Partito Comunista Internazionale

Ricapitolando sulla questione cinese

Categorie: Asia, China, CPC

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(continua dal numero 97 – luglio 2024)

7.3 – Il Secondo Congresso del Partito Comunista di Cina

Il Secondo Congresso del Partito Comunista di Cina si tenne a Shanghai a partire dal 10 luglio del 1922. Presenti 9 delegati ufficiali, in rappresentanza dei 123 membri che il Partito contava in quel periodo. Il Congresso si aprì con i rapporti del Comitato Centrale. Chen Duxiu delineò lo stato generale del lavoro del Partito e Zhang Guotao parlò del Congresso dei Comunisti e delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente, della situazione del movimento operaio e del congresso nazionale dei sindacati. Poi intervenne il rappresentante della Lega giovanile che si soffermò sul recente congresso dell’organizzazione giovanile.

Il primo giorno del Congresso fu dedicato all’esposizione dei rapporti del CC e portò alla decisione di ratificare il lavoro del CC, il Manifesto sulla situazione corrente del 10 giugno e le risoluzioni del congresso dei sindacati e quelle delle Lega giovanile.

Per evitare di incorrere in problemi di sicurezza, dato l’alto livello di repressione che caratterizzava Shanghai in quel periodo, fu deciso di non tenere regolari sessioni plenarie che coinvolgevano troppi compagni contemporaneamente. A tal fine il Congresso individuò un comitato formato da tre compagni al quale fu affidato il compito di redigere il manifesto congressuale. Una volta terminato il manifesto, il Congresso si sarebbe di nuovo riunito per la discussione e la nomina di un nuovo CC.

La redazione del manifesto sarebbe stato il più importante compito del Congresso. Il manifesto fu inizialmente redatto da Chen Duxiu e poi rivisto insieme agli altri due compagni, Zhang Guotao e Cai Hesen, con l’apporto di modifiche e integrazioni.

A distanza di una settimana il Congresso si riunì nuovamente in sessione plenaria, approvò il manifesto e nominò il nuovo CC, con la conferma di Chen Duxiun e Zhang Guotao, e la sostituzione di Li Da, che lasciava su sua richiesta, con Cai Hesen.

Oltre al Manifesto, altri documenti congressuali contenevano una serie di decisioni che furono prese al Congresso: quelle sulla situazione mondiale, sull’imperialismo in Cina e i compiti del Partito, sul movimento nazionalista, sull’adesione alla Terza Internazionale, sull’azione parlamentare, sul movimento sindacale, sul movimento giovanile e su quello delle donne, e sulla costituzione del Partito.

Rispetto al precedente manifesto che si era concentrato principalmente sulle condizioni politiche interne della Cina, i documenti congressuali approfondivano notevolmente la situazione internazionale e le vicende che avevano caratterizzato l’aggressione imperialistica verso la Cina, dando in questo modo maggior risalto agli aspetti della lotta contro l’imperialismo che erano passati in secondo piano nel Manifesto del giugno del ’22, nel quale si chiariva la posizione del Partito in seguito ai recenti cambiamenti della politica interna cinese.

Per quanto riguarda l’aggressione imperialistica della Cina questa si fondava sulla necessità del capitalismo mondiale di depredare le colonie e le semi-colonie delle loro risorse e sfruttarne la manodopera. Da questo punto di vista la Cina era un paese ricco di materie prime e con una grandissima popolazione e questo la rendeva un campo di battaglia delle potenze imperialiste. La situazione politica interna si caratterizzava per la presenza dei “Signori della guerra” che le potenze imperialiste utilizzavano per controllare la politica e la vita economica cinese. Per undici anni, dalla nascita della Repubblica, la Cina era stata attraversata dalla guerra civile che aveva provocato la divisione del paese e una condizione di marasma politico. Senza il rovesciamento dell’oppressione militarista e dell’imperialismo la Cina non avrebbe mai raggiunto la sua unità e la guerra civile non sarebbe mai cessata.

