La teoria marxista delle crisi
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(continua dal numero 97 – luglio 2024)
Le Teorie sul Plusvalore
David Ricardo
Presupposti erronei della concezione della caduta del saggio di profitto
Uno dei punti più importanti nel sistema ricardiano è la scoperta che il saggio di profitto ha la tendenza a cadere, ma da dove? Smith dice: in seguito alla crescente accumulazione e alla crescente concorrenza dei capitali che l’accompagna. Ricardo replica: la concorrenza può perequare i profitti nelle differenti branche produttive; essa però non può abbassare il saggio generale del profitto. Ciò sarebbe possibile solo se in seguito all’accumulazione del capitale, i capitali si accrescessero tanto più rapidamente della popolazione, che la domanda di lavoro fosse costantemente maggiore della sua offerta e che perciò il salario aumentasse costantemente dal punto di vista nominale, dal punto di vista reale e secondo il valore d’uso, ma questo non accade.
Poiché per lui – saggio di profitto e saggio del plusvalore relativo, presupponendo egli la giornata lavorativa costante – sono identici, una caduta permanente del profitto o la tendenza del profitto a cadere può essere spiegata solo per le medesime ragioni, che condizioneranno una caduta permanente o una tendenza alla caduta nel saggio del plusvalore.
Ma quali sono queste condizioni?
Presupposta data la giornata lavorativa, la parte di essa che l’operaio lavora gratis per il capitalista, può scemare solo se la parte che egli lavora per sé cresce. E ciò è possibile solo se aumenta il valore dei mezzi di sussistenza. Ora però il valore delle merci manifatturate, in seguito allo sviluppo delle forze produttive del lavoro, diminuisce continuamente. La cosa va dunque spiegata solo col fatto che la componente principale dei mezzi di sussistenza – alimenti – sale continuamente di valore. Questo perché l’agricoltura diventa continuamente più sterile. È questo stesso presupposto che, secondo la spiegazione della rendita fondiaria fornita da Ricardo, spiega la sua esistenza e il suo accrescimento.
La continua caduta del profitto è perciò congiunta all’aumento continuo nel saggio della rendita fondiaria, ma questa concezione della rendita è errata. Con ciò quindi cade l’unico fondamento della sua spiegazione per la caduta del saggio di profitto. In secondo luogo essa poggia sull’erroneo presupposto che saggio del plusvalore e saggio del profitto siano identici e che quindi una caduta nel saggio del profitto sia identica a una caduta nel saggio del plusvalore. Il saggio di profitto cade – benché il saggio del plusvalore resti identico o salga – perché il capitale variabile diminuisce con lo sviluppo delle forze produttive del lavoro in rapporto al capitale costante.
Quindi esso cade non perché il lavoro diventi più improduttivo, ma perché esso diventa più produttivo. Non perché l’operaio venga sfruttato meno, ma perché viene sfruttato di più, a meno che il tempo di pluslavoro assoluto cresca o lo Stato impedisca, (e per la produzione capitalistica questo è identico) che il valore relativo del lavoro diminuisca e perciò aumenti il tempo di pluslavoro relativo.
La teoria di Ricardo poggia dunque su due presupposti errati: 1) che l’esistenza e la crescita della rendita fondiaria siano condizionate dalla fertilità decrescente dell’agricoltura; 2) che il saggio del profitto sia uguale al saggio del plusvalore relativo e possa salire o cadere solo in proporzione inversa a come diminuisce o aumenta il salario.
Trasformazione del plusvalore capitalizzato in capitale costante e variabile
Nella riproduzione semplice la parte del capitale costante consumata nella riproduzione del capitale costante viene sostituita o direttamente in natura o mediante scambio fra i produttori del capitale costante. Inoltre il capitale costante che viene logorato industrialmente nella produzione di articoli destinati al consumo individuale, viene sostituito da nuovi prodotti dello stesso genere che sono il risultato di nuovo lavoro aggiunto, quindi si risolvono in reddito (salario e profitto). Corrispondentemente, nelle sfere che producono articoli destinati al consumo, la parte della massa di prodotti che è uguale alla parte di valore della stessa che sostituisce il loro capitale costante rappresenta il reddito dei produttori del capitale costante, mentre nelle sfere che producono capitale costante, la parte della massa di prodotti che rappresenta nuovo lavoro aggiunto e forma perciò il reddito dei produttori di questo capitale costante, rappresenta il capitale costante di ricambio per i produttori dei mezzi di sussistenza.
Ciò dunque presuppone che i produttori del capitale costante scambino il loro plusprodotto contro mezzi di sussistenza, consumino individualmente il suo valore. Questo plusprodotto è in primo luogo uguale al salario e questa parte deve restare destinata alla spesa in salari; in secondo luogo uguale al profitto del capitalista (rendita inclusa). Questa parte, se è abbastanza grande, può in parte essere consumata individualmente, in parte industrialmente. E in quest’ultimo caso ha luogo fra i produttori di capitale costante uno scambio dei loro prodotti, che però non è più scambio della parte di prodotti che rappresenta il loro capitale costante che va reciprocamente sostituito, ma parte del plusprodotto, reddito (nuovo lavoro aggiunto) che viene direttamente trasformato in capitale costante, con cui poi la massa del capitale costante viene aumentata e la scala su cui è riprodotto viene allargata.
Quindi anche in questo caso una parte del plusprodotto esistente, del nuovo lavoro aggiunto durante l’anno, viene direttamente trasformata in capitale costante, senza essere stata prima trasformata in capitale variabile. Anche qui si mostra di nuovo che il consumo industriale del plusprodotto (l’accumulazione) non si identifica col fatto che l’intero plusprodotto sia speso in salari dei lavoratori produttivi.
In quale proporzione il plusprodotto si divida fra capitale variabile e costante, dipende dalla composizione media del capitale e, quanto più sviluppata sarà la produzione capitalistica, tanto più piccola, relativamente, sarà la parte spesa direttamente in salario. L’idea che il plusprodotto, essendo semplice prodotto del nuovo lavoro aggiunto durante l’anno, sia semplicemente trasformato in capitale variabile corrisponde in generale all’idea errata che, essendo il prodotto semplice materializzazione del lavoro, il suo valore si risolva semplicemente in reddito (salario, profitto e rendita), e questa è l’idea errata di Smith e di Ricardo.
Una grande parte del capitale costante, cioè il capitale fisso, può constare di quello che entra direttamente nel processo di produzione per la fabbricazione di mezzi di sussistenza, materie prime, ecc., oppure serve a rendere più breve il processo di circolazione, come ferrovie, ecc., o serve alla conservazione e all’immagazzinaggio di merci oppure aumenta, ma solo dopo un lungo periodo di riproduzione la fertilità della terra, come lavori di livellamento, ecc. A seconda che una parte maggiore o una minore del plusprodotto venga trasformata in una di queste specie di capitale fisso, le conseguenze immediate e prossime per la riproduzione di mezzi di sussistenza, ecc. saranno molto diverse.
Distruzione di capitale attraverso le crisi
Presupposta la sovrapproduzione del capitale costante – cioè una produzione maggiore di quella necessaria alla sostituzione del vecchio capitale, quindi anche alla produzione della vecchia quantità di mezzi di sussistenza – l’accumulazione nelle sfere che trasformano macchinario, materie prime, ecc., non presenta difficoltà. Se esiste il pluslavoro necessario, allora si trovano pronti sul mercato tutti i mezzi per la formazione di nuovo capitale, per la trasformazione del loro denaro eccedente in nuovo capitale.
