Partito Comunista Internazionale

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.7

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Nei paesi dell’Intesa, dove il dominio del capitalismo è tuttora inconcusso, noi vediamo la prima fase della dissoluzione di esso, come a dire l’introduzione di tale processo dissolutivo, sotto forma di un’intrattenibile discesa della produzione e della valuta, di un’ondata di scioperi e di una forte ripugnanza al lavoro da parte del proletariato. La seconda fase, il periodo della controrivoluzione, cioè del dominio politico della borghesia in piena età rivoluzionaria, significa completo sfascio economico; noi la possiamo studiare meglio che altrove in Germania e nella rimanente Europa centrale. Se immediatamente dopo il rivolgimento politico fosse subentrato un sistema comunista, allora, anche ad onta dei trattati di Versailles e di St. Germain, ad onta dello esaurimento e della miseria, avrebbe potuto incominciare una ricostruzione organica. Ma gli Ebert-Koske non pensavano alla ricostruzione organizzata più dei Rennen-Bauer: essi lasciaron mano libera alla borghesia, e considerarono come unico loro compito quello di reprimere il proletariato. La borghesia agì, cioè ciascun borghese agì come comporta la sua natura borghese; ciascuno pensava solo a fare il maggior profitto possibile, a salvare per sé personalmente dal disastro ciò che vi era ancor da salvare. Certo, nei discorsi e nei manifesti si parlava della necessità di restaurare con ordinato lavoro la vita economica, ma ciò s’intendeva solo per gli operai, onde ammantare loro con belle frasi la dura coercizione al lavoro intensivo nonostante il loro esaurimento. Naturalmente, nessun borghese in realtà si preoccupava della ricostruzione come generale interesse del popolo, ma solo dal punto di vista del suo personale guadagno. Dapprima, come nella preistoria, il mezzo più importante per arricchirsi fu il commercio, giacché la discesa della valuta diede opportunità di vendere all’estero tutto ciò che sarebbe stato necessario per la ricostruzione economica, anzi per la semplice esistenza delle masse – materie prime, generi alimentari, prodotti, mezzi di produzione, e infine le stesse fabbriche e i titoli di proprietà. In tutti gli strati borghesi dominò l’usura, favorita dalla sfrenata corruzione della burocrazia. E così tutto ciò che era avanzato dell’antica ricchezza, e che non dovette esser consegnato come indennità di guerra, fu inviato all’estero dai «dirigenti della produzione». E in maniera consimile entrò in scena nel campo della produzione la brama di profitto privato, che distrugge la vita economica con la sua indifferenza verso il bene comune. Per imporre ai proletari il lavoro a cottimo e il prolungamento dell’orario di lavoro, o per liberarsi degli elementi proletari ribelli, essi vennero serrati e le fabbriche fermate, senza preoccuparsi del ristagno che ciò produceva in tutta l’industria. A tutto ciò si aggiunse la inettitudine della direzione burocratica delle aziende statali, che divenne completa infingardaggine giacché mancava dall’alto la poderosa mano del Governo. Ritornò in onore la limitazione della produzione, cioè l’antico mezzo primitivo per rialzare i prezzi, inattuabile in grazia della concorrenza quando il capitalismo è in fiore. Nelle notizie di borsa il capitalismo sembra rifiorire, ma gli alti dividenti rappresentano soltanto lo sperpero degli avanzi del patrimonio generale e vengono dissipati in lusso. Ciò che si osserva negli ultimi anni in Germania non è cosa casuale, ma l’effetto del carattere generale della borghesia come classe. L’antico scopo di essa è e fu sempre il profitto personale ma mentre in periodi normali del capitalismo quest’impulso mantiene in azione la produzione, nel capitalismo morente esso causa la totale distruzione dell’economia. E quindi la stessa cosa avverrà in altri paesi; una volta che la produzione sia scompaginata sino a un certo grado, e che la valuta sia scesa fortemente, allora se si lascia libera strada alla brama di guadagno della borghesia – e questo è il significato del dominio politico della borghesia sotto la larva di qualsiasi partito non comunista – il risultato sarà ugualmente la completa rovina dell’economia.

