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L’“Ufficio I” del Partito Comunista d’Italia al C.E. dell’Internazionale Comunista – Risposta alla lettera sul lavoro illegale

Il 28 febbraio 1923 da parte del PCd’I veniva inviata alla Segreteria dell’Internazionale Comunista la seguente breve comunicazione:

«Cari compagni,

«Abbiamo ricevuta la vostra lettera n. 201 del giorno 8/2/1923. Abbiamo presa visione dell’allegato e ne discuteremo ampiamente in una riunione del nostro Esecutivo dopo di che vi daremo la risposta completa ed accurata che l’importanza e la gravità della questione richiedono. Saluti fraterni.»

L’allegato in questione era un documento della “Commissione permanente per l’attività illegale”, documento nel quale venivano dati “consigli” pratici al nostro Ufficio I, che a Mosca veniva considerato inadeguato a svolgere un lavoro clandestino efficace.

L’I.C., allo scopo di avvalorare i “consigli” della Commistione permanente, nella sua lettera ricordava che era «composta da compagni provati ed esperti su questo lavoro che, basandosi sulla propria esperienza e lo studio della situazione attuale dei singoli partiti, entra in contatto con i bureau illegali dei medesimi, per essergli utile con i propri consigli […]»

Effettivamente in quello stesso periodo il PCdI si trovava a subire una violentissima repressione da parte delle forze legali ed extra-legali del potere borghese.

Ricorderemo la minaccia rivolta ai comunisti dal nuovo capo del governo, Mussolini: «O tutti in Russia o tutti in galera».

Sempre nel 1923 si ebbe, infatti, il primo grande processo contro il Partito Comunista d’Italia che, secondo le intenzioni del governo fascista avrebbe dovuto mettere in pratica la parte seconda della minaccia: «Tutti in galera!»

Quella volta il duce del fascismo ebbe una solenne delusione: dei 31 imputati, 30 vennero assolti e uno fu condannato ad un mese di galera per possesso abusivo di armi da fuoco.

Naturalmente l’esito del processo non fece cessare la repressione violenta contro il nostro partito, anzi la intensificò. Però se il PCd’I fu l’unico partito a poter sopravvivere durante tutto il ventennio fascista questo va a solo merito dell’impianto organizzativo del suo Ufficio Illegale, costituito, strutturato e gestito da provati compagni della Sinistra. La cosa di cui ogni comunista può rammaricarsi è che, negli anni successivi, i peggiori danni al partito furono apportati, non solo dalla repressione fascista, ma da una criminale gestione del partito che, pur di liberarsi definitivamente di ogni riferimento alla Sinistra comunista, non si fermò neanche di fronte allo smantellamento di certe sue strutture.

Ma veniamo al documento in questione: la risposta dell’Ufficio I d’Italia alle critiche dell’Internazionale comunista veniva trasmessa il 15 marzo con la seguente nota:

«Alla Segreteria del Comintern.

«Cari compagni,

vi rimettiamo una risposta che il nostro Ufficio ill. ha preparata in seguito alla vostra lettera sul lavoro illegale in Italia.»

Da parte nostra sarebbe del tutto inutile fare una presentazione delle varie questioni affrontate nel documento quindi passiamo alla sua riproduzione.

Una sola avvertenza: ritenendo di grande importanza il documento nei suoi vari aspetti, siamo certi che non saranno gli errori grammaticali e le espressioni ormai fuori uso dal linguaggio comune a fargli perdere un qualche valore, quindi abbiamo deciso di ripresentarlo così come era stato scritto: perdoneremo i compagni dell’allora Ufficio Illegale per aver scritto alcune parole in modo grammaticalmente errato, l’importante è che sapessero svolgere i loro compiti alla perfezione.