L’intero processo dell’accumulazione si risolve anzitutto in sovrapproduzione, che corrisponde da un lato alla crescita naturale della popolazione, dall’altro forma una base intrinsecamente correlata ai fenomeni che si mostrano nelle crisi. La misura di questa sovrapproduzione è lo stesso capitale, la scala esistente delle condizioni di produzione e lo smisurato anelito all’arricchimento e alla capitalizzazione dei capitalisti, non il consumo, che è limitato a priori perché la maggior parte della popolazione, la popolazione operaia, può ampliare solo entro limiti molto ristretti il suo consumo, e nella stessa misura in cui il capitalismo si sviluppa, la domanda di lavoro diminuisce relativamente, benché essa aumenti assolutamente.
Le perequazioni sono tutte casuali e la proporzione nell’impiego dei capitali nelle sfere particolari si compensa in effetti attraverso un processo continuo, ma la continuità di questo processo stesso presuppone altrettanto la sproporzione continua che esso continuamente, spesso violentemente, deve compensare.
Dobbiamo qui solo considerare le forme che il capitale attraversa nei suoi differenti svolgimenti progressivi. Non sono quindi sviluppati i rapporti reali entro i quali avanza il processo di produzione reale. Si suppone sempre che la merce venga venduta al suo valore. Non si considera né la concorrenza dei capitali, né il credito, né la costituzione reale della società, che non consta semplicemente delle classi degli operai e dei capitalisti industriali, in cui quindi consumatori e produttori non si identificano e la prima categoria di consumatori (i cui redditi sono in parte secondari, derivati dal profitto e dal salario), è molto più ampia della seconda e perciò il modo in cui essa spende il suo reddito e il volume di quest’ultimo provocano modificazioni nel bilancio economico e specialmente nel processo di circolazione e di riproduzione del capitale.
L’idea (appartenente a James Mill) di Say e adottata da Ricardo, che non sia possibile alcuna sovrapproduzione o almeno nessuna saturazione generale del mercato, poggia sulla tesi che prodotti vengono scambiati contro prodotti o, come aveva detto Mill, sull’«equilibrio metafisico fra venditori e compratori», il che fu ulteriormente sviluppato nella tesi secondo la quale la domanda fosse determinata solo dalla produzione o anche dall’identità fra domanda e offerta. Lo stesso principio si trova anche nella forma cara a Ricardo, che ogni ammontare di capitale possa essere impiegato produttivamente in ogni paese. «Say […] ha […] mostrato […] che non c’è quantità di capitale che non possa essere impiegata in un paese, perché la domanda è limitata soltanto dalla produzione. Nessun uomo produce se non con l’intenzione di consumare o di vendere ed egli non vende mai se non con l’intenzione di acquistare una qualche altra merce che possa essere immediatamente utile per lui o possa contribuire ad una produzione futura. Producendo egli diventa dunque […] o il consumatore dei suoi propri beni o l’acquirente e consumatore delle merci di una qualche altra persona. Non si può supporre che egli non sarebbe, per un più lungo periodo di tempo, edotto circa le merci che egli può produrre nel modo più vantaggioso per conseguire lo scopo da lui perseguito […] e perciò non è verosimile che egli continuamente produrrà una merce per la quale non esiste domanda alcuna». (Principles on Political Economy)
Ma contemporaneamente Ricardo trova che Say gli gioca qui un tiro. «È la seguente affermazione […] compatibile con la tesi […]? “Quanto più abbondanti sono i capitali disponibili in rapporto al grado del loro impiego, tanto più cadrà il saggio d’interesse sui prestiti di capitale”. Se un capitale di grandezza qualsiasi può essere impiegato da un paese, come si può poi affermare che esso esiste in abbondanza, in rapporto al grado del suo impiego?». (Ivi)
Nella riproduzione, al pari che nell’accumulazione di capitale, non si tratta solo di ricostituire la stessa massa di valori d’uso di cui consta il capitale, alla loro vecchia scala o su una allargata (con l’accumulazione), ma di ricostituire il valore del capitale anticipato con il saggio di profitto consueto. Se per una qualche circostanza i prezzi di mercato delle merci (di tutte o della maggior parte) sono caduti molto al di sotto dei loro prezzi di costo, la riproduzione del capitale viene contratta il più possibile. Ma ancor più ristagna l’accumulazione. Il plusvalore cristallizzato nella forma di denaro sarebbe trasformato in capitale solo con perdita. Esso perciò giace infruttifero come tesoro nelle banche oppure anche nella forma di moneta di credito. Lo stesso arresto potrebbe avvenire per cause opposte, se mancassero i presupposti reali della riproduzione (come con un rincaro di cereali oppure perché non è stato ammassato in natura abbastanza capitale costante).
Subentra un arresto nella riproduzione. Compera e vendita si arrestano l’una di fronte all’altra e il capitale non impiegato appare nella forma di denaro che giace improduttivo. Lo stesso fenomeno (e ciò per lo più precede la crisi) può subentrare se la produzione del sovracapitale procede molto rapidamente e se la sua riconversione in capitale produttivo fa aumentare così tanto la domanda di tutti gli elementi del medesimo che la produzione reale non può tenere il passo, perciò i prezzi di tutte le merci che entrano nella formazione del capitale aumentano.
In questo caso il tasso d’interesse scende molto, per quanto possa salire il profitto, e questo abbassamento del tasso d’interesse porta poi alle più ardite imprese speculative. L’arresto della riproduzione porta alla diminuzione del capitale variabile, alla diminuzione del salario e alla diminuzione della massa di lavoro impiegata. Questa reagisce di nuovo sui prezzi e provoca una nuova diminuzione. Nella produzione capitalistica non si tratta direttamente del valore d’uso, ma del valore di scambio e specialmente dell’aumento del plusvalore. Questo è il motivo motore della produzione capitalistica ed è una bella concezione quella che, per abolire le contraddizioni della produzione capitalistica, fa astrazione dalla sua base e la rende una produzione indirizzata al consumo immediato dei produttori.
Poiché il processo di circolazione del capitale abbraccia epoche alquanto lunghe prima che abbia luogo il ritorno del capitale a sé, ma poiché quest’epoca coincide con l’epoca in cui i prezzi di mercato si perequano ai prezzi di costo, poiché durante quest’epoca accadono grandi cambiamenti nel mercato e nella produttività del lavoro, quindi anche nel valore reale delle merci, dal punto di partenza – dal capitale presupposto – fino al suo ritorno dopo una di queste epoche devono aver luogo grandi catastrofi e devono ammassarsi e svilupparsi elementi della crisi che non vengono eliminati con la frase meschina che prodotti si scambiano con prodotti. Il confronto fra il valore in un’epoca e in un’epoca più tarda costituisce il principio fondamentale del processo di circolazione del capitale.
Quando si parla di distruzione di capitale attraverso le crisi, bisogna fare una duplice distinzione. Dal momento che il processo di riproduzione si arresta, il processo lavorativo viene limitato o talvolta arrestato e viene distrutto capitale reale. Il macchinario che non viene usato, non è capitale. Il lavoro che non viene sfruttato equivale a produzione perduta. Tutto ciò si limita all’arresto del processo di riproduzione e al fatto che le condizioni di produzione esistenti non operano realmente come condizioni di produzione. In secondo luogo, però, distruzione del capitale attraverso le crisi significa un deprezzamento di masse di valore che impedisce loro di rinnovare più tardi il loro processo di riproduzione come capitale sulla stessa scala.
È la caduta rovinosa dei prezzi delle merci.
Con ciò non viene distrutto nessun valore d’uso. Ciò che perde l’uno, guadagna l’altro. Alle masse di valore operanti come capitali viene impedito di rinnovarsi come capitale nella stessa mano. I vecchi capitalisti fanno bancarotta. Una gran parte del capitale nominale della società, cioè del valore di scambio del capitale esistente, è distrutta benché proprio questa distruzione, poiché essa non tocca il valore d’uso, possa favorire la nuova riproduzione.
È questa un’epoca in cui il capitalista monetario si arricchisce a spese del capitalista industriale.