Analizzando le forze sociali della rivoluzione nazionale veniva messo in evidenza come la borghesia cinese era nata come appendice del capitalismo straniero che, arrivato in Cina, non poteva operare indipendentemente, ma doveva chiedere l’aiuto dei mercanti locali. In questo modo si era formata la borghesia compradora, che operava come intermediaria per conto dei capitalisti stranieri e a questi si univa nello sfruttamento della Cina. In questo contesto fu possibile l’avvio del primo stadio dell’industrializzazione in Cina. Una grande opportunità di sviluppo per la borghesia cinese si ebbe con la prima guerra mondiale che determinò un allentamento della penetrazione economica dei prodotti europei e americani e il boicottaggio delle merci giapponesi. Ma alla fine della guerra un ulteriore sviluppo della borghesia locale veniva ostacolato dall’aggressivo ritorno degli imperialisti che in difesa dei loro affari si appoggiavano ai Signori della Guerra. Data questa situazione, secondo il Manifesto «la giovane borghesia cinese per prevenire l’oppressione economica dovrebbe insorgere e lottare contro l’imperialismo capitalistico internazionale».

Il movimento antigiapponese del 1919 aveva dimostrato che questa poteva unirsi contro l’imperialismo e il corrotto governo di Pechino, mentre il governo di Canton era considerato come lo strumento dell’illuminata borghesia cinese.

Aldilà del giudizio sul ruolo della borghesia nella rivoluzione cinese, veniva correttamente affermato che il più importante fattore del movimento rivoluzionario era costituito dai trecento milioni di contadini che vivevano in una condizione di miseria generale dovuta alla mancanza di terre, alle guerre civili, al banditismo, alla pressione dei prodotti stranieri. I contadini potevano essere divisi in tre gruppi: i grandi proprietari terrieri e i ricchi contadini, i contadini che coltivavano la propria terra, e gli affittuari e i giornalieri. I più miseri del secondo gruppo e quelli del terzo costituivano il 95% del totale. Solo la rivoluzione poteva tirarli fuori da quella condizione di miseria e la vittoria rivoluzionaria poteva realizzarsi solo attraverso la loro alleanza con la classe operaia.

A causa dell’invasione delle merci straniere erano caduti in miseria anche artigiani e piccoli commercianti e più il capitalismo nazionale si sviluppava più accresceva la loro miseria. La valutazione era che data, questa condizione, anche la piccola borghesia si sarebbe unita alla lotta rivoluzionaria.

Poi c’era la classe operaia, che era in sviluppo. Il grande sciopero dei marittimi di Hong Kong e gli altri scioperi nel resto del paese dimostravano la forza del proletariato. In crescita erano anche le organizzazioni dei lavoratori.

Date le condizioni economiche e politiche della Cina veniva deciso di unirsi al movimento nazional rivoluzionario, come d’altronde aveva stabilito l’Internazionale per i paesi arretrati come la Cina al suo Secondo Congresso.

In altro documento congressuale, quello sulla decisione di unirsi alla lotta rivoluzionaria nazionale, si evince come tale posizione traeva il suo fondamento dalla valutazione di trovarsi nel periodo tra il feudalesimo e il capitalismo (“democrazia” nel testo congressuale). In questo periodo, dice il documento, «è inevitabile per la borghesia lottare contro il feudalesimo». In questo contesto se il proletariato non era in grado di condurre la lotta rivoluzionaria da solo avrebbe dovuto unirsi alla lotta antifeudale. La Cina era sotto il dominio di militaristi feudali e all’esterno era un paese semi-indipendente controllato dalle potenze imperialiste. Date queste condizioni il proletariato avrebbe dovuto unirsi al movimento nazional-rivoluzionario.

È qui necessario fare un commento sulle valutazioni contenute nel manifesto e nei documenti congressuali, in particolare su due questioni: sulla teoria del feudalesimo cinese e sulla natura della sua borghesia. Dal quadro descritto dai comunisti cinesi sembra emergere una situazione tipica della fase di passaggio dal feudalesimo al capitalismo, con la borghesia nazionale impegnata nella lotta rivoluzionaria contro il regime feudale rappresentato dai “militari feudali”. Senza entrare nell’analisi della struttura economico e sociale della Cina degli anni Venti, di cui abbiamo già delineato le caratteristiche essenziali, questione che sarà approfondita quando presenteremo la lotta di Trotsky contro la tattica staliniana in Cina, si deve rilevare che già nella rivoluzione russa i bolscevichi avevano dimostrato come falsa la tesi menscevica che nella rivoluzione borghese il proletariato non aveva che da giocare un ruolo di appoggio alla lotta antifeudale della borghesia, ma avevano affermato, e con successo dimostrato, che la parola d’ordine del proletariato era quella della rivoluzione permanente. Tale prospettiva non veniva delineata con chiarezza dal PCdC, mancando nei documenti del secondo congresso del Partito una chiara concezione del ruolo delle classi nella rivoluzione doppia come quella che attendeva la Cina.

