente parte della XI Armata in diversi gruppi; i più consistenti di essi diressero su Vladikavkaz e Mozdok.

Vrangel deciso a dare il colpo finale ai combattenti rivoluzionari in ritirata lanciò contro di questi il 3° Corpo d’Armata di Liakov su tre direttrici: una verso Grozny e Vladikavkaz, una verso Mozdok e una terza verso il Mar Caspio.

 Dal 27 gennaio al 6 febbraio i diversi distaccamenti  bolscevichi affrontarono numerose battaglie impari, a corto di cibo, vestiti, munizioni dovendo resistere anche all’epidemia di tifo che dilagava tra i soldati privi di cure adeguate. I gruppi minori furono sconfitti e catturati; ad alcuni comandanti cosacchi fu proposto di passare con la controrivoluzione e al loro rifiuto furono subito impiccati.

Di norma, tutti i commissari politici bolscevichi fatti prigionieri venivano fucilati immediatamente.

6 febbraio 1919:  le truppe di Liakov conquistano Kizljar e raggiungono il Mar Caspio con 31mila prigionieri, 8 treni blindati e 200 cannoni. I sopravvissuti della XI Armata ormai senza alcuna possibilità di sostenere adeguati scontri militari intrapresero il difficile cammino verso Astrachan in terribili condizioni fisiche e atmosferiche per il freddo e la neve. L’epidemia di tifo peggiorò la situazione colpendo anche il comandante in capo Levandosvskij.  

Degli 80mila componenti iniziali della XI Armata, soltanto 13mila riuscirono a raggiungere Astrachan. Di fatto un intero gruppo di armate bolsceviche cessò di esistere dopo questa che fu considerata la sconfitta più pesante di tutta la guerra civile. Le Armate del Caucaso furono prontamente riorganizzate e dislocate: la XII Armata fu inviata in direzione della Cecenia, dove si era rifugiata la direzione bolscevica della ex XI Armata presieduta da Ordžonikidze. Ad eccezione della Cecenia e il Daghestan tutto il Caucaso era sotto il controllo dei controrivoluzionari.

Questa vittoria, con le retrovie ben assicurate, permise ai controrivoluzionari di portare l’adeguato soccorso ai cosacchi del Don in difficoltà a Caricyn.