Per ciò che concerne la caduta di capitale fittizio, titoli di Stato, azioni ecc. – nella misura in cui essa non porta alla bancarotta dello Stato e della società per azioni, in quanto il credito dei capitalisti industriali che detengono tali titoli viene scosso – si tratta di un semplice trasferimento della ricchezza da una mano a un’altra e in complesso agirà favorevolmente sulla riproduzione, in quanto i nuovi ricchi nelle cui mani queste azioni o titoli cadono a buon mercato, per lo più sono più intraprendenti dei vecchi possessori.
Negazione da parte di Ricardo della sovrapproduzione generale
«Si sarebbe indotti a pensare che […] Smith abbia tratto la conclusione che noi ci troviamo in una certa quale necessità di produrre un’eccedenza […] di merci […] e che il capitale che li produce non possa essere impiegato diversamente. Tuttavia è sempre una questione di scelta in qual modo un capitale debba essere impiegato e perciò non può neanche mai darsi una eccedenza di una merce per un tempo più lungo; perché se si desse una tale eccedenza, essa scenderebbe al di sotto del suo prezzo naturale e il capitale si volgerebbe ad un impiego più vantaggioso». (Ivi) «Di una merce particolare può esserne prodotta troppa di cui sul mercato può esservi una tale abbondanza che il capitale impiegatovi non si ripaghi; questo però non può accadere con […] tutte le merci». (Ivi) «Che questa produzione accresciuta assieme alla domanda che ne deriva, da questa provocata, abbassino o no i profitti, dipende unicamente dall’aumento dei salari, e l’aumento dei salari, tranne che per un periodo limitato, dipende dalla facilità di produrre viveri e oggetti di prima necessità per gli operai». (Ivi) Tutti gli economisti empirici che scrivono in dati momenti della crisi, hanno giustamente ignorato questa cicalata con pretese di teoria e si sono contentati del fatto che ciò è vero nella teoria astratta – cioè che non siano possibili saturazioni del mercato – nella prassi è falso.
Nelle crisi del mercato mondiale le contraddizioni e le antitesi della produzione borghese vengono ad esplosione. Anziché indagare in che cosa consistano gli elementi contraddittori che esplodono nella catastrofe, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe e di insistere, di fronte alla loro periodicità regolare, sul fatto che se la produzione si conformasse ai libri scolastici non si arriverebbe mai alla crisi. L’apologetica consiste allora nella falsificazione dei più semplici rapporti economici e specialmente nel tener ferma l’unità di fronte all’antitesi.
Se compra e vendita – ossia il movimento di metamorfosi della merce – rappresenta il corso di un processo attraverso due fasi contrapposte, quindi è essenzialmente l’unità di ambedue le fasi, è altrettanto essenzialmente la separazione di esse e il loro farsi indipendenti l’una di fronte all’altra. Poiché esse sono congiunte, il farsi indipendenti di momenti congiunti può manifestarsi solo violentemente come processo distruttivo. È appunto la crisi in cui si realizza la loro unità, l’unità dei distinti. L’indipendenza che i momenti appartenenti l’uno all’altro e completantisi assumono l’uno rispetto all’altro, viene violentemente distrutta. La crisi, dunque, manifesta l’unità di momenti fattisi indipendenti l’uno di fronte all’altro. Nessuna crisi avrebbe luogo senza questa interna unità dei due momenti apparentemente indifferenti l’uno all’altro.
Per dimostrare che la produzione capitalistica non può portare a crisi generali, vengono negate tutte le condizioni e le determinazioni di forma, tutti i principi e le differenze specifiche, in breve la stessa produzione capitalistica, e di fatto viene mostrato che se il modo di produzione capitalistico, anziché essere una forma specificamente sviluppata, peculiare della produzione sociale, fosse un modo di produzione rimasto dietro alle sue più rozze origini e le sue antitesi, le contraddizioni peculiari e perciò anche le sue esplosioni nelle crisi non esisterebbero. «I prodotti vengono sempre comprati da prodotti o da servizi; il denaro è soltanto il mezzo mediante il quale lo scambio viene effettuato». (Ivi)
Qui una merce in cui esiste l’antitesi fra valore di scambio e valore d’uso, viene trasformata in valore d’uso e perciò lo scambio di merci in semplice baratto di semplici valori d’uso. Si retrocede non solo dietro la produzione capitalistica, ma sinanche dietro la semplice produzione di merci, e il fenomeno più complicato della produzione capitalistica – la crisi del mercato mondiale – viene negato negando la condizione prima della produzione capitalistica, cioè che il prodotto deve essere merce, perciò deve rappresentarsi come denaro e passare attraverso al processo di metamorfosi.
Anziché parlare di lavoro salariato, si parla di «servizi», una parola in cui la determinazione specifica del lavoro salariato e del suo uso – cioè di aumentare il valore delle merci con cui esso viene scambiato, di produrre plusvalore – viene di nuovo omessa e con ciò lo specifico rapporto per cui denaro e merce si trasformano in capitale. «Servizio» è il lavoro concepito semplicemente come valore d’uso (una cosa secondaria nella produzione capitalista), del tutto come nella parola «prodotto» l’essenza della merce e la contraddizione insita in essa vengono soppresse. Anche il denaro viene allora conseguentemente concepito come semplice intermediario dello scambio di prodotti, non come una forma di esistenza essenziale e necessaria della merce, che deve rappresentarsi come valore di scambio, lavoro sociale generale. Cancellando, con la trasformazione della merce in semplice valore d’uso, l’essenza del valore di scambio, si deve altrettanto facilmente negare il denaro come una forma essenziale della merce e, nel processo di metamorfosi, indipendente rispetto alla forma originaria della merce.
Le crisi vengono eliminate mediante un ragionamento che nega i primi presupposti della produzione capitalistica, l’esistenza del prodotto come merce, lo sdoppiamento della merce in merce e denaro, i momenti da ciò risultanti della separazione nello scambio di merci, infine il rapporto fra il denaro o la merce e il lavoro salariato.
Non migliori sono gli economisti, come J.S. Mill, che vogliono spiegare le crisi da queste semplici possibilità contenute nella metamorfosi delle merci come la separazione di compra e vendita. Queste determinazioni che spiegano la possibilità della crisi, sono ben lontane dallo spiegare la sua realtà, non spiegano ancora perché le fasi del processo entrano in tale conflitto che solo mediante una crisi può farsi valere la loro interna unità. Questa separazione si manifesta nella crisi; è la forma elementare di essa. Spiegare la crisi da questa sua forma elementare è come spiegare l’esistenza della crisi esprimendo la sua esistenza nella sua forma più astratta.
«Nessun uomo produce se non con l’intenzione di consumare o di vendere ed egli non vende mai se non con l’intenzione di acquistare una qualche altra merce che possa essere immediatamente utile per lui o che possa contribuire ad una produzione futura. Producendo diventa necessariamente o il consumatore dei suoi propri beni o l’acquirente e consumatore delle merci di una qualche altra persona. Non si può supporre che egli non sarebbe, per un più lungo periodo di tempo, edotto circa le merci che egli può produrre nel modo più vantaggioso per conseguire lo scopo da lui perseguito, cioè il possesso di altri beni». (Ivi)
Nessun capitalista produce per consumare il suo prodotto. E quando parliamo della produzione capitalistica, si dice giustamente: «Nessun uomo produce con l’intenzione di consumare il suo prodotto», anche se egli reimpiega parti del suo prodotto per il consumo industriale. Ma qui si tratta del consumo privato. Poc’anzi si è dimenticato che il prodotto è merce. Ora si dimentica la divisione sociale del lavoro. In situazioni in cui degli uomini producono per sé stessi, di fatto non ci sono crisi, ma non c’è neanche produzione capitalistica. Un uomo che ha prodotto, non ha la scelta se vuole vendere o no. Egli deve vendere. Nelle crisi subentra la circostanza che egli non può vendere oppure deve vendere solo al di sotto del prezzo di costo o addirittura con una perdita positiva.