Al CE. dell’Internazionale Comunista. Risposta alla lettera sul lavoro illegale

Crediamo doveroso e necessario rispondere con molta precisione e schiettezza alla vostra lettera inviataci per consigliarci e ordinarci un lavoro adeguato alla situazione formatasi in Italia dopo l’avvento al potere del Governo fascista.
Vi siamo anzitutto grati della sollecitudine con la quale siete intervenuti col vostro consiglio a confortarci e rincuorarci mentre contro il nostro Partito la reazione più bieca e persistente agisce accanita. Teniamo, però, immediatamente ad assicurarvi che l’impetuoso aspro attacco sferrato contro la nostra organizzazione nei primi di Febbraio – che pure era stato preceduto da mesi e mesi di incessante reazione – anche se favorito da un disgraziato fortuito incidente che ha dato nelle mani della polizia il nostro amato compagno Bordiga e, insieme, uffici e documenti e mezzi del Partito, non ha per nulla distrutto il centro attivo e direttivo del Partito stesso. Questa premessa non ci pare inutile, poiché alcune premesse e il tono stesso della vostra lettera ci avvertono che è vostra impressione, forse addirittura convinzione, in base ad informazioni avute dall’Italia, che l’ultima offensiva fascista governativa abbia abbattuto il nostro organismo. Le vostre impressioni sono erronee e le informazioni che avete avuto, se le avete avute e da qualunque fonte, sono infondate.
La situazione attuale del nostro Partito in Italia corrisponde solo in parte al quadro che ne fate nella vostra lettera:
a) “Dispersione della maggioranza delle organizzazioni, costrette a una vita quasi del tutto illegale”. Precisiamo che tale situazione è precedente l’ultimo colpo fascista, poiché la ritirata delle organizzazioni in genere di fronte alla reazione legale ed extra legale, capitalistica, è cominciata dopo la sconfitta della massa operaia nella battaglia che ebbe il suo culmine nell’occupazione delle fabbriche, sconfitta causata, com’è noto, dal tradimento dei dirigenti sindacali, dalla mancanza in Italia di un vero Partito rivoluzionario. Il fascismo ha iniziato allora la sua attività offensiva, non incontrando alcuna seria resistenza, se non nel nostro Partito, uscito d’altronde dalla scissione di Livorno quando, cioè, la ritirata del movimento operaio era nel suo pieno disastroso svolgimento, e mentre l’avanguardia combattiva del proletariato ancora si distraeva e disperdeva nell’equivoco massimalista.
b) “Impossibilita per la stampa comunista di pubblicarsi legalmente”. È di una settimana fa il primo atto del Governo fascista col quale si intimava al nostro “Lavoratore” [Il quotidiano del partito edito a Trieste – N.d.r.] di sospendere le pubblicazioni (decreto che sembra ritirato da ieri, 13, ma che stabilisce il precedente che avrà senza dubbio facile frequenza di nuovi casi). Ma anche prima era resa difficilissima la pubblicazione del nostro ultimo quotidiano, poiché ogni pretesto serviva per fare arrestare in massa la redazione del giornale. Mentre ciò accadeva il nostro Partito ha potuto sempre continuare la pubblicazione del quotidiano sostituendo i redattori arrestati con altri improvvisati. Se avverrà nuovamente che il nostro “Lavoratore” venga sospeso per decreto governativo, il nostro Comitato intende valersi di tutti i cavilli legali esistenti per ripubblicare un giornale quotidiano che sostituisca il “Lavoratore”. Noi sappiamo che è nostro dovere non rinunciare mai spontaneamente a qualunque mezzo legale per conservare anche in misura estremamente ridotta la possibilità di agire sul terreno legale per la propaganda e la organizzazione comunista. Se i mezzi ce lo consentiranno, imprenderemo la stampa di periodici legali in varie città d’Italia, eventualmente anche sopprimendo la qualifica di organi del Partito Comunista.