In questa fase, però, le decisioni del secondo congresso del PCdC, seppur tratteggiando un impianto teorico che lasciava spazio ad una possibile affermazione della tattica menscevica della rivoluzione per tappe, avevano lo scopo di recepire la corretta tattica rivoluzionaria così come era stata stabilita dal Secondo Congresso dell’Interazionale sull’unione della rivoluzione proletaria nei paesi a capitalismo maturo con le rivoluzioni nazionali nei paesi arretrati come la Cina. Nonostante una certa debolezza dal punto di vista teorico, il Partito cinese aveva comunque il merito di mantenere fermo il punto sulla necessità di preservare l’indipendenza politica del proletariato nella rivoluzione nazionale. In seguito, le teorie sul carattere antifeudale della rivoluzione cinese e sulla natura rivoluzionaria della borghesia nazionale saranno utilizzate per giustificare un aperto tradimento di classe perché serviranno allo scopo di far passare la tattica dell’alleanza con il Kuomintang che sarà realizzata con la sottomissione del proletariato al partito della borghesia cinese, processo iniziato nel corso del ’22 e completamente realizzato nel ’24.

Ritornando ai documenti congressuali vediamo come il PCdC intendeva i suoi compiti. Citiamo dal Manifesto del congresso:

«Noi, il proletariato, osserviamo le condizioni politiche ed economiche cinesi esistenti, sosteniamo che noi, il proletariato e i contadini poveri, dobbiamo assistere il movimento rivoluzionario nazionale. Crediamo che durante la lotta ci sia un solo modo per realizzare rapidamente la vera rivoluzione nazionalista: la cooperazione delle forze rivoluzionarie proletarie e delle forze rivoluzionarie nazionali.

«Non significa che il proletariato si arrende alla borghesia, quando assiste alla rivoluzione nazionale. È il passo necessario che il proletariato deve compiere per favorire la sua reale forza e per abbreviare la vita del feudalesimo. Noi, il proletariato, abbiamo i nostri vantaggi; quando la rivoluzione nazionale avrà successo, il proletariato si assicurerà solo un po’ di libertà e alcuni diritti, e non sarà ancora completamente emancipato. Non appena il nazionalismo trionferà, la giovane borghesia si svilupperà rapidamente ponendosi nella posizione di sfida per opporsi alla classe proletaria. Il proletariato dovrebbe allora resistere alla borghesia, lottando per unire i contadini poveri sotto la dittatura del proletariato. Se l’organizzazione e il potere combattente sono forti, il passo successivo avrà successo molto presto dopo la vittoria del nazionalismo.

«Il partito comunista di Cina è il partito politico proletario cinese. I nostri obiettivi sono organizzare la classe proletaria, instaurare la dittatura sovietica, rovesciare il sistema della proprietà privata e raggiungere gradualmente una comunità comunista attraverso la lotta di classe.

«Al fine di promuovere gli interessi immediati dei lavoratori e dei contadini, il PCdC sta guidando i lavoratori ad assistere il movimento rivoluzionario democratico, in modo che i lavoratori e i contadini possano stabilire un fronte unito democratico con la piccola borghesia».

Seguiva poi un elenco degli obiettivi della rivoluzione democratica: eliminazione delle guerre civili e il rovesciamento dei militaristi; il rovesciamento dell’imperialismo internazionale e la completa indipendenza; l’unione della Cina in Repubblica; il riconoscimento di Mongolia, Tibet e Turkestan come Stati autonomi; la riunione di Cina, Mongolia, Tibet e Turkestan in una libera federazione; la conquista di alcune libertà come suffragio per gli operai e i contadini senza restrizioni, e l’assoluta libertà di parola, stampa, riunione, associazione, sciopero. Altre misure per la protezione della classe operaia come la giornata lavorativa di otto ore, servizi sanitari, educazione universale, protezione del lavoro delle donne e dei bambini.