Cosa serve a lui che egli abbia prodotto per vendere? Si tratta proprio di sapere che cosa intralcia questa sua buona intenzione. «Egli non vende mai se non con l’intenzione di acquistare una qualche altra merce che possa essere immediatamente utile per lui o che possa contribuire ad una produzione futura». Ricardo dimentica che uno può vendere per pagare e che queste vendite forzate giocano un ruolo importante nelle crisi. Il fine più prossimo del capitalista nel vendere è di ritrasformare il suo capitale-merci in capitale-denaro e di realizzare con questo il suo guadagno. Il consumo – il reddito – non è qui affatto un punto guida per questo processo, cosa che è per colui il quale vende merci semplicemente per trasformarle in mezzi di sussistenza. Questa, però, non è la produzione capitalistica nella quale il reddito appare come un risultato, non come uno scopo determinante. Ognuno vende anzitutto per vendere, cioè per trasformare merce in denaro.
Durante la crisi l’uomo può essere molto soddisfatto se ha venduto senza pensare anzitutto a comprare. Se il valore realizzato deve ora operare di nuovo come capitale, esso deve attraversare il processo di riproduzione, quindi scambiarsi di nuovo con lavoro e merci.
Ma la crisi è proprio il momento di perturbazione e d’interruzione del processo di riproduzione.
E questa perturbazione non può essere spiegata col fatto che essa non ha luogo in tempi in cui non domina nessuna crisi. È fuor di dubbio che nessuno «produrrà continuamente una merce per la quale non esiste domanda»; ma ciò non ha nulla a che fare con la questione in quanto, anzitutto «il possesso di altri beni» non è lo scopo della produzione capitalistica, ma l’appropriazione di valore. In Ricardo sta qui al fondo anche la tesi di James Mill dell’«equilibrio metafisico delle compere e delle vendite», un equilibrio che vede solo l’unità ma non la separazione nei processi della compra e della vendita.
Di qua, anche l’asserzione: «Di una merce particolare può esserne prodotta troppa, di cui sul mercato può esservi una tale abbondanza che il capitale impiegatovi non si ripaghi; questo però non può accadere con tutte le merci». (Ivi) Il denaro non è solo «il mezzo mediante il quale lo scambio viene effettuato», ma al tempo stesso il mezzo mediante il quale lo scambio di prodotto con prodotto viene dissolto in due atti, indipendenti l’uno dell’altro nel tempo e nello spazio. Ma in Ricardo questa erronea concezione del denaro poggia sul fatto che mira solo alla determinazione quantitativa del valore di scambio, cioè al fatto che esso è uguale a una determinata quantità di tempo di lavoro, ma dimentica la determinazione qualitativa, che il lavoro individuale deve rappresentarsi solo mediante la sua alienazione come lavoro sociale astrattamente generale. Il fatto che solo particolari, non tutti i generi di merci possano formare una saturazione del mercato, che perciò la sovrapproduzione possa essere sempre soltanto parziale, è un meschino espediente.
Se si considera semplicemente la natura della merce, nulla osta che tutte le merci siano presenti in eccedenza sul mercato e perciò che tutte cadano al di sotto del loro prezzo. Si tratta solo del momento della crisi. Tutte le merci, tranne il denaro, possono esservi in eccedenza. Il fatto che esista per la merce la necessità di rappresentarsi come denaro, significa solo che la necessità esiste per tutte le merci. E come esiste per una singola merce la difficoltà di attraversare questa metamorfosi, così essa può esistere per tutte. La natura generale della metamorfosi delle merci – che include tanto la separazione di compra e vendita quanto la loro unità – anziché escludere la possibilità di una saturazione generale è la sua possibilità.
Sullo sfondo del ragionamento di Ricardo sta non solo il rapporto fra compra e vendita, ma fra domanda e offerta. Come dice Mill, se compra è vendita, ecc., allora domanda è offerta e offerta è domanda, ma altrettanto esse si separano e possono farsi indipendenti l’una di fronte all’altra. L’offerta di tutte le merci può, in un dato momento, essere maggiore della domanda di tutte le merci, essendo la domanda della merce generale, il denaro, il valore di scambio, maggiore della domanda di tutte le merci particolari, oppure prevalendo il momento di rappresentare la merce come denaro, di realizzare il suo valore di scambio sul momento di ritrasformare la merce in valore d’uso. Se il rapporto fra domanda e offerta viene concepito in modo più ampio e più concreto, allora vi si inserisce quello fra produzione e consumo. Qui di nuovo dovrebbe essere tenuta ferma l’unità di questi due momenti, che esiste in sé e che si fa valere violentemente proprio nella crisi, di fronte alla separazione e antitesi di essi altrettanto esistente e perfino caratterizzante la produzione borghese.
Per quanto riguarda l’antitesi fra sovrapproduzione parziale e universale, in quanto, cioè, si tratti semplicemente di affermare la prima per sfuggire la seconda, occorre precisare che in primo luogo precede per lo più le crisi un generale rialzo dei prezzi in tutti gli articoli appartenenti alla produzione capitalista. Tutti perciò partecipano al crollo susseguente e tutti, ai prezzi che avevano prima del crollo, rendono sovraccarico il mercato. Il mercato può assorbire una massa di merci a prezzi calanti, scesi al di sotto dei loro prezzi di costo, che esso non poteva assorbire ai loro prezzi di mercato precedenti. La massa eccedente delle merci è sempre relativa: cioè una massa eccedente a determinati prezzi. I prezzi ai quali le merci vengono poi assorbite, sono rovinosi per il produttore o per il commerciante. In secondo luogo perché una crisi (quindi anche la sovrapproduzione) sia generale, basta che essa afferri gli articoli di commercio dominanti.
Trasformazione della possibilità della crisi in realtà
Attraverso la separazione del processo di produzione immediato e del processo di circolazione è di nuovo e ulteriormente sviluppata la possibilità della crisi che si mostrava nella semplice metamorfosi della merce. Appena essi non trapassano l’uno nell’altro fluidamente, ma si fanno indipendenti l’uno di fronte all’altro, c’è la crisi.
Nella metamorfosi della merce la possibilità della crisi si rappresenta così. La merce che esiste realmente come valore d’uso, e idealmente, nel prezzo, come valore di scambio, deve essere trasformata in denaro. M-D. Se questa difficoltà, la vendita, è risolta, allora la compra D-M, non ha più alcuna difficoltà, perché il denaro è immediatamente scambiabile contro tutto. Il valore d’uso della merce deve essere presupposto, altrimenti essa in generale non è merce. È inoltre presupposto che il valore individuale della merce sia uguale al suo valore sociale, cioè che il tempo di lavoro materializzato in essa sia uguale al tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di questa merce. La possibilità della crisi, in quanto essa si mostra nella forma semplice della metamorfosi, deriva quindi solo dal fatto che le differenze formali – le fasi – che essa attraversa nel suo movimento, sono in primo luogo fasi e forme necessariamente integrantisi, in secondo luogo, nonostante questa interna e necessaria connessione reciproca, sono parti indipendenti del processo e forme esistenti indifferentemente l’una di fronte all’altra, separantisi nel tempo e nello spazio. La possibilità della crisi è insita quindi solo nella separazione fra vendita e compra. È solo nella forma della merce che la merce ha qui da attraversare la difficoltà. Non appena possiede la forma del denaro, ne è al di là. Ma poi anche il denaro si risolve nella separazione di vendita e compra.