c) “Defezione” – è scritto nella vostra lettera – di gruppi comunisti che passano spontaneamente alle organizzazioni fasciste”. È necessario che invochiamo dal C.E. dell’I.C. un po’ più di considerazione per le notizie che noi possiamo dare, e assai meno per quello che esso riceve da altre fonti, poiché temiamo che questi altri informatori non conoscano troppo bene quanto accade qui, e nemmeno capiscano il male che possono fare con notizie raccolte e riferite con abbondante leggerezza. Di defezioni spontanee di gruppi comunisti alle organizzazioni fasciste non si può onestamente citare che qualche raro caso, ed anche in questo caso raro la spontaneità è come quella di un aggredito che consegna la borsa per non perdere la vita. Defezioni di tale spontaneità sono meno rare per singoli aderenti e si sono verificate in tutti i campi. Le informazioni che a voi sono state date trovano la loro conferma, non certo probatoria, nelle calunniose pubblicazioni dei giornali massimalisti di qualche mese fa e dei giornali riformisti. Saremo lieti di aver occasione di sostenere il contraddittorio coll’uso di prove e non di semplici asserzioni, le quali contengono un giudizio immeritatamente e ingiustamente ingiurioso sulla serietà della nostra opera e sulla saldezza della nostra organizzazione. Abbiamo avuto altre volte occasione di lamentare con vostri inviati (come ad esempio col compagno R.) che si prendessero per buone senz’altro le calunnie che da riformisti, e specialmente da massimalisti, e forse da compagni nostri desiderosi soltanto di svalutare la nostra opera, si diffondevano a danno del nostro Partito e dei nostri associati.
d) “Costituzione difettosa oppure assenza d’organizzazione illegale localmente e collegamenti insufficenti col centro direttivo” – continua la vostra lettera. Permettete che respingiamo del tutto questa affermazione. Si tratta di una asserzione che non trova fondamento nella verità, che dimostra come non sia tenuto conto se non di informazioni date con leggerezza da persone poco informate, le quali, ad ogni modo, non hanno cercato di assumere informazioni oneste prima di comunicarvi notizie tanto gravi. In ogni centro delle Federazioni Comuniste Italiane era disposto per una seria preparazione illegale. Proporzionatamente con le forze disponibili localmente, in ogni centro questa preparazione fu compiuta. Nessuno di noi pretende alla perfezione di tale organizzazione, e non abbia notizia che la perfezione in simile opera sia stata raggiunta mai, in alcun’altra nazione. Chiunque abbia una per umile competenza in questa materia, sa quanto sia difficile e penoso compiere una seria preparazione illegale per quel Partito che ha tutti i suoi soci – o quasi – da anni ed anni compromessi verso la polizia e gli avversari per la loro milizia sovversiva spiegata sempre in pubblico. Quest’opera è tanto più difficile e precaria quando il Partito deve continuare sulla più larga scala possibile la sua attività legale, mettendo così sempre in pubblico i suoi soci, esponendoli sempre al controllo della legge e degli avversari. Si tenga conto anche dell’ambiente nel quale opera il nostro Partito: prima ancora che noi lasciassimo le file del Partito Socialista la reazione incalzava e sgominava le masse operaie e abbatteva l’una dopo l’altra le trincee che raccoglievano ancora i sovversivi; la dura lotta non è da allora mai cessata e forse crebbe di intensità quanto più si diffondeva il terrore e mentre il partito Massimalista tradiva la sua missione; durante tutto questo periodo il solo nostro Partito oppose una resistenza attiva, offensiva, armata. Con tutto ciò, se non in tutte le provincie, certo in quelle dove il nostro Partito aveva, anche nell’attività legale, uno sviluppo migliore per numero ed esperienza di soci, per numero e capacità di dirigenti, i nuclei direttivi non sono stati mai dispersi dalla raffica reazionaria, appunto per merito della preparazione illegale che si poté compiere, è un fatto che in molte provincie gli uomini dedicantesi all’attività illegale hanno potuto e possono sostituirsi e sostituire gli uomini arrestati e fugati nell’attacco governativo fascista, cosicché la vita del nostro Partito non ha subito un vero arresto. È un fatto che in parecchi luoghi nostri compagni – se pur non hanno potuto sottrarsi all’arresto perché segnati da tempo nei registri della polizia politica – sono presto usciti tutti in libertà poiché la loro preparazione illegale