Affermava il Manifesto: «Queste rivendicazioni sono vantaggiose per tutti gli operai, i contadini e la piccola borghesia, e sono necessarie per emancipare queste classi dall’oppressione esistente. Ma gli operai dovrebbero fare attenzione a non diventare un’appendice della piccola borghesia in questo fronte unito democratico; devono allo stesso tempo lottare per i propri interessi di classe. È molto importante che i lavoratori si organizzino nel partito comunista e nei sindacati. Tutti i lavoratori dovrebbero sempre ricordare che sono una classe indipendente, dovrebbero disciplinarsi per prepararsi all’organizzazione e alla lotta, dovrebbero preparare i contadini a unirsi e organizzare i soviet per raggiungere la completa emancipazione».

Qui il punto centrale è l’indipendenza politica del Partito del proletariato, che era, quindi, ben difesa dal giovane e piccolo PCdC. Oltre al Manifesto, anche gli altri documenti congressuali sono chiari su questo punto. Leggiamo in un altro documento congressuale:

«Dobbiamo renderci conto che questa unione non significa che ci arrendiamo ai nazionalisti che rappresentano solo la borghesia, […] e nemmeno ne consegue che la vittoria dei nazionalisti sarà la completa emancipazione del proletariato; ma è un dato di fatto che l’unione temporanea con i nazionalisti è necessaria per rovesciare la pressione sui nostri nemici – i militaristi feudali all’interno e gli imperialisti internazionali all’esterno, […] ma in nessun modo dare la gestione del proprio partito perché il partito nazionalista non è il partito che rappresenta il proletariato e non lotta per il proletariato. Al contrario, dovrebbero formare il partito proletario – sotto la bandiera del PCC – e lottare per la propria classe in modo indipendente».

E ancora: «il proletariato non deve dimenticare la propria organizzazione indipendente durante questa lotta».

Al secondo congresso del PCdC arrivò, quindi, la decisione di unirsi con un fronte democratico:

«Il nostro PC dovrebbe unirsi a tutti i partiti rivoluzionari della nazione e organizzare un fronte unito democratico per realizzare il rovesciamento dei militaristi feudali e dell’oppressione imperialista e stabilire una vera nazione democratica e indipendente».

A tal fine, il Partito stabilì tre linee d’intervento;

primo: «il KMT e il SYL sono invitati a convocare una conferenza rappresentativa in un luogo adatto per discutere il metodo migliore per convocare altri partiti rivoluzionari e cosa dovrebbe essere fatto»;

secondo: «i membri del parlamento che sostengono il comunismo devono contattare i membri che sono veramente democratici per formare un’alleanza democratica di sinistra»;

terzo: «sindacati, contadini, commercianti, insegnanti e associazioni studentesche; alleanza politica delle donne; circolo degli avvocati; ed editori in varie città organizzeranno una grande alleanza democratica».

È importante notare come al Congresso non fu assolutamente presa in considerazione la proposta di Maring sull’ingresso dei comunisti nel Kuomintang, facendo, invece, emergere una soluzione che si basava sulla cooperazione tra i due partiti. Ci si immaginava in termini ancora vaghi, ma già citando il Kuomintang, una cooperazione con la borghesia nazionale; ma si trattava ancora solo di sostenere dall’esterno il partito di Sun Yat-sen. A ciò si aggiunse questa cosiddetta “Alleanza Democratica”, che avrebbe potuto coinvolgere gli operai sindacalizzati insieme ai membri delle organizzazioni dei contadini, commercianti, insegnanti, studenti, donne, e giornalisti, così come pure ai deputati parlamentari che simpatizzavano con il comunismo. In questo modo, i comunisti sembravano voler dar vita ad un’ampia “alleanza democratica” che in pratica avrebbe in un certo senso offuscato il fronte tra il PCdC e il KMT. Così, dopo il Congresso iniziarono a formarsi queste organizzazioni dell’”Alleanza democratica” in varie città e province, prima a Pechino, poi in Hunan, Hubei, Shanghai e nel Guangdong. Dal canto suo, il Kuomintang non sostenne questa iniziativa. Tale iniziativa venne a cadere del tutto non appena, all’indomani del congresso del Partito, il ritorno di Maring in Cina farà prevalere la tattica di ingresso dei comunisti nel Kuomintang.