Se la merce non potesse ritirarsi dalla circolazione nella forma del denaro o non potesse differire la sua riconversione in merce, se compra e vendita coincidessero, svanirebbe la possibilità della crisi nei presupposti fatti. Perché è presupposto che la merce sia valore d’uso per altri possessori di merci. Nella forma del baratto immediato, la merce non è scambiabile solo nel caso che essa non sia un valore d’uso oppure che non ci siano altri valori d’uso per scambiarsi con essa. Quindi solo a tutte e due le condizioni: o quando da una parte fosse prodotto qualcosa senza utilità o dall’altra niente di utile da scambiare come equivalente. In ambedue i casi, però, non avrebbe luogo, in generale, nessuno scambio. Ma in quanto uno scambio avesse luogo, i suoi momenti non si separerebbero. Il compratore sarebbe venditore, il venditore compratore. Il momento critico che risulta dalla forma dello scambio – in quanto esso è circolazione -, verrebbe quindi a cadere e se noi diciamo che la forma semplice della metamorfosi include la possibilità della crisi, diciamo solo che in questa forma stessa sta la possibilità della lacerazione e della separazione di momenti che essenzialmente si integrano.
Ma ciò concerne anche il contenuto. Nel baratto immediato, il grosso della produzione è indirizzato da parte del produttore al soddisfacimento del suo proprio bisogno o, con uno sviluppo un po’ più ampio della divisione del lavoro, al soddisfacimento di bisogni a lui noti dei suoi coproduttori. Ciò che va scambiato come merce è eccedenza e resta secondario che questa eccedenza venga o no scambiata. Nella produzione di merci la trasformazione del prodotto in denaro, la vendita, è conditio sine qua non. La produzione immediata per il bisogno proprio viene a cessare.
Con la non vendita esiste una crisi.
La difficoltà di trasformare la merce – il prodotto particolare di lavoro individuale – in denaro, il suo opposto, in lavoro astrattamente generale, sociale, sta nel fatto che il denaro non appare come prodotto particolare di lavoro individuale, colui il quale ha venduto e quindi possiede la merce nella forma del denaro, non è costretto a ricomprare subito, a trasformare di nuovo il denaro in un prodotto particolare di lavoro individuale. Nel baratto non c’è questa antitesi. Non può esservi nessun venditore senza essere compratore ed essere compratore senza essere venditore. La difficoltà del venditore – nel presupposto che la sua merce abbia un valore d’uso – discende semplicemente dalla facilità del compratore di differire la riconversione del denaro in merce. La difficoltà di trasformare la merce in denaro, di vendere, discende semplicemente dal fatto che la merce deve essere trasformata in denaro, ma il denaro non immediatamente in merce, quindi vendita e compra possono separarsi. Questa forma include la possibilità della crisi, cioè la possibilità che momenti che appartengono l’uno all’altro, che sono inseparabili, si separino e perciò vengano uniti violentemente, che la loro connessione venga ottenuta attraverso la violenza che viene fatta alla loro reciproca indipendenza. Crisi non è altro che il violento farsi valere di fasi del processo di produzione che si sono fatte indipendenti l’una di fronte all’altra.
Vendita e compra possono separarsi. Esse sono quindi una crisi in potenza e il loro coincidere resta sempre un momento critico per la merce. Ma esse possono trapassare l’una nell’altra fluidamente. Resta dunque che la forma più astratta della crisi è la stessa metamorfosi della merce in cui è contenuta, solo come movimento sviluppato, la contraddizione, inclusa nell’unità della merce, fra valore di scambio e valore d’uso, e poi fra denaro e merce. Ma la via attraverso la quale questa possibilità della crisi diventa crisi, non è contenuta in questa forma; vi è contenuto solo che esiste la forma per una crisi.
Le crisi del mercato mondiale devono essere concepite come la concentrazione reale e la compensazione violenta di tutte le contraddizioni dell’economia borghese. I singoli momenti che si concentrano in queste crisi, devono quindi essere fatti emergere ed essere sviluppati in ogni sfera dell’economia borghese, e quanto più ci inoltriamo in essa, da un lato devono essere sviluppate nuove determinazioni di questo contrasto, dall’altro devono essere mostrate le forme più astratte del medesimo come ricorrenti e contenute in quelle più concrete.
La crisi nella sua prima forma è la stessa metamorfosi della merce, la separazione di compra e vendita. La crisi nella sua seconda forma è la funzione del denaro come mezzo di pagamento, dove il denaro figura in due momenti diversi, separati nel tempo, in due diversi funzioni. Queste due forme sono ancora del tutto astratte, benché la seconda sia più concreta della prima.
Consideriamo il movimento che attraversa il capitale dal momento in cui esso abbandona come merce il processo di produzione per venir fuori di nuovo da esso come merce. Se facciamo astrazione da tutte le ulteriori determinazioni di contenuto, il capitale complessivo in merci e ogni singola merce di cui esso consta hanno da attraversare il processo M-D-M. La possibilità generale della crisi che è contenuta in questa forma – la separazione di compra e vendita – è quindi contenuta nel movimento del capitale, in quanto esso è anche merce e nient’altro che merce. Dalla connessione delle metamorfosi delle merci l’una con l’altra risulta poi che l’una merce si trasforma in denaro perché l’altra si riconverte dalla forma di denaro in merce.
In seguito la separazione di compra e vendita appare qui tale, che alla trasformazione dell’un capitale dalla forma merce nella forma denaro deve corrispondere la riconversione dell’altro capitale dalla forma denaro nella forma merce, l’abbandono del processo di produzione da parte dell’un capitale deve corrispondere al ritorno nel processo di produzione dell’altro. Questa concrescenza l’uno nell’altro e questo intreccio dei processi di riproduzione di diversi capitali sono da un lato necessari per la divisione del lavoro, dall’altro casuali, e così si amplia già la determinazione di contenuto della crisi.
In secondo luogo per ciò che concerne la possibilità della crisi che scaturisce dalla forma del denaro come mezzo di pagamento, già nel capitale si mostra un fondamento più reale per l’attuazione di questa possibilità. Il tessitore ha da pagare l’intero capitale costante, i cui elementi furono forniti dal filatore, coltivatore di lino, ecc. Questi ultimi, nella misura in cui producono capitale costante che entra solo nella produzione del capitale costante senza entrare nella merce finita si sostituiscono mediante scambio di capitale le loro condizioni di produzione. Il tessitore venda il tessuto al mercante per 1000 Lst., ma su una cambiale, così che il denaro figura come mezzo di pagamento. Il tessitore vende la cambiale al banchiere, presso il quale paga con essa un debito oppure che anche gli sconta la cambiale. Il coltivatore di lino ha venduto al filatore su una cambiale, il filatore al tessitore, ecc. Ora, se il commerciante non paga, il tessitore non può pagare la sua cambiale al banchiere. A loro volta tutti questi che non realizzano il valore della loro merce, non possono sostituire la parte che sostituisce il capitale costante. Così nasce una crisi generale. Questa non è altro che la possibilità della crisi sviluppata col denaro come mezzo di pagamento, ma noi vediamo già qui, nella produzione capitalistica, una connessione dei crediti e delle obbligazioni reciproche, delle compre e delle vendite, dove la possibilità può svilupparsi in realtà.
In tutti i casi se compra e vendita non si fissano l’una di fronte all’altra e non devono perciò essere compensate violentemente – se il denaro come mezzo di pagamento funziona in modo tale che i crediti si compensano, quindi non si attua la contraddizione esistente in sé nel denaro come mezzo di pagamento – se dunque queste due forme astratte della crisi non appaiono realmente come tali, non esiste alcuna crisi. Non può esistere crisi senza che compra e vendita si separino l’una dall’altra ed entrino in contraddizione o che le contraddizioni contenute nel denaro come mezzo di pagamento si manifestino, senza che quindi la crisi emerga contemporaneamente nella forma semplice – nella contraddizione di compra e vendita, nella contraddizione del denaro come mezzo di pagamento.