non ha permesso alla polizia di avere prove di loro colpabilità. Possiamo dimostrarvi che in due terzi dei centri d’Italia – e fra questi sì comprendano i più importanti: Milano, Roma, Torino, Trieste, Genova, Bologna, Firenze – appunto mercé la nostra organizzazione illegale abbiamo conservati liberi i nostri fiduciari, e che negli altri centri, salvo pochi, alla falla aperta nella rete dei fiduciari e dei segretari del Partito possiamo rimediare ricorrendo alla rete dei fiduciari giovanili, meno danneggiata. (In Italia il movimento illegale giovanile è compiuto diretto e controllato dallo stesso Ufficio del Partilo).
Collegamento insufficente dei centri locali col centro direttivo? Perché “insufficente”? Noi siamo persuasi che nessun collegamento, qualunque grado di sviluppo abbia raggiunto, potrà mai essere considerato sufficente alla sicurezza dei rapporti di un Partito pressoché illegale. A parte questo, siamo dolenti di dover constatare, carissimi compagni, che non avete atteso di vedere alla [prova dei fatti] il nostro collegamento per giudicarlo, poiché la vostra lettera è certo partita da Mosca quando ancora il nostro Partito riceveva i primi colpi della offensiva fascista. Nelle prime giornate dell’offensiva stessa noi provvedevamo, come più urgente misura, in seguilo all’arresto di Bordiga e alla missione di mandati di cattura contro tutti noi, al trasloco della nostra sede principale e degli uffici amministrativi, trasloco avvenuto senza inconvenienti e senza che fosse interrotta l’attività più urgente del Partito. Il nostro C.E. ha creduto preminente la necessità di trasferire i suoi Uffici (nei quali non sono compresi quelli del lavoro illegale), occuparsi della continuità della stampa legale, la quale non ha subito difetto se non quando è intervenuto il Governo col decreto di sospensione del “Lavoratore” (il “Sindacato Rosso” si è sempre pubblicato), ed ha ritenuto necessario, momentaneamente, ridurre al minimo la sua corrispondenza coi centri federali per misura opportuna e precauzionale nel periodo di più intensa attività della polizia politica e fascista, esplicantesi non solo con vaste perquisizioni domiciliari e arresti, ma anche con sistematica censura postale. Non devesi trascurare il fatto che il sequestro da parte della polizia di quasi tutto il denaro che era a nostra disposizione ai primi di Febbraio, ha in grande parte contribuito a immobilizzare quasi del tutto i vari organi del Partito.
e) “L’assenza d’una organizzazione illegale come di una stampa illegale in provincia non permette di reagire rapidamente sui diversi avvenimenti della vita politica”. Abbiamo risposto nel punto precedente alla prima parte di questo… capo d’accusa. Ripetiamo che [è] una affermazione, a dir poco, inesatta, infondata, arbitraria, che vi sia assenza di organizzazione illegale nelle nostre provincie. Ripetiamo che sarebbe senza dubbio opportuno che prima di scrivere rilievi di gravità eccezionale, secondo noi, assumeste informazioni anche presso di noi, sia pure in contraddittorio con gli informatori che sono causa deplorevole della vostra erronea valutazione del nostro lavoro, è vero invece che non possediamo nostre tipografie illegali. Ma possiamo dichiararvi ugualmente che non per questo potete accusarci “di non aver reagito rapidamente nei diversi avvenimenti della vita politica”. Avendo presente la situazione del nostro Partito, sapreste che fino ad ora avremmo potuto esercitare tutta la nostra azione propagandistica e critica sugli avvenimenti che si sono succeduti, senza bisogno di ricorrere alla stampa locale illegale, soltanto se avessimo potuto mantenere, nelle provincie, un certo numero dei nostri periodici legali. Fino alle giornate della così detta rivoluzione fascista provvedemmo alla regolare pubblicazione quotidiana, oltreché del “Lavoratore” a Trieste, del “Comunista” a Roma e dell’“Ordine Nuovo” a Torino. Avevamo ancora qualche periodico provinciale. L’enorme spesa necessaria alla stampa dei quotidiani assorbiva i mezzi che potevano permettere la pubblicazione legale di periodici provinciali. Questi avrebbero potuto uscire almeno