Al Congresso importanti decisioni furono prese anche sulla questione sindacale. Le decisioni riguardanti il movimento sindacale trovavano fondamento nella situazione cinese, nelle prime attività sindacali del partito e nelle lezioni trasmesse dal movimento sindacale in Europa. Il partito dava la massima rilevanza al movimento sindacale e riconosceva la necessità di indirizzare le sue forze per l’organizzazione dei lavoratori industriali.

Rilevante importanza era attribuita alla difesa e alla lotta per gli interessi immediati del proletariato. Veniva espressa chiaramente l’inconciliabilità di interessi tra la classe operaia e la borghesia e la necessità di intensificare la lotta di classe, con le lotte che avrebbero rafforzato l’organizzazione dei lavoratori. L’adozione di una legislazione del lavoro e il miglioramento delle condizioni dei lavoratori dipendevano da una forte organizzazione sindacale. Sebbene si riconoscesse la necessità di portare avanti qualunque lotta per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori sotto il regime del capitale, nello stesso tempo i sindacati avrebbero partecipato alla lotta per il rovesciamento del capitalismo.

Veniva ritenuto un errore voler tener lontano il movimento sindacale dal movimento politico, e si affermava la necessità della lotta per l’indipendenza nazionale e per i diritti politici e le libertà, nonché si sosteneva l’importanza per il movimento sindacale di assumere un ruolo importante nel fronte unito democratico. Ma nello stesso tempo queste lotte non dovevano essere usate per gli obiettivi politici degli opportunisti e bisognava evitare che le organizzazioni sindacali finissero sotto la direzione di elementi non proletari.

Per evitare che i lavoratori finissero divisi per categorie separate, in base al sesso, all’età, alla provenienza ecc., due erano i principali obiettivi del sindacato: la lotta per i contratti collettivi e la stessa paga per lo stesso lavoro. Ciò avrebbe contrastato l’azione della borghesia volta a tenere divisi i proletari e avrebbe rafforzato l’unità di classe. A differenza delle gilde, il sindacato avrebbe dovuto organizzare solo i lavoratori salariati, senza alcuna discriminazione in base al sesso, all’età, alla razza, all’opinione politica, alla qualifica ecc. L’attività principale del sindacato era la lotta contro i capitalisti e il governo, che quindi si configurava come un organismo di lotta che lascia in secondo piano altri aspetti come per esempio il mutualismo. La struttura del sindacato avrebbe dovuto essere centralizzata e basata sul settore industriale e non bisognava permettere la formazione di gruppi autonomi in base alla professione che avrebbe compromesso l’unità della lotta. L’organizzazione di base doveva essere il comitato di fabbrica, arrivando poi alla formazione di un sindacato del settore.

Il sindacato doveva unire la classe operaia ed evitare che si verificassero conflitti fra gli interessi particolari dei lavoratori di una fabbrica e gli interessi di tutto il settore, come quelli di un determinato settore rispetto all’intera classe operaia. Nello stesso tempo la classe operaia cinese avrebbe dovuto evitare i conflitti di interesse con il proletariato degli altri paesi e formare una organizzazione unificata a livello mondiale per combattere il capitalismo, rappresentata dal Profintern. Compito del PCdC era quello di far marciare il sindacato cinese sotto le insegne del Profintern.

Il documento congressuale si soffermava anche sulla differenza tra il Partito e il sindacato: il primo è una organizzazione di elementi proletari con coscienza di classe, è l’avanguardia del proletariato con un programma fisso, mentre il sindacato è una organizzazione di tutti i lavoratori. Il partito deve guidare il movimento sindacale. Per raggiungere questo scopo il partito deve avere forti gruppi nei sindacati. Quando i comunisti lavorano nei sindacati guidati dal Kuomintang, dagli anarchici o dalle organizzazioni cristiane, non devono spingere i lavoratori a separarsi da questi sindacati ma lottare al proprio interno per rovesciare i capi nazionalisti, anarchici o delle organizzazioni cristiane e conquistare la guida del sindacato. Nella lotta per interessi immediati il partito deve cooperare con il Kuomintang, gli anarchici e le organizzazioni cristiane ma deve sempre presentarsi ai lavoratori come la sua avanguardia e come il loro vero partito politico.     