Queste, però, sono anche semplici forme, possibilità generali delle crisi, forme astratte della crisi reale. In esse l’esistenza della crisi appare come nelle sue forme più semplici e nel suo contenuto più semplice, in quanto questa forma è il suo contenuto più semplice. Ma non è ancora un contenuto fondato. La circolazione semplice del denaro e anche la circolazione del denaro come mezzo di pagamento – e ambedue compaiono molto prima della produzione capitalistica, senza che compaiano crisi – sono possibili senza crisi. Perché queste forme mettano in mostra il loro lato critico, perché la contraddizione in esse contenuta in potenza si manifesti in atto, non si può spiegare con queste forme soltanto.
Le contraddizioni sviluppate nella circolazione delle merci, e più ampiamente nella circolazione del denaro – le possibilità della crisi – si riproducono da sé nel capitale, poiché solo sulla base del capitale ha luogo una sviluppata circolazione di merci e di denaro.
Ora però si tratta di seguire lo sviluppo ulteriore della crisi potenziale – la crisi reale può essere rappresentata solo dal movimento reale della produzione capitalistica, concorrenza e credito – in quanto essa risulta dalle determinazioni formali del capitale che gli sono peculiari come capitale e non sono incluse nella sua semplice esistenza come merce e denaro. Il processo di produzione immediato del capitale non può in sé aggiungere qui niente di nuovo. Affinché esso in generale esista, le sue condizioni sono supposte. Perciò nella prima sezione, sul capitale – sul processo immediato di produzione – non sopravviene nessun nuovo elemento della crisi. Vi è contenuto in sé, perché il processo di produzione è appropriazione e perciò produzione di plusvalore. Ma nel processo di produzione questo non può manifestarsi, perché in esso non si tratta della realizzazione del valore ma di plusvalore.
La cosa può farsi manifesta solo nel processo di circolazione, che in sé e per sé è contemporaneamente processo di riproduzione.
Il processo complessivo di circolazione è l’unità della sua fase di produzione e di circolazione, un processo che si svolge attraverso i due processi in quanto sue fasi. In questo è insita una possibilità ulteriormente sviluppata o forma astratta della crisi. Gli economisti che negano la crisi si attengono quindi solo all’unità di ambedue queste fasi. Se fossero solo separate, senza essere una sola cosa, allora non sarebbe possibile appunto nessun ristabilimento violento della loro unità. Se esse fossero solo una cosa sola, senza essere separate, allora non sarebbe possibile nessuna separazione violenta. Essa è il violento ristabilimento dell’unità fra momenti indipendenti e il violento farsi indipendenti di momenti che essenzialmente solo una cosa sola.
Sulle forme della crisi
La possibilità generale delle crisi nel processo della metamorfosi del capitale è data, doppiamente, in quanto il denaro funge da mezzo di circolazione, quindi separazione di compra e vendita. In quanto funge da mezzo di pagamento, dove esso opera in due momenti differenti, come misura dei valori e come realizzazione del valore. Ambedue questi momenti si separano. Se il valore è cambiato nell’intervallo, se la merce nel momento della sua vendita non vale quanto essa valeva nel momento in cui il denaro funzionava come misura dei valori e quindi delle reciproche obbligazioni, allora l’obbligazione non può essere adempiuta col ricavato della merce e quindi non può essere saldata l’intera serie di transazioni che dipendono regressivamente da questa ultima.
Anche se la merce non può essere venduta che in un determinato spazio di tempo, anche se il suo valore non cambiasse, il denaro non può funzionare come mezzo di pagamento, perché deve funzionare come tale in un tempo determinato. Ma poiché qui la stessa somma di denaro funziona per una serie di transazioni reciproche, sopravviene un’incapacità di pagamento in molti punti, di qui la crisi. Queste sono le possibilità formali della crisi. La prima è possibile senza la seconda, cioè crisi senza credito, senza che il denaro funzioni come mezzo di pagamento. La seconda però non è possibile senza la prima, senza, cioè, che compra e vendita si separino. Ma nell’ultimo caso la crisi sopravviene non solo perché una merce è invendibile, ma perché non è vendibile in un determinato spazio di tempo, e la crisi deriva il suo carattere non solo dall’invendibilità della merce, ma anche dalla non realizzazione di un’intera serie di pagamenti che poggiano sulla vendita di questa determinata merce in questo determinato tempo. Questa è la forma vera e propria delle crisi monetarie.
Se sopravviene una crisi perché compra e vendita si separano, essa allora si sviluppa come crisi monetaria, non appena il denaro è sviluppato come mezzo di pagamento, e questa seconda forma delle crisi s’intende da sé non appena sopravviene la prima. Nella ricerca del perché la possibilità generale della crisi diventi realtà è superfluo curarsi della forma delle crisi che scaturiscono dallo sviluppo del denaro come mezzo di pagamento. Perciò gli economisti amano addurre a pretesto questa forma ovvia come causa delle crisi.
In quanto le crisi risultano da variazioni di prezzo e da rivoluzioni di prezzo che non coincidono con le variazioni di valore delle merci, esse non si possono spiegare nell’esame del capitale in generale, in cui si presuppongono prezzi identici ai valori.
La possibilità generale delle crisi è la metamorfosi formale del capitale, la separazione temporale e spaziale di compra e vendita. Ma questa non è mai la causa della crisi. Perché non è altro che la forma più generale della crisi, quindi la crisi stessa nella sua espressione più generale. Non si può però dire che la forma astratta della crisi sia la causa della crisi. Se si cerca la sua causa, si vuole sapere perché la sua forma astratta, la forma della sua possibilità, da possibilità diventa realtà.
Le condizioni generali delle crisi, in quanto sono indipendenti dalle oscillazioni di prezzo – in quanto diverse dalle fluttuazioni di valore – devono essere spiegate dalle condizioni generali della produzione capitalistica. Il primo momento è la riconversione di denaro in capitale; il presupposto è un determinato grado della produzione cosicché il capitale fisso possa essere considerato qui come dato, non entrato nel processo di valorizzazione. Poiché la riproduzione della materia prima non dipende solo dal lavoro impiegato in essa, ma dalla sua produttività connessa con condizioni naturali, allora la massa del prodotto della medesima quantità di lavoro può diminuire. Dunque, il valore della materia prima sale, la sua massa diminuisce o il rapporto in cui il denaro si dovrebbe ritrasformare nelle diverse parti costitutive del capitale per continuare la produzione alla vecchia scala, è turbato. In primo luogo non fisicamente, perché c’è una differenza in meno nella materia prima. In secondo luogo perché una maggiore parte di valore del prodotto deve essere trasformata in materia prima, quindi una minore può essere trasformata in capitale variabile. La riproduzione non può essere ripetuta sulla stessa scala. Una parte del capitale fisso sta ferma, una parte di operai viene gettata sul lastrico. Il saggio di profitto cade, perché il valore del capitale costante è diminuito rispetto a quello variabile e viene impiegato meno capitale variabile. Le spese fisse – interesse, rendita – che sono anticipate a parità di saggio del profitto e di sfruttamento del lavoro, restano le stesse, in parte non possono essere pagate. Di qui una crisi. È questa quindi una perturbazione del processo di riproduzione per opera di un aumento di valore della parte del capitale costante che va sostituita col valore del prodotto. Inoltre ha luogo, benché il saggio di profitto si abbassi, un rincaro del prodotto. Se questo prodotto entra come mezzo di produzione in altre sfere di produzione, il suo rincaro causa qui la stessa perturbazione nella riproduzione. Se esso entra come mezzo di sussistenza nel consumo generale, allora o entra contemporaneamente in quello degli operai o no. Se si verifica il primo caso, esso coincide negli effetti con una perturbazione nel capitale variabile. Ma in quanto in genere entra nel consumo generale, la domanda di altri prodotti può con questo (se non diminuisce il consumo di esso) ridursi, perciò può essere impedita la loro ritrasformazione in denaro nel volume corrispondente al loro valore e così può essere perturbato l’altro lato della loro riproduzione, non la ritrasformazione di denaro in capitale produttivo, ma la ritrasformazione di merci in denaro. In ogni caso, in questa branca, la massa del profitto e la massa del salario diminuiscono e quindi diminuisce una parte delle entrate necessarie per la vendita di merci di altre branche di produzione.