fino a poco fa, ammesso che il Governo fascista non lo impedisse prima. Sa il C.E. dell’I.C. che abbiamo dovuto rinunciare uno ad uno, impotenti farli vivere per insufficienza di denaro e per la miseria di tutti i nostri compagni, ai nostri settimanali provinciali? E se è stato per noi forza maggiore questa rinuncia, comprende il C.E.I. che non potevamo disporre dei mezzi adeguati allo sviluppo della stampa illegale nelle provincie? Ma noi siamo in grado di rispondere pure che, tutte le volte che i mezzi non ci mancarono e che un sacrificio finanziario s’imponeva per date contingenze politiche, noi abbiamo fatto stampare, in tipografie non nostre ma a nostra disposizione da tempo e ancora oggi, manifesti a migliaia e migliaia di copie. A Torino, dopo la prima distruzione della tipografia dell’“Ordine Nuovo” il giornale fu stampato illegalmente in formato ridotto per varie settimane, fino a che i mezzi lo permisero. Possiamo citare un manifesto del nostro C.E. diffuso poco dopo l’avvento del Governo fascista, manifesti di cui stampammo e distribuimmo illegalmente per tutta Italia, in breve tempo, centocinquanta mila copie. Il nostro Ufficio illegale ha pronto da mesi per la stampa un opuscolo di propaganda per i carabinieri (corpo di polizia) ed uno per i soldati e marinai. A quest’ora tali opuscoli sarebbero stati stampati e distribuiti illegalmente a decine e centinaia di migliaia poiché abbiamo tipografie e mezzi tecnici di diffusione in tutta Italia. Ma questo lavoro non si è mai potuto fare perché all’Ufficio illegale mancò sempre il denaro necessario. Il nostro C.E. si è posto non poche volte il problema della creazione di tipografie minuscole, proprie. E da alcuni mesi attendeva a preparare i mezzi per realizzare il progetto. Alla vigilia dell’arresto di Bordiga il nostro fiduciario in Germania aveva avuto disposizioni per trattare l’acquisto di macchine adatte. Ma il sequestro di tutto il denaro a nostra disposizione nel momento della scoperta di un Ufficio di Roma ha fatto rimandare l’acquisto.
f) Voi scrivete ancora: “Debolezza dell’organizzazione a causa della mancanza di unificazione delle forze rivoluzionarie”. Su questo argomento è inutile che riscriviamo il nostro pensiero che fu esposto varie volte e assai chiaramente nei consessi deliberativi dell’I.C. Voi sapete che dopo aver lealmente sostenuto il nostro punto di vista abbiamo preso l’impegno di agire disciplinatamente alle decisioni dell’I.C. sebbene contrarie alle nostre convinzioni. A questa disciplina non siamo mai mancati, pur considerando i danni di una attitudine errata dell’I.C. nella questione dei Partiti Proletari Italiani.
Dopo aver diffusamente esposte le condizioni nelle quali il nostro Partito si trova dopo la costituzione del Governo fascista, esporremo il nostro pensiero e i nostri propositi sulla azione da compiere, seguendo l’ordine della nostra lettera.
Per quanto riguarda l’organizzazione complessiva del Partito, per garantirne il funzionamento e i collegamenti durante il regime reazionario. Organizzazione cioè a carattere illegale, per attività anche di natura legale, noi continueremo semplicemente a svolgere il nostro programma di lavoro, di cui le basi e le più importanti colonne sono intatte anche dopo gli ultimi avvenimenti. A questo proposito ci piace pregarvi di richiamare dagli archivi un documento fornitovi dal nostro Ufficio-Illegale più di un anno fa, nel quale è ampiamente descritto tutto il piano di lavoro illegale da noi compilato forse diciotto mesi or sono, e che à servito come binario sul quale la nostra opera illegale di organizzazione è stata svolta. Si trattava di un programma la cui attuazione non poteva essere frutto di poco tempo di lavoro, mentre richiedeva lunga e pertinace attività, dura esperienza da parte di tutti i compagni, mezzi finanziari i quali invece sono mancati il più delle volte. A quel programma di lavoro il nostro C.E. può rimaner fedele, poiché l’esperienza di quasi due anni di vita del Partito sempre contrastata dalla reazione legale ed extra legale ne conferma la bontà e, d’altra parte, nessun consiglio nuovo gli apporta sostanziali modificazioni, efficaci aggiunte. Saremmo ben lieti che lo constataste voi stessi rileggendo o leggendo quel documento.