Le difficoltà di ricostruzione, cui in tali circostanze si vede esposto il proletariato europeo, sono immensamente maggiori, che non fossero in Russia: solo la posteriore devastazione delle forze produttive operata da Kolciak e da Denikin ne può dare una pallida idea. Il proletariato non può aspettare che sia instaurato un nuovo ordinamento politico, ma deve iniziare la ricostruzione già durante il corso del processo rivoluzionario, giacché dovunque esso si impadronisca del potere deve subito attuare la messa in ordine della produzione, e sopprimere il potere d’imperio della borghesia sugli elementi materiali della vita. Il controllo di fabbrica può servire a sorvegliare nelle sedi di lavoro l’impiego delle merci, ma è evidente che esso non può farsi padrone di tutti gli artifizi che la borghesia può compiere a danno della comunità. A tal fine è necessario tutto il potere politico armato e il severo impiego di questo. Dove gli usurai senza alcun riguardo al benessere comune saccheggiano il bene del popolo, dove la reazione armata assassina e distrugge alla cieca, il proletariato deve entrare in azione senza riguardi e lottare per difendere il bene comune, la vita del popolo.

Sono così grandi le difficoltà della riorganizzazione di una società completamente distrutta, da apparire inizialmente insuperabili, così da essere assolutamente impossibile stabilire in precedenza un programma di ricostruzione. Ma esse devono essere superate, e il proletariato le supererà con l’illimitato spirito di sacrificio e di abnegazione, con l’infinita forza d’anima e di spirito, con le immense energie morali e psichiche, che la rivoluzione è capace di destare nel suo corpo indebolito e martirizzato.

Due questioni vanno esaminate brevemente. La questione degl’impiegati tecnici dell’industria offrirà difficoltà solo temporaneamente, perché, sebbene essi abbiano mentalità assolutamente borghese e sieno profondamente ostili a una signoria proletaria, finiranno tuttavia per sottomettersi. La messa in azione del traffico e dell’industria sarà soprattutto una questione di apporto di materie prime; e tale questione coincide con quella dei mezzi di sussistenza. Quella dei viveri è la questione centrale della rivoluzione nell’Europa occidentale, giacché la relativa popolazione fortemente industrializzata non poteva vivere neppure sotto il capitalismo senza importare dall’estero. Ma la questione dei viveri nella rivoluzione è legata nella maniera più stretta all’intiera questione agraria, e i principii di una organizzazione comunista dell’agricoltura debbono già aver influenza sui provvedimenti destinati durante la rivoluzione a fronteggiar la fame. I beni dell’aristocrazia terriera (junkers), la grande proprietà fondiaria è matura per l’espropriazione e la coltivazione collettiva; i piccoli contadini saranno liberati da ogni sfruttamento capitalista e guidati sulla via d’una coltivazione intensiva con tutti i mezzi dell’aiuto statale e della cooperazione; il contadiname medio, che, per esempio, nella Germania occidentale e meridionale possiede la metà del suolo, ed è di sentimenti fortemente individualisti e quindi anticomunisti, ma si trova in una posizione economica ancora inattaccabile, sarà inquadrato nella cerchia dello intiero processo economico mediante l’organizzazione dello scambio dei prodotti e lo incremento della produttività – soltanto il comunismo introdurrà nell’agricoltura quell’evoluzione verso una superiore produttività e quell’eliminazione dell’individualismo, che nell’industria sono state determinate dal capitalismo. Da ciò risulta, che gli operai devono considerare i grandi proprietari fondiari, come classe nemica, i lavoratori della terra e i piccoli contadini come loro alleati nella rivoluzione, mentre non hanno alcun motivo di farsi nemici i contadini medi per quando possano essere pregiudizialmente ostili. Ciò significa, che sino a tanto che non sia attuato un regolare scambio di beni, nel primo caotico periodo, non possono effettuarsi requisizioni di derrate alimentari presso questo elementi contadineschi, come pareggiamento assolutamente inevitabile della fame tra città e campagna. La lotta contro la fame va condotta principalmente mediante importazioni dall’estero.