Questa inadeguatezza della materia prima, però, può anche sopravvenire senza influenza delle stagioni o della produttività naturale del lavoro che fornisce la materia prima. Cioè, se una parte eccessiva del plusvalore, del pluscapitale è spesa in macchinario, ecc. in questa branca, allora, benché il materiale fosse sufficiente per la vecchia scala di produzione, sarà insufficiente per la nuova. Ciò deriva quindi da una trasformazione sproporzionata del pluscapitale nei suoi diversi elementi. È un caso di sovrapproduzione di capitale fisso e provoca tutti gli stessi fenomeni come nel primo caso. Oppure le crisi si basano su una sovrapproduzione di capitale fisso e perciò su una sottoproduzione proporzionale di quello circolante. Poiché il capitale fisso come quello circolante consta di merci, non c’è niente di più ridicolo del fatto che egli stessi economisti che negano la sovrapproduzione di merci siano quelli che ammettono la sovrapproduzione di capitale fisso.
Crisi che risultano da perturbazioni della prima fase della riproduzione; quindi trasformazione perturbata delle merci in denaro o perturbazione della vendita. Con le crisi del primo genere – che nascono da un rincaro delle materie prime -, la crisi risulta da perturbazioni nel movimento retrogrado degli elementi del capitale produttivo.
Arretratezza del mercato rispetto all’aumento della produzione
Se si volesse rispondere che la produzione sempre allargantesi, in primo luogo perché il capitale investito nella produzione cresce continuamente; in secondo luogo perché viene impiegato continuamente in modo più produttivo, ha bisogno di un mercato sempre allargato e che la produzione si allarga più rapidamente del mercato, si è solo diversamente espresso il fenomeno che va spiegato, anziché nella sua forma astratta lo si è espresso nella sua forma reale. Il mercato si allarga più lentamente della produzione ovvero nel ciclo che il capitale percorre durante la sua riproduzione sopraggiunge un momento in cui il mercato appare troppo stretto per la produzione. Questo è alla fine del ciclo. Ma ciò significa che il mercato è saturo. La sovrapproduzione è manifesta. Se l’allargamento del mercato avesse tenuto il passo con l’allargamento della produzione, non ci sarebbe stata alcuna sovrapproduzione.
Con la semplice ammissione che il mercato si deve allargare con la produzione, sarebbe già data la possibilità di una sovrapproduzione, poiché il mercato è geograficamente circoscritto esternamente, il mercato interno appare come limitato di fronte ad un mercato che è interno ed esterno, e quest’ultimo è limitato rispetto al mercato mondiale il quale è a sua volta limitato, pur essendo capace in sé di allargamento. Se perciò è ammesso che il mercato deve allargarsi, che nessuna sovrapproduzione deve avere luogo, è anche ammesso che possa avere luogo una sovrapproduzione, perché è possibile allora, in quanto mercato e produzione sono due momenti indifferenti l’uno rispetto all’altro, che l’allargamento dell’uno non corrisponda all’allargamento dell’altro, che i limiti del mercato non si allarghino abbastanza rapidamente per la produzione oppure che nuovi allargamenti del mercato possano essere rapidamente superati dalla produzione, così che ora il mercato allargato appaia come un limite, tanto quanto prima quello più stretto.
La contraddizione fra l’inarrestabile sviluppo delle forze produttive e la limitatezza del consumo come base della sovrapproduzione
Il termine sovrapproduzione induce in sé in errore. Finché i bisogni più urgenti di una gran parte della società non sono soddisfatti o lo sono solo i suoi bisogni immediati non si può parlare di una sovrapproduzione di prodotti. Si deve dire al contrario che in base alla produzione capitalistica si sottoproduce continuamente. Il limite della produzione è il profitto dei capitalisti, in nessun modo il bisogno dei produttori.
Ma sovrapproduzione di prodotti e sovrapproduzione di merci sono due cose diverse.
Se Ricardo crede che la forma della merce sia indifferente per il prodotto, inoltre che la circolazione di merci sia solo formalmente diversa dal baratto, che il valore di scambio sia qui soltanto una forma transeunte dello scambio materiale, che quindi il denaro sia semplicemente un mezzo formale di circolazione, questo si risolve di fatto nel suo presupposto che il modo di produzione borghese sia quello assoluto, quindi che sia anche un modo di produzione senza una precisa determinazione specifica, e che di conseguenza ciò che in esso è determinato sia solo formale. Non può dunque neanche essere ammesso da lui che il modo di produzione borghese implichi un limite per il libero sviluppo delle forze produttive, un limite che viene alla luce nelle crisi e fra l’altro nella sovrapproduzione, fenomeno fondamentale delle crisi.
Ricardo riprese le tesi di Smith che i desideri smisurati di ogni specie di valori d’uso sono sempre soddisfatti in base a una situazione in cui la massa dei produttori resta più o meno limitata ai mezzi di sussistenza, che questa grandissima massa di produttori resta dunque più o meno esclusa dal consumo della ricchezza in quanto essa supera l’ambito dei mezzi di sopravvivenza. Ciò avviene in misura ancor maggiore nella produzione antica fondata sulla schiavitù. Ma gli antichi non pensavano a trasformare il plusprodotto in capitale. Essi trasformavano una gran parte di questo in spese improduttive per opere d’arte, religiose, lavori pubblici, ecc. Ancor meno la loro produzione era indirizzata ad uno scatenamento e ad uno spiegamento delle forze produttive materiali non oltrepassando mai il lavoro artigianale. Perciò la ricchezza che essi creavano per consumo privato era relativamente piccola e appare grande solo perché ammucchiata in poche mani.
Se perciò non c’era sovrapproduzione, c’era presso gli antichi sovraconsumo dei ricchi. I pochi popoli mercantili in mezzo a loro vivevano in parte a spese di tutte queste nazioni povere. È l’incondizionato sviluppo delle forze produttive e perciò la produzione in massa sulla base della massa di produttori chiusi nella sfera dei mezzi di sussistenza da un lato, il limite costituito dal profitto dei capitalisti dall’altro che costituiscono il fondamento della moderna sovrapproduzione.
Le difficoltà che Ricardo e altri sollevano contro la sovrapproduzione poggiano sul fatto che essi considerano la produzione borghese come un modo di produzione in cui o non esiste differenza fra compra e vendita o come produzione sociale tale che la società, come secondo un piano, ripartisca i suoi mezzi di produzione e le sue forze produttive nel grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei loro diversi bisogni, così che ad ogni sfera di produzione tocchi la quota del capitale sociale richiesto al soddisfacimento del bisogno al quale essa corrisponde. Questa finzione scaturisce dall’incapacità di comprendere la forma specifica della produzione borghese e quest’ultima a sua volta dall’essere sprofondati nella produzione borghese intesa come la produzione semplicemente.
Ma occorre obiettare loro: in base alla produzione capitalistica dove ognuno lavora per sé e il lavoro particolare deve contemporaneamente rappresentarsi come il suo contrario, come lavoro astrattamente generale, e in questa forma deve rappresentarsi come lavoro sociale, la perequazione e l’omogeneità necessarie delle diverse sfere di produzione, la misura e la proporzione fra le medesime, come saranno possibili se non mediante un continuo superamento di una continua disarmonia?
Anche Ricardo ammette la saturazione per singole merci. L’impossibile consisterà solo in una simultanea e generale saturazione del mercato. La possibilità della sovrapproduzione non viene negata per una qualunque sfera particolare di produzione. L’impossibilità della sovrapproduzione generale consisterà nella simultaneità di questi fenomeni per tutte le sfere di produzione e perciò in una saturazione generale del mercato (espressione che va presa sempre cum grano salis, perché in momenti di generale sovrapproduzione, la sovrapproduzione in alcune sfere è sempre e solo risultato della sovrapproduzione negli articoli di commercio dominanti; essa è sempre solo relativa).