Per quanto riguarda la formazione all’estero, ma in vicinanza della frontiera, di un centro direttivo che possa sostituire quello esistente in Italia qualora a quest’ultimo sia creata una situazione insostenibile, assicuriamo che stiamo provvedendovi. Si intende che tale centro all’estero sarà collegato in modo sicuro con quello all’interno. Cosa questa non impossibile, dato che disponiamo già da parecchio tempo di provati collegamenti illegali con le nazioni limitrofe.
Noi approviamo volentieri le proposte che ci fate sulla organizzazione della stampa illegale. Ci riportiamo, per questo, a quanto abbiamo scritto in principio. Noi [non] abbiamo mai progettato di fornire ad ogni nostra Federazione macchine da comporre, sia pure di tipo minuscolo, o anche di soli poligrafi, perché la spesa raggiungeva cifre a cui non avremmo potuto far fronte. Sì tratta di cinquanta Federazioni, a contare soltanto le principali. Si intende che ci limiteremo ai centri regionali, almeno in primo tempo, e, ad ogni modo, lo sviluppo di questa organizzazione sarà sempre contenuto nei limiti concessi dai mezzi che avremo a disposizione. Teniamo a ripetere che anche prima dell’arrivo della vostra gradita lettera, in alcuni centri, i principali, potevamo ricorrere a tipografie private che erano e sono a nostra disposizione, oppure a mezzi più modesti, come il poligrafo, per la stampa di avvisi volanti di propaganda. Se ciò non si fece in misura maggiore e cioè ogni qual volta si presentasse anche secondo il nostro criterio una necessità, una congiuntura opportuna, dipese dalla scarsezza dei mezzi a disposizione del nostro Ufficio e dei centri locali del Partito. Il nostro C.E. troppo raramente ha potuto portare sussidio di denaro alle Federazioni, tanto che parecchie di queste han dovuto ridurre al minimo la propria attività anche legale. La vostra esperienza ci dispensa dal dimostrarvi che la situazione economica della grande maggioranza dei nostri soci e dei proletari simpatizzanti è tale che ben pochi mezzi possono dare anche se animati da spirito di sacrificio. Conveniamo perfettamente nei punti 1, 2, 3, 4, 5, 6 del paragrafo della vostra lettera che concerne l’organizzazione della stampa illegale, sia perché’ si tratta di vostri consigli e disposizioni, sia perché in buona parte erano propositi nostri. Vi ringraziamo fin d’ora della proposta di inviarci persona competerne per assisterci nell’organizzazione della stampa illegale (punto 7). Appena si presenterà la necessità vi chiederemo di mantenere la promessa.
Sull’argomento del “lavoro nelle altre organizzazioni” il C.E. vi manda un rapporto a parte.
“Controllo su varii membri del P.C.” – Il nostro Ufficio Illegale ha tentato di svolgere un certo lavoro nel senso prospettato in questo paragrafo. Possiamo, a dimostrazione, rimandare al nostro rapporto-programma sul lavoro illegale in Italia, inviato da tempo a codesto C.E. già citato. Pur troppo una cosa è il lavoro compiuto per riuscire a questo intento del controllo dei singoli soci, un contro spionaggio interno, ed una cosa è l’esito che abbiamo potuto ottenere. Dell’esito siamo tutt’altro che soddisfatti, sebbene qualche fatto potremmo citare a dimostrazione del discreto inizio della nostra attività in questo campo. Contiamo poi dei compagni che lavorano per il nostro U. I. nei Fasci (ne potremmo avere di più se potessimo disporre dei mezzi necessari per favorire le inscrizioni di nostri emissari e garantirne l’avvenire in ogni evenienza); id. nei ministeri anche attualmente; id. nel Partito Socialista; id. (da poco) nella massoneria. Qualche elemento di nostra fiducia era entrato nell’Arma delle Regie Guardie, ma lo scioglimento di questo corpo di polizia ha annullato il nostro lavoro. Qualche raro collaboratore lo abbiamo fra gli ufficiali (facciamo notare che nessuno può tentare la carriera militare se ha precedenti politici, o se ne ha la propria famiglia, se non dispone di titoli di censo o di studio). Nella polizia potremmo facilmente avere anche un largo servizio di spionaggio a nostro favore, data la corruttibilità degli addetti, anche nei gradi superiori, ma occorrono mezzi notevoli. Per la insufficienza dei nostri mezzi dovemmo interrompere spesse volte la nostra opera in questo senso cominciata. Diamo pratica attuazione immediata al vostro suggerimento di pubblicare sui giornali una rubrica dei compagni passati alle file avversarie. Sull'”Avanti!” del 13 corr. è reso pubblico un nostro comunicato nel quale si annuncia la compilazione pubblica della “rubrica dei traditori”.