Il lavoro nel movimento operaio era ancora visto come l’obiettivo principale del PCdC che si impegnava a promuovere un movimento di classe indipendente, e anche se le condizioni cinesi determinavano la necessità della realizzazione di un fronte di tutte le forze rivoluzionarie e in particolare del movimento guidato da Sun Yat-Sen, questo fronte rivoluzionario era considerato come un’unione temporanea tra il proletariato e i contadini poveri, da un lato, e la borghesia nazionale dall’altro, ma era chiaro al giovane Partito che l’impegno per la rivoluzione nazionale non significava una capitolazione dinanzi alla borghesia.

7.4 – Le direttive dell’ECCI e il Plenum di agosto 1922

Il secondo congresso del Partito Comunista di Cina nel luglio del 1922 aveva confermato la decisione di unirsi al movimento rivoluzionario democratico in un’alleanza temporanea. In questo modo veniva corretta l’impostazione data dal primo congresso del Partito che aveva sancito una netta ostilità verso tutte le altre organizzazioni politiche e si recepiva quanto stabilito al Secondo Congresso dell’Internazionale sulla tattica da adottare nella questione nazionale e coloniale. I comunisti cinesi avevano potuto familiarizzare con quelle disposizioni soltanto con la partecipazione di propri delegati al Congresso dei comunisti e delle organizzazioni rivoluzionarie dell’Estremo Oriente di inizio 1922.   

È importante notare, però, che il secondo congresso con questa decisione si riferiva non solo al Kuomintang, presentato come un partito “rivoluzionario”, ma a “tutti i partiti rivoluzionari della nazione”. Inoltre, il Partito Comunista di Cina aveva chiaro che, poiché gli “elementi democratici” non rappresentavano gli interessi del proletariato, il Partito doveva continuare la sua azione per lo sviluppo di un movimento di classe indipendente, per cui il lavoro nel movimento operaio era ancora considerato come l’obiettivo principale del Partito. Correttamente, il Partito riconosceva che esso inquadrava gli elementi di avanguardia del proletariato che erano già sul terreno di una lotta volta al rovesciamento del capitalismo, e riteneva necessario la formazione di sindacati in grado di organizzare i lavoratori indipendentemente da qualunque distinzione, comprese quelle di carattere politico.

Tuttavia, non mancavano ancora profonde divisioni sulla questione della tattica da seguire rispetto al movimento nazional-rivoluzionario, in particolare sulla questione della collaborazione con il Kuomintang. Il Partito prevedeva di marciare a fianco del Kuomintang, ritenuto comunque un partito nazional-rivoluzionario, ma al suo secondo congresso non discusse della formula proposta da Maring di un “blocco interno” al Kuomintang, con i comunisti che sarebbero dovuti entrare nel partito nazionalista per svolgervi il lavoro rivoluzionario dall’interno, per formare un’ala di sinistra. Quindi, nonostante la questione della tattica rispetto al movimento nazional-rivoluzionario fosse tutt’altro che definitivamente stabilita, la conclusione del secondo congresso non lasciava però dubbi sulla proposta caldeggiata da Maring, che semplicemente non fu adottata.

Data questa posizione appena assunta dal congresso del PCdC, al suo ritorno in Cina nell’estate del 1922, Maring si ritrovò dinanzi una grande opposizione alla sua linea. Questa opposizione, con gradazioni diverse, era generale, sia al vertice che alla base del Partito. In particolare, però, si era formato un “piccolo gruppo” sotto la guida di Zhang Guotao e che ruotava attorno al Segretariato del lavoro, quindi direttamente a contatto con il movimento operaio cinese e le sue organizzazioni di classe, che era assolutamente ostile alla tattica di entrare nel Kuomintang.   