L’apologetica ribalta questo proprio nel contrario, esiste sovrapproduzione perché la sovrapproduzione non è universale. La relatività della sovrapproduzione – il fatto che la sovrapproduzione reale in alcune sfere la provochi in altre – viene così espressa: non c’è nessuna sovrapproduzione universale perché se la sovrapproduzione fosse universale, tutte le sfere di produzione conserverebbero lo stesso rapporto reciproco; quindi sovrapproduzione universale equivarrebbe a produzione proporzionata, il che esclude la sovrapproduzione. Una sovrapproduzione universale in senso assoluto non sarebbe una sovrapproduzione, ma solo uno sviluppo più che consueto della forza produttiva in tutte le sfere di produzione, la sovrapproduzione reale, che non è questa sovrapproduzione inesistente, che supera ed elimina sé stessa, non deve esistere.
Se si guarda con più precisione questa miserabile sofistica, allora il suo risultato è questo: se ha luogo una sovrapproduzione di ferro, di tessuti di cotone, ecc., allora non si può dire che è stato prodotto troppo poco carbone e che perciò ha avuto luogo quella sovrapproduzione; perché quella sovrapproduzione di ferro, ecc. implica una simile sovrapproduzione di carbone. Non si può dunque parlare di sottoproduzione degli articoli la cui sovrapproduzione è inclusa, perché essi entrano come elemento, materia prima o mezzi di produzione nell’articolo la cui sovrapproduzione positiva è appunto il fatto che deve essere spiegato. La scipitezza di questa frase spicca bene se, come ha fatto Say viene estesa al piano internazionale. L’Inghilterra non ha sovrapprodotto, ma l’Italia ha sottoprodotto. Se l’Italia avesse in primo luogo capitale abbastanza per sostituire il capitale inglese che è stato esportato in Italia nella forma di merci; in secondo luogo questo suo capitale investito in modo tale da produrre articoli peculiari che abbisognano al capitale inglese, in parte per sostituire sé stesso, in parte il reddito che ne deriva, allora non avrebbe luogo nessuna sovrapproduzione. Non esisterebbe quindi il fatto della reale – in relazione alla produzione reale in Italia – sovrapproduzione esistente in Inghilterra, ma solo il fatto della sottoproduzione immaginaria in Italia, immaginaria perché essa presuppone in Italia un capitale e uno sviluppo della forza produttiva che là non esistono e perché essa in secondo luogo formula lo stesso presupposto utopistico secondo il quale questo capitale non esistente in Italia è stato impiegato come sarebbe necessario affinché l’offerta inglese e la domanda italiana si integrassero, cioè nessuna sovrapproduzione avrebbe luogo se domanda e offerta si corrispondessero, se il capitale fosse ripartito in tutte le sfere di produzione in modo così proporzionato che la produzione dell’un articolo includesse il consumo dell’altro, quindi il suo proprio consumo. Ma poiché la produzione capitalistica non può darsi libero corso altro che in certe sfere, a certe condizioni, non sarebbe in genere possibile nessuna produzione capitalistica se essa dovesse svilupparsi in tutte le sfere simultaneamente e uniformemente. Poiché in queste sfere ha luogo una sovrapproduzione in senso assoluto, essa ha luogo relativamente anche nelle sfere in cui non si è sovrapprodotto.
Questa spiegazione della sovrapproduzione da un lato mediante la sottoproduzione dall’altro, significa che se avesse luogo una produzione proporzionale, non avrebbe luogo alcuna sovrapproduzione. Parimenti, se domanda e offerta si corrispondessero. Parimenti se tutte le sfere includessero le stesse possibilità della produzione capitalistica e del suo allargamento, se tutti i paesi che commerciano l’uno con l’altro possedessero uguale capacità di produzione. Dunque ha luogo una sovrapproduzione perché tutti questi pii desideri non hanno luogo. Non avrebbe luogo nessuna sovrapproduzione da una parte, se avesse luogo uniformemente da tutte le parti una sovrapproduzione. Ma il capitale non è sufficientemente grande da sovrapprodurre così universalmente, e perciò ha luogo una sovrapproduzione parziale.
Viene ammesso che in ogni settore produttivo particolare può essere sovrapprodotto. L’unica circostanza che potrebbe impedire una sovrapproduzione in tutte le branche contemporaneamente è che si scambi merce contro merce. Ma questa scappatoia è tagliata proprio dal fatto che il commercio non è baratto e perciò il venditore di una merce non è necessariamente e nello stesso tempo il compratore di un’altra. Questa scappatoia poggia sul fatto che si fa astrazione dal denaro e dal fatto che non si tratta di scambio di prodotti, ma di circolazione di merci per la quale è essenziale la separazione di compra e vendita.
Si nega la sovrapproduzione di merci e viene invece ammessa la sovrapproduzione di capitale. Il capitale consta di merci o, in quanto consta di denaro, deve essere ritrasformato in merci per poter funzionare come capitale. Cosa significa sovrapproduzione di capitale? Sovrapproduzione delle masse di valore che sono destinate a generare plusvalore (o, considerata secondo il contenuto materiale, sovrapproduzione di merci che sono destinate alla riproduzione), quindi riproduzione su scala troppo grande, il che equivale a sovrapproduzione. Significa che si produce troppo al fine dell’arricchimento o che una parte troppo grande del prodotto è destinata non ad essere consumata come reddito, ma a fare più denaro, ad essere accumulata.
Da una parte si dice questo.
E dall’altra con che cosa si spiega la sovrapproduzione delle merci? Affermando che la produzione è non abbastanza diversificata, che determinati oggetti del consumo non sono stati prodotti in massa a sufficienza. Che qui non possa trattarsi del consumo industriale è chiaro, perché il fabbricante che sovrapproduce in tela aumenta con ciò necessariamente la sua domanda di filo, macchinario, lavoro, ecc. Si tratta dunque del consumo privato. Si è prodotta troppa tela, ma forse troppo poche arance. Poc’anzi è stato negato il denaro per rappresentare come inesistente la separazione fra compra e vendita. Qui si nega il capitale per trasformare i capitalisti in gente che compie la semplice operazione M-D-M e che produce per il consumo individuale, non come capitalisti, con lo scopo dell’arricchimento, di ritrasformare una parte del plusvalore in capitale.
La frase secondo la quale c’è troppo capitale significa che viene consumato troppo poco come reddito e che può essere consumato solo in condizioni date. Perché dunque il produttore di tela pretende dal produttore di grano che questo consumi più tela o questo pretende dal primo che consumi più grano? Perché il produttore di tela non realizza una porzione maggiore del plusvalore in tela e il capitalista agrario in grano? Per ogni singolo si ammetterà che il loro bisogno di capitalizzare (prescindendo dal limite del bisogno) è di ostacolo a questo. Per tutti insieme non viene ammesso.
Tutte le contraddizioni della produzione borghese vengono collettivamente ad esplosione nelle crisi mondiali generali, nelle crisi particolari (secondo il contenuto e l’estensione) solo in maniera unilaterale. La sovrapproduzione ha per condizione la legge generale di produzione del capitale, di produrre nella misura delle forze produttive (cioè della possibilità di sfruttare, con una data massa di capitale, una massa di lavoro la più grande possibile) senza riguardo per i limiti del mercato esistenti o per i bisogni solvibili, e di realizzare questo mezzo di un continuo allargamento della riproduzione e dell’accumulazione, quindi una continua ritrasformazione di reddito in capitale, mentre la massa dei produttori resta limitata alla misura media di bisogni e deve restare limitata secondo l’organizzazione della produzione capitalistica.