“Ammissione di nuovi soci”. Siamo d’accordo nella necessità di non dare pubblicità all’ammissione di nuovi soci nel P.C., sia per non esporli alle persecuzioni reazionarie, sia per meglio poter adoperare i nuovi adepti nel lavoro illegale. Diamo istruzioni in questo senso. Il nostro Statuto conteneva già disposizioni per un severo controllo delle nuove ammissioni di soci. Queste disposizioni vengono integrate e adattate alla nuova situazione colle istruzioni che leggerete nella circolare di cui alleghiamo copia.
“Il terrore fascista”. Non abbiamo nulla da osservare. La nostra attività contro il fascismo è stata positiva, offensiva, terroristica fino anche il fascismo à raggiunto il potere mercé la complicità delle forze dello Stato, mercé la vigliaccheria di certa parte della borghesia, mercé la neutralità e la diserzione dal campo della lotta dei riformisti e dei massimalisti. La nostra tattica non è stata mai passiva anche se vi fu sempre sproporzione fra i nostri mezzi e quelli dell’avversario. Abbiamo contrastato passo passo l’avanzata del fascismo nelle regioni d’Italia e la storia di questa lotta impari è per noi motivo di orgoglio. Siamo convinti altresì che il proletariato, sebbene in gran parte terrorizzato e impotente, assistendo alle nostre battaglie, ai nostri sacrifici, agli eroismi di nostri umili meravigliosi compagni, à ben compreso e non dimenticherà mai che un solo Partito è degno e capace di condurlo alla riscossa, e questo è il nostro. La nuova situazione creatasi dal giorno in cui il fascismo assunse il Governo ci ha indotti a una modificazione della nostra tattica. I vostri consigli ci trovano dunque perfettamente consenzienti.
“Il lavoro delle truppe”. Il nostro Ufficio Illegale non ha mai trascurato il lavoro fra i soldati e i marinai. Al rapporto sull’attività, e sui propositi del nostro U.I., rapporto già citato più innanzi, abbiamo allegato un’esposizione del programma e del piano propagandistico e organizzativo disegnato dal nostro Ufficio. Sulle linee di quel piano lavorammo ininterrottamente, servendoci specialmente della collaborazione dei giovani comunisti. La limitazione del lavoro e perciò degli effetti, anche in questo campo, non è da altro derivata che dalla limitazione dei mezzi. Nel documento più sopra citato, per esempio, era prevista la stampa in maniera clandestina e la diffusione tra i soldati e marinai di un periodico mensile o quindicinale – a seconda delle difficoltà tecniche e delle opportunità pratiche – per la propaganda antimilitarista e per la trattazione di questioni di loro interesse. Nessun altro ostacolo si è opposto all’esecuzione di questa parte importante del nostro programma, all’infuori di quello finanziario.
Un’osservazione contenuta nella vostra lettera a proposito di ciò che avremmo potuto ottenere nel periodo recente dello scioglimento dell’Arma della Regia Guardia, se avessimo avuto in essa una nostra organizzazione, ci consiglia un chiarimento. È grave errore credere che sia possibile compiere uno stesso lavoro e con le stesse probabilità di risultato, sia fra le truppe dell’Esercito (soldati e marinai) che fra i militi dei corpi di polizia (Guardie Regie, Carabinieri, agenti di pubblica sicurezza). Le Guardie Regie, prima dello scioglimento, come i Carabinieri e gli agenti di P.S. sono ingaggiati dietro volontario impegno, per lunghe ferme, con soldo e trattamento disciplinare speciali. La più grande parte erano e sono elementi ingaggiati nelle zone più retrograde, sotto ogni punto di vista, della nazione. Difficilissimo è il contatto e l’a[c]quisto di