Maring aveva, però, ottenuto a Mosca dall’ECCI, una sorta di via libera alla sua linea. Il 18 luglio 1922, infatti, l’ECCI aveva deciso di attuare formalmente alcune raccomandazioni di Maring sulla Cina attraverso un documento, probabilmente redatto da Radek, col quale i comunisti cinesi furono incaricati di spostare la loro sede a Canton e di svolgere il loro lavoro a stretto contatto con Maring, mentre un altro documento individuava Maring come il rappresentante del Comintern e del Profintern nella Cina meridionale, con validità fino a settembre del 1923. Lo spostamento della sede del Partito a Canton se poteva trovare come fondamento il fatto che nella Cina meridionale vi fosse una minore repressione, andava sicuramente incontro alle dichiarazioni di Maring che nel rapporto presentato all’Internazionale sulla situazione in Cina aveva indicato nell’area cantonese un ambiente più favorevole per lo sviluppo del movimento rivoluzionario data la presenza e la forza che vi era esercitata dal Kuomintang. Per cui tale decisione assumeva anche il significato di una scelta politica a favore di una più stretta collaborazione con il Kuomintang. Tuttavia, che l’Internazionale avesse in questa occasione avallato in toto la linea di Maring lo si può ritenere possibile soltanto in via ufficiosa, non formale, in quanto non ci fu una dichiarazione scritta nella quale si accettava e si indicava per la Cina la tattica dell’ingresso dei militanti comunisti nel Kuomintang. I documenti citati riguardano, infatti, esclusivamente la decisione dell’ECCI di spostare la sede del PCdC a Canton e l’incarico di rappresentante del Comintern e del Profintern conferito a Maring.

L’ECCI, però, produsse un ulteriore documento, le “Istruzioni per il rappresentante dell’ECCI nella Cina meridionale”, col quale stabiliva la linea che i comunisti cinesi avrebbero dovuto adottare. Le “Istruzioni per il rappresentante di ECCI nel sud della Cina” riportano quanto segue:

«I) L’intera attività del rappresentante […] deve essere basata sulla risoluzione del II Congresso di Comintern nella questione coloniale.

«II) Il Comitato Esecutivo vede il partito del Kuomintang (KMT) come un’organizzazione rivoluzionaria, che mantiene il carattere della rivoluzione del 1912 e che cerca di creare una repubblica cinese indipendente. Pertanto il compito degli elementi comunisti in Cina deve essere il seguente: (a) l’educazione di elementi ideologicamente indipendenti, che dovrebbero costituire il nucleo del Partito Comunista cinese [CCP] in futuro; (b) Questo partito crescerà in accordo con la crescente divisione tra borghesi-piccolo borghesi specialmente questa ala del partito che rappresenta gli elementi proletari, i lavoratori manuali ed elementi proletari. Fino a quel momento i comunisti sono obbligati a sostenere il partito Kuomintang e specialmente questa ala del partito che rappresenta gli elementi proletari e i lavoratori manuali.

«III) Per l’adempimento di questi compiti i comunisti devono organizzare gruppi comunisti di seguaci nel Kuomintang e anche nei sindacati – Questi gruppi devono formare un esercito che porti avanti la propaganda per le idee della lotta contro l’imperialismo straniero e per la creazione di una Repubblica Popolare, per l’organizzazione della lotta di classe contro gli sfruttatori stranieri e cinesi».

Il documento proseguiva poi con le indicazioni per la creazione di un’organizzazione di propaganda speciale per la lotta contro l’imperialismo straniero, istituita possibilmente in accordo con il Kuomintang ma totalmente indipendente da esso, che doveva cercare di sviluppare il suo lavoro in tutto il paese sulla base di un programma d’azione non solo contro l’aperta oppressione giapponese, ma anche contro la politica ipocrita dell’imperialismo britannico e americano e per l’alleanza con la Russia sovietica e l’unione con gli elementi rivoluzionari del Giappone. Infine, il documento individuava nell’organizzazione delle masse lavoratrici come il compito più importante dei comunisti in Cina, possibile unicamente nella forma della creazione di sindacati.