collaboratori fra di essi. Difficilissimo, diciamo, non impossibile, naturalmente. E infatti abbiamo tentato di far giungere la nostra parola fra Guardie Regie e gli altri. È importante ricordare che il Corpo delle Guardie Regie è stato sciolto dopo pochi anni dalla sua formazione, appunto perché non offriva al Governo alcuna seria garanzia, l’elemento Guardia Regia poteva appunto in questo periodo diventare pericoloso per il potere borghese mancando oramai di una seria coesione, di sentita disciplina, non opponendo più una resistenza insuperabile all’influsso di cause esteriori. Ma è ingenuità o incomprensione straordinarie in chi credesse che, durante il breve periodo di vita dell’Arma delle Guardie Regie, un lavoro interno propagandistico e organizzativo avrebbe condotto, nel momento recentemente trascorso dello scioglimento, ad un “più largo sfruttamento del conflitto fra i fascisti e le Guardie Regie”. Si tenga sempre presente che noi [non] rispondiamo che dell’attività dal nostro Partito potuta compiere, e che il nostro Partito ha poco più di due anni di vita, che in questi due anni ha dovuto costituirsi, fare cioè le ossa, poiché anche un Partito, specialmente se rivoluzionario, non nasce in piena efficenza
La Milizia Nazionale resterà per qualche tempo intangibile, assolutamente. È formata da soli inscritti al Partito Fascista ed a quello testé disciolto Nazionalista (fuso col primo). L’arruolamento, che sta ancora compiendosi, è fatto con mille cautele, con prudentissima selezione alla quale non solo attendono gli organi direttivi e di controllo del Partito fascista, ma gli stessi organi dello Stato. L’ufficialità della Milizia è accuratamente scelta fra la élite dei fascisti e nazionalisti, fra quelli della prima ora, e non vi è carriera in senso democratico. La Milizia Nazionale non potrà [fare] a meno di risentire, col tempo, l’influsso delle nuove condizioni di ambiente che verranno formandosi, e di cui già si hanno i primi sintomi. È indispensabile che prima agisca sulla Milizia questo elemento perché sia possibile trovar la via alla penetrazione disgregatrice, dissolvitrice della nostra propaganda. Il nostro Ufficio Illegale non ha trascurato il compito descritto a pag. 14 della vostra lettera, quello concernente “Un service de reconnaissance”. La sua importanza non ci è sfuggita nei primi giorni stessi dell’attività del nostro Ufficio I. Fin da allora abbiamo dato istruzioni e non smettemmo di raccogliere materiale adatto. Siamo lungi dall’essere soddisfatti dell’esito, e perciò non trascureremo di agire secondo i criteri direttivi segnati a suo tempo. Siamo lieti di constatare che i nostri criteri per questo genere di lavoro combaciano coi vostri suggerimenti. Lo sviluppo di questo lavoro è pur esso costretto entro i limiti troppo angusti del numero e della capacità dei nostri collaboratori. La molteplice attività dei nostri compagni, la scarsa esperienza del maggior numero di costoro, sono ostacoli che non possiamo in breve né facilmente superare.
Nella circolare di cui alleghiamo copia, diffondiamo istruzioni sul contegno che i comunisti devono tenere nel caso debbano subire interrogatori da parte della magistratura e della polizia. Conveniamo perfettamente nelle vostre istruzioni al riguardo. Potremmo unicamente osservare che tutto dipende, pur troppo, dal grado di fedeltà al Partito dei singoli aderenti. In Italia, da quando infierisce il fascismo, è anche questione di resistenza fisica, non solo morale, alle vere torture da cui difficilmente sono risparmiati i comunisti ed i supposti comunisti. Una riprova di questa nostra affermazione è il fatto, da noi constatato, che vere delazioni o almeno i primi elementi di certe delazioni a danno di uomini e organismi del nostro Partito non vennero quasi mai ottenute dalla magistratura la quale raramente ricorre a mezzi violenti contro i prevenuti, ma in parte dalla polizia filo-fascista e specialmente dai fascisti che hanno fatto frequentemente e fanno uso tutt’ora di feroci persecuzioni, di bestiali torture.
Gradite, carissimi compagni, i nostri migliori saluti
14/03/1923
Per il C. Esecutivo