Le indicazioni fornite dai vertici dell’Internazionale seppur non contenendo un esplicito avallo alla linea di Maring contengono non pochi elementi di ambiguità rispetto alla corretta impostazione rivoluzionaria che era stata stabilita al Secondo Congresso dell’Internazionale, elementi che, però, una volta sviluppati in tutta la loro interezza aprivano la strada all’opportunismo. Addirittura, dal documento dell’ECCI sembrava emergere la convinzione dei vertici dell’Internazionale della inconsistenza del giovane Partito cinese, tanto che veniva individuato tra i principali compiti dei comunisti in Cina quello di educare degli elementi che in futuro avrebbero costituito il nucleo del PCdC, praticamente come se il Partito fosse ancora da formare. Da ciò si arrivava alla decisione di obbligare i comunisti a sostenere il Kuomintang, e si introduceva una formula che nel corso degli eventi successivi sarà in più circostanze una indicazione nefasta per le sorti della rivoluzione in Cina che consisteva nel sostenere in particolar modo quella “ala” del Kuomintang che si riteneva rappresentasse gli elementi proletari. In pratica, per la prima volta si faceva strada la teoria per cui all’interno del partito della borghesia cinese potesse essere individuata un’ala “di sinistra”, una fazione disposta a rappresentare le aspirazioni del proletariato che andava sostenuta e rafforzata con il lavoro dei comunisti.

In ogni caso, già a metà del 1922 l’Internazionale dava ai comunisti cinesi l’indicazione di “organizzare gruppi comunisti di seguaci nel Kuomintang” che, sebbene non in modo esplicito in sostanza, era quanto proposto da Maring e rifiutato dai comunisti cinesi, in quanto evidentemente poteva essere portata avanti solo con un lavoro dei militanti comunisti nel partito nazionalista.

Per superare le resistenze all’interno del Partito Comunista di Cina e far accettare la sua linea, Maring convocò il Plenum di Hangzhou, probabilmente tra il 28 e il 30 agosto 1922 ma le date sono incerte, il primo Plenum mai tenuto dal Partito. Presenti i membri del Comitato Centrale, Chen Duxiu, Zhang Guotao, Cai Hesen, Gao Junyu e Li Dazhao. Oltre a Maring, vi partecipò anche Zhang Tailei. Secondo i ricordi di Chen Duxiu, tutti i membri della CC presenti si opposero alla proposta di Maring sostenendo che in questo modo sarebbe stata introdotta confusione nell’organizzazione di classe e avrebbe ostacolato l’indipendenza politica del Partito. Mentre secondo la versione di Maring la sua proposta fu accettata dalla maggioranza del CC e chi si oppose lo fece con la motivazione che il Kuomintang non avesse un reale peso politico e che difficilmente sarebbe potuto diventare un movimento di massa. Addirittura, secondo Maring, Chen Duxiu aveva prontamente accettato la proposta di aderire al Kuomintang. Diversa ancora è la versione di Zhang Guotao.  In ogni caso, come già espresso nella lettera di Chen Duxiu a Voitinsky, era presente una convinzione abbastanza generalizzata tra i comunisti di Cina che il Kuomintang fosse un organo privo di vita che non doveva essere preso troppo sul serio.  

Contrastanti sono anche le versioni riguardanti la modalità con la quale si arrivò alla decisione finale. Secondo Chen Duxiu e Zhang Guotao, l’adesione al Kuomintang fu votata perché Maring invocò la disciplina verso l’Internazionale. Dal canto suo, Maring contestò questa versione precisando che in quell’occasione non aveva in mano istruzioni specifiche, nessun documento da poter far valere per far adeguare i comunisti cinesi alla sua proposta.    

Con molta probabilità, Maring utilizzò le “Istruzioni per il rappresentante dell’ECCI nella Cina meridionale” come un avallo da parte dell’Internazionale alla sua tattica. Per schiacciare l’opposizione, Maring invocò l’autorità dell’Internazionale Comunista, esortando i partecipanti a sottomettersi alla sua disciplina. Sotto tale pressione i leader del PCdC votarono all’unanimità per la tattica di entrare nel Kuomintang. In questo modo, imponendo la disciplina dell’Internazionale Maring riuscì a far cambiare la posizione precedentemente assunta dal PCdC per abbracciare la borghesia in un’alleanza tattica che si realizzava con la formazione di un “blocco interno” dato dall’ingresso dei comunisti nel